martedì 4 maggio 2010

Università, una settimana di blocco I ricercatori: "Per noi nessun futuro"


[www.repubblica.it] Dal 17 al 22 maggio è previsto uno stop della didattica in tutti gli atenei italiani. Il 19 una manifestazione davanti al Parlamento 

di Manuel Massimo

Un fatto è certo: se i ricercatori decideranno di non salire in cattedra molti corsi di laurea non potranno partire per mancanza dei requisiti minimi di docenza. L'offerta formativa del prossimo anno accademico è dunque legata a doppio filo alla piega che prenderà il disegno di legge Gelmini sull'Università, ora all'esame della Commissione Istruzione del Senato. La principale questione che tiene banco - completamente bypassata dal ddl e non proposta neanche in uno degli 800 emendamenti presentati - riguarda la figura del ricercatore universitario cui non viene riconosciuto lo status giuridico di docente, nonostante siano proprio i ricercatori a ricoprire attualmente il 40% della didattica ufficiale.

La mobilitazione. L'assemblea dei ricercatori del 29 aprile a Milano, con delegazioni da 32 atenei italiani, ha confermato la settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, con blocco della didattica, occupazione simbolica degli atenei il 18 e manifestazione nazionale davanti al Parlamento mercoledì 19. Se il disegno di legge dovesse passare senza modifiche sostanziali, l'assemblea ha inoltre ribadito "l'indisponibilità a tutte le forme di didattica frontale non obbligatoria richiamando formalmente i nuclei di valutazione a non considerare i ricercatori per la formulazione dell'offerta formativa 2010/2011".

Il documento. Al termine dell'assemblea è stata approvata una mozione unitaria in cui si esprime "forte preoccupazione" per i contenuti del ddl, in particolare per "la precarizzazione della ricerca" e per "la deriva aziendalistica e dirigistica delle università". I punti più "caldi" che sono stati discussi riguardano la riorganizzazione delle fasce di docenza e le progressioni di carriera, senza dimenticare l'inquadramento della nuovissima figura pre-ruolo introdotta dal ddl, quella del "ricercatore a tempo determinato" che dura al massimo 6 anni (3+3).

Tenure track. Un tema strettamente connesso alla figura del ricercatore a tempo determinato è quello della cosiddetta tenure track, ovvero il percorso certo dell'immissione in ruolo. Una certezza in realtà molto aleatoria: in base al ddl, trascorsi i due trienni previsti e ottenuta l'abilitazione, gli atenei "possono procedere" alla loro chiamata diretta con funzioni di professore associato. Ma senza l'assegnazione di risorse specifiche e  in mancanza di un'adeguata programmazione negli anni la stabilizzazione resta legata a mere ragioni di budget. In un sistema, peraltro, già sottofinanziato.

Senza status. La riforma Gelmini articola la docenza in due fasce (ordinari e associati) e non prevede che i ricercatori abbiano lo status di "docenti". Secondo il coordinatore del Cnru (Coordinamento nazionale ricercatori universitari) Marco Merafina si tratta di un'evidente disparità: "Vogliamo una rimodulazione delle fasce di docenza verso una piramide effettiva, non con una larghissima base fatta di precari. Per questo dove sussistano i requisiti di didattica e ricerca chiediamo che i ricercatori siano inquadrati come docenti di seconda fascia cioè associati, senza oneri per lo Stato".

Ruolo unico. Di tutt'altro avviso è Alessandro Ferretti, ricercatore del Dipartimento di Fisica sperimentale dell'Università di Torino e portavoce del Coordinamento UniTo: "Chiediamo un ruolo unico della docenza che non implichi una subordinazione gerarchica all'interno dell'ateneo. Se i ricercatori dovessero diventare professori associati 'ope legis' sarebbe disastroso soprattutto per i giovani precari della ricerca: il ruolo verrebbe saturato e l'università non assumerebbe più nessuno". E aggiunge: "Una cosa è certa: non ci interessa fare i professori ordinari tra le macerie, senza un'università pubblica che funzioni".

Il dialogo necessario. I nodi da sciogliere e gli aspetti da limare sono molteplici e - in vista della votazione in aula a Palazzo Madama (prevista per il 18 maggio) - si moltiplicano le richieste di incontri e chiarimenti. Si profila un tavolo tecnico al ministero dell'Università che coinvolga tutte le componenti interessate, per affrontare le questioni più spinose.

Anno accademico corsi a rischio


[www.lastampa.it/torino]
L'Università: senza ricercatori pronti a fermarci

di Andrea Rossi


Caro ministro, in queste condizioni esiste il concreto rischio che il prossimo anno accademico non possa cominciare». Forse toni e sfumature non saranno questi. Forse il concetto sarà più articolato, denso di riferimenti. Ma il senso è chiaro, netto: se le premesse sono queste l’Università di Torino l’anno prossimo potrebbe non essere in condizione di far partire i corsi. È la prima volta che succede. Ed è la prima volta che il Senato accademico dà mandato al rettore di minacciare l’interruzione di corsi, esami e lezioni.

Nessun ateneo italiano - nonostante le difficoltà siano uguali per tutti - aveva finora compiuto questo passo. Ieri l’ha fatto Torino, mossa che è l’immagine plastica di un’università che vive in apnea, decisa ieri sera dal Senato al termine di una seduta tesa, con circa 200 tra ricercatori e studenti in presidio, una breve irruzione, e qualche parola al vetriolo tra il rettore Ezio Pelizzetti e alcuni studenti. Il rettore lo va dicendo da almeno un paio d’anni, quando la scure dei tagli ha cominciato a farsi pesante: «Siamo l’ateneo più sottofinanziato d’Italia». Non basta: da qualche settimana in via Po il clima è ulteriormente peggiorato. Colpa della nuova mannaia che colpirà il Fondo di funzionamento ordinario nel 2011. E del disegno di legge Gelmini, ora all’esame del Parlamento che - tra le tante norme contestate dal mondo accademico - istituisce la figura del ricercatore a tempo determinato, novità che ha fatto montare su tutte le furie gli oltre 900 ricercatori dell’università.

Più della metà ha già deciso - e messo a verbale in Consiglio di facoltà - che dall’anno prossimo rinuncerà alla didattica, si occuperà soltanto di ricerca, «come prevede la legge». Molti Consigli di facoltà hanno sostenuto una protesta che sta dilagando in tutta Italia. Le facoltà che ancora non si sono pronunciate si preparano a fare altrettanto. Risultato? Visto che i ricercatori, oltre a occuparsi di ricerca, tengono molti corsi, spesso fondamentali, senza di loro le facoltà non sono in grado di garantire l’offerta formativa ai loro studenti. Alberto Conte, preside della facoltà di Scienze e presidente della commissione Organico d’ateneo, è stato chiaro fin dall’inizio della mobilitazione: «Senza ricercatori non possiamo garantire il funzionamento delle facoltà».

La protesta, divampata tre mesi fa proprio a Scienze, ieri è arrivata in Senato, spinta dal coordinamento dei ricercatori, dai rappresentanti degli studenti e da alcuni presidi e senatori. E, dopo una lunga discussione, è stato approvato il testo presentato dai ricercatori. «Si doveva intervenire due mesi fa, perché la nostra mobilitazione è partita da tempo e il ddl è già in discussione in Parlamento», spiega Alessandro Ferretti, ricercatore a Fisica. «Ora siamo quasi agli sgoccioli, ma il segnale del Senato è comunque importante». «Era giusto che si seguisse questo percorso per gradi - precisa Conte - dalle singole facoltà al Senato».

Adesso tocca al rettore Pelizzetti. Ma il mandato del Senato sembra chiaro: con almeno 450 ricercatori sulle barricate e i tagli in arrivo non si può più andare avanti.

Spazio occupato, il Fuan è cacciato!


A seguito della mobilitazione di decine di studenti oggi è stato occupato uno spazio al piano terra di Palazzo Nuovo. Questo spazio, probabilmente a causa di pressioni provenienti dal Consiglio Regionale, avrebbe dovuto essere assegnato dall’università al Fuan (nota organizzazione di estrema destra oggi interna al Pdl) in vista delle elezioni nazionali del CNSU. Come studenti di Palazzo Nuovo crediamo che la gestione degli spazi che vengono assegnati ai collettivi e alle associazioni che realmente sono presenti e fanno politica all’interno dell’università non possa essere ostaggio di raccomandazioni fatte da pseudo cariche istituzionali. Crediamo, inoltre, che la situazione di militarizzazione che si è venuta a creare all’interno dell’università oggi (un centinaio tra poliziotti in borghese e reparti antisommossa schierati in ogni angolo dell’atrio) sia uno spettacolo indegno per chi come noi pensa che l’università debba essere uno spazio per il libero scambio di conoscenze e produzione di saperi critici e non una vetrina dove farsi pubblicità. Al Fuan, che si presenta nelle sedi universitarie solo durante i periodi di campagna elettorale e che sostiene la scellerata riforma voluta dal Governo che taglia i fondi all’università lasciandola in una situazione drammatica, consigliamo di cercare altre strade. L’università è di chi la vive quotidianamente e lotta per la sua difesa. Tutti gli altri sono avvoltoi.

Studenti e studentesse antifascist*

lunedì 3 maggio 2010

Unito, l'università è in crisi!


[www.infoaut.org]
La protesta contro la riforma Gelmini all'università di Torino continua! Ricercatori studenti e precari ottengono una presa di posizione ufficiale del senato accademico!

Un nutrito presidio ha quest'oggi ottenuto che il senato accademico approvasse alcune delle rivendicazioni portate da ricercatori, precari e studenti. Non tutto è stato facile e scontato: il senato accademico, da sempre incline a evadere le istanze spinte dal basso, ha inizialmente cercato di procrastinare e relegare a margine la discussione sui punti all'ordine del giorno riguardanti la protesta no Gelmini. I presidianti non si sono fatti però cogliere impreparati: hanno deciso di bloccare la seduta del senato e, mettendo alle strette il rettore Pelizzetti, hanno ottenuto precise garanzie che fosse discusso quanto richiesto il prima possibile.

Alla fine della giornata si può parlare di risultato raggiunto, sebbene ancora in parte. Il senato accademico ha approvato una mozione fortemente critica sul ddl Gelmini e il rettore comunicherà al ministero dell'università e della ricerca che esistono concrete possibilità che il prossimo anno accademico non possa iniziare! Insoddisfacente invece la risposta per quanto riguarda la norma, interna all'ateneo torinese, per cui i ricercatori avrebbero l'obbligo di svolgere almeno 60 ore di didattica, che si vorrebbe far ritirare, rimandata ad una successiva commissione.

Tutta la giornata è da leggersi nel quadro della protesta che i ricercatori strutturati (sostenuti anche dai ricercatori precari e dagli studenti) stanno portando avanti. Se anche queste ore obbligatorie fossero abolite allora la protesta basata sull'indisponibilità all'attività didattica non obbligatoria avrebbe effetti ancora più forti. L'obiettivo è sempre far ritirare il ddl Gelmini, la lotta non finisce certo oggi!

Oltre all'indisponibilità che sempre più si diffonde, nel mese di maggio si avranno altre importanti iniziative come la settimana di agitazione tra il 17 ed il 22: in alcune facoltà torinesi (di fatto) sarà bloccata ogni attività didattica, durante la quale si espliciterà ancora l'agitazione tramite azioni e assemblee...!

sabato 1 maggio 2010

L'opposizione sociale non si accontenta!


[www.infoaut.org]
Migliaia in piazza autorganizzati. La polizia arresta un manifestate in coda del corteo.

Migliaia di persone in piazza dentro le spezzone dell'opposizione sociale oggi al primo maggio torinese. Nonostante le previsioni, il tempo ha tenuto e il corteo si è dunque dispiegato in un tragitto differito, partendo prima di piazza vittorio dal lungoPo dei Murazzi perché la questura non aveva concesso la tradizionale conclusione in piazza San Carlo per via delle grossa presenza di pellegrini che domani accoglieranno il Papa.

Il corteo dell'opposizione sociale raccoglieva tutte le realtà dell'autorganizzazione che hanno sottoscritto l'appello girato in rete nei giorni scorsi: centri sociali, realtà autorganizzate del lavoro e del territorio, sindacati di base, collettivi studenteschi e universitari. Molti i punti su cui è andato a battere il corteo: contro crisi, distruzione dello stato sociale, rivendicazione di reddito, contro le politiche familiste e anti-femminili, contro la speculazione immobiliare e per il diritto all'abitare, per l'autorganizzazione e i percorsi di lotta dal basso.

Si apriva con una rappresentazione di Piero Gilardi fatta per il coordinamento Alato, rappresentante l'Impero dei Berlusconi-LegaNord-Sacconi e Tremonti, e vedeva in seguito raccolti il network antagonista torinese (quasi 1000 persone), il collettivo del Politecnico, lo spezzone migrante e del mondo della formazione. I soggetti che non intendono pagare la crisi né credono più nella politica della rappresentanza e della mediazione istituzionale.

Arrivato in piazza Castello, il corteo dell'opposizione sociale - più di 2000 persone - ha proseguito il proprio percorso per smarcarsi dalle pratiche e le compatibilità dei partiti e dei sindacati concertativi, continuando il proprio percorso. Prima sosta al Comune, dove sono state attaccate al balcone alcune bandiere dei movimenti notav, autonomi e due striscioni che ricordavano a Chiamparino di lasciar stare Radio Blackout, oltreché accusarlo di essere servo delle banche. Uno slogan ha accompagnato l'azione: "Chiamparino spegni la tv, accendi Blackout e non parlare più!".

Il corteo si è infine chiuso in piazza della Repubblica, meglio nota come Porta Palazzo, piazza ad alta densità migrante, in continuità col percorso migrante sorto a ridosso dello sciopero del 1° marzo. Significativa la loro presenza dietro uno striscione che richiamava il loro specifico percorso di autorganizzazione. Ma la manifestazione si è infondo conclusa solo al csoa Askatasuna con la consueta grigliata e festa nel giardino.

L'unico neo della giornata, il comportamento della questura contro lo spezzone anticlericale, raggruppatosi dietro la Federazione della Sinistra: all'imbocco di piazza castello un cordone di carabinieri tenta di impedire al suddetto spezzone di entrare in piazza. Ne nasce un parapiglia tra manifestanti e forze dell'ordine e alla fine la polizia si ritira. Nei tafferugli uno sbirro finisce a terra colpito in testa da  un'ombrellata e viene portato via a braccia dai colleghi. Pochi minuti dopo, a pochi isolati dal corteo, un compagno viene fermato e portato in questura per accertamenti. Verso le tre di pomeriggio arriva la notizia che il compagno è stato arrestato probabilmente con l'accusa di resistenza e lesioni e portato al carcere delle Vallette, a Torino.

Per il resto la giornata è stata caratterizzata da una forte presenza di giovani e giovanissimi raggruppato dentro lo spezzone sociale, in evidente distanza dal corteo sindacale concertativo e para-istituzionale.

L'unica (in)credibile opposizione


(Quello che segue è l'editoriale dello Spazi Sociali appositamente redatto per questo 1° Maggio 2010 che verrà distribuito questa mattina in piazza a Torino).

Scendiamo in piazza per un 1°Maggio di opposizione sociale. Contro la casta dei partiti e i padroni della crisi, l’unica (in)credibile opposizione!

La crisi è sempre più profonda e capillare ma l’unica cosa che governanti e opposizione sanno è che non sarà breve e che qualcuno dovrà pur pagarne i costi mentre Confindustria (autentica padrona del campo) detta le regole da applicare ad una serie di riforme tese a riorganizzare il campo sociale a suo uso e consumo.

Con la riforma Gelmini si vuole destrutturare qualsiasi funzione formativa dell’istituzione-scuola per ridurla a pura agenzia di disciplinamento di futura forza lavoro da impiegare poi - educata a pretendere poco e flessibilizzarsi molto- dentro il quadro normativo del contratto individuale tra singolo lavoratore/trice spossessato di forza e diritti e un padronato sempre più arrogante e impunito, che non disdegna il lavoro migrante purché ricattato e malpagato, usandolo anzi come arma di ricatto e divisione con i lavoratori “nazionali”.

Un’idea coerente e (capitalisticamente) produttiva circa il destino dei governati, un programma di vita che ci accompagna dalla culla alla bara, delegando proprio il lavoro di cura dei momenti iniziali e finali delle nostre esistenze alle badanti immigrate, surrogato servile di un welfare smantellato pezzo per pezzo.

In mezzo, la distruzione dell’unità sindacale e la creazione a lungo perseguita di un individuo sociale atomizzato, privo di legami collettivi, egoista e timoroso, capace di riconoscersi solo nel gesto isolato del consumo.

Se questo è il quadro complessivo, bisogna allora saper tirare le fila del discorso e rendersi conto che l’attuale classe politica e sindacale (laddove ancora gli si voglia concedere una buona fede) è totalmente inatrezzata a fronteggiare le sfide che ci troviamo di fronte, incapace di parlare a chicchesia o rappresentare alcunché.

Ad un’offensiva tanto forte e spudorata, le uniche risposte all’altezza sono quelle del conflitto e dell’autorganizzazione, facendo a meno dei mediatori del sociale e dei professionisti del pompieraggio; ricostruendo rete sociale, mutuo soccorso e capacità offensiva. Perché non c’è altra opposizione possibile dell’opposizione sociale, quella costruita dal basso e in prima persona. Sembrerebbe un’ovvietà ma val la pena ribadirla, perché non sempre ci sono orecchie per intendere.

Eppure dati e risultati delle utime elezioni ci danno ragione: finalmente l’astensionismo è il primo partito anche in Italia, la casta politica il mestiere socialmente più disprezzato e i programi dei partiti quanto di più di distante dai bisogni della maggioranza della popolazione.

Bi-polarismo, ritorno al proporzionale, riforme e simili amenità sono i nomi di altrettanti fallimenti. Così come la fusione a freddo del Pd ha portato alla distruzione della sinistra radicale senza guadagnare a sé neanche un voto, così la fondazione del Pdl ha dissolto il partito di Alleanza Nazionale mentre la Lega Nord “ha vinto” solo perché è l’unica a non aver perso.

Ma se le destre leghiste e berlusconiane preparano cambiamenti strutturali a uso e consumo della riproduzione della propria casta e di un pezzo invero piccolo del loro elettorato, le frantumazioni della sinistra prospettano per il proprio “popolo” la galera a vita del lavoro salariato e un ritorno fondativo alla Costituzione, superata nei fatti dai comportamenti sociali delle masse alfabetizzate che nel dopoguerra hanno preso molto sul serio le promesse repubblicane, spostando sempre più in là la soglia dell’esigibile.

Perfino il 25 aprile, fino a ieri appuntamento facile in cui celebrare l’unione mi(s)tica col proprio elettorato, è diventato un appuntamento ostico, foriero di critiche e contestazioni, una data in cui non ci si ritrova più.

Se tutto questo succede, è semplicemente perché la crisi sta lavorando a fondo, disvelando la natura piu autentica della politica come mestiere e scavando la fossa al patto sociale “democratico” della delega e della rappresentanza.

Da diversi anni ormai, la politica istituzionale va sempre più specializzandosi in due funzioni particolari: verso il basso come apparato di cattura dei movimenti, per neutralizzarli; verso l’alto come comitato di affari della borghesia, traducendone gli interessi in comando di classe contro gli/le sfruttati/e. Una scienza per l’amministrazione dei conflitti sociali, sempre più impegnata nella riduzione di questi in variabile da equilibrare o problema di ordine pubblico da reprimere.

Da questa politica, davvero, non abbiamo proprio più nulla da aspettarci.

Le lotte e i movimenti invece, là dove riescono a radicarsi e riprodursi in percorsi allargati, formando piani di consistenza, alterano gli equilibri e innescano reali processi di trasformazione, facendo dell’esistente un campo di battaglia. Individuano con chiarezza alleati e nemici, affilano le armi e affinano le strategie. Partono dalla base materiale del proprio potere per definire finalità e senso del proprio agire.

E’ quello che abbiamo visto innescarsi in val Susa: un territorio che si costituisce in comunità solo dopo aver fatto proprio e reinventato il bisogno di lotta e partecipazione. Ma è quello che, in formè più instabili e precarie, vediamo riformarsi ogni volta anche in movimenti più piccoli, come apertura sul possibile e sguardo in avanti.

Conosciamo già le obiezioni: i movimenti vanno e vengono, le lotte territoriali sono poche e troppo parziali, le soggettività dell’antagonismo “per quanto preziose” non possono riassumere e dare risposte concrete alle difficoltà quotidiane di milioni di famiglie e singoli indaffarati dall’arrivare a fine mese.

Lo sappiamo benissimo: il lavoro (quando c’è) non dà tregua; l’affitto è sempre troppo alto e si mangia un terzo dello stipendio; il reddito familiare mensile finisce già alla seconda settimana. Debiti e leasing diventano lo strumento necessario per la mera sopravvivenza, incatenando ancora di più i proletari e le loro famiglie a un sistema inventato dal Capitale per spremere profitti e valore anche in assenza di reddito.

Eppure non ci sono alternative, non si scappa. Non ci si può sottarrre dalla necessità di organizzare, passo dopo passo e aldifuori dalle istituzioni, percorsi di lotta e aggregazione che lavorino alla sedimentazione di forza e alla costruzione di contro-soggettività, instillando la consapevolezza che la politica o è pratica e ricerca dello scontro (adeguatamente equipaggiati) o non è. Perché nulla civerrà regalato! E tutto quello che otterremo, lo otterremo solo se saremmo abbastanza forti da prendercelo.

O ci si mette in testa questa verità cristallina che la crisi non tarderà a svelare in tutta la sua violenza, o ci si consegna –mani, cuori e testa– ad una macchina capitalistica onnivora che riduce -non solo la forza-lavoro che portiamo in corpo ma la vita tutta- a pura variabile dipendente dalle fluttuazioni di mercato.

Perché questo, -e non altro- è il sistema capitalista.

Nelle alte sfere della poltica, la differenziazione relativa al rapporto che con esso si intrattiene non si pone, oscillando tra i cantori delle virtù indiscutibili del dio mercato e piagnoni della mancanza di regole. Come se il problema non fosse di struttura e di sistema ma di regole, quando è di regole (di queste regole) che si soffre e si muore.

Ripartire da noi, dai nostri bisogni e dai nostri desideri (sapendo però bene chi e cosa ci sta di fronte come controparte nemica): questo è il nostro programma. Per dare visibilità e corpo a questa sfida scendiamo in piazza questo 1° maggio!

Network Antagonista Torinese (Csoa Askatasuna - Csa Murazzi - Collettivo Universitario Autonomo - Kollettivo Studenti Autorganizzati)