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lunedì 8 marzo 2010
venerdì 20 novembre 2009
L'Onda rilancia!
[20 novembre _ assemblea nazionale dell'Onda a La Sapienza]
Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare - a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole - un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell'università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all'altezza delle sfide poste dall'attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall'esplosione dell'Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e della ricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.
Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini - presentato mediaticamente come disegno "innovativo" di riforma dell'Università - che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell'Onda:
- non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale - come propagandato dal Governo - aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;
- non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell'università pubblica negli ultimi 30 anni;
- indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi "all'americana" attraverso lo strumento del prestito d'onore, mentre la crisi globale - che mostra il fallimento di un sistema fondato sull'indebitamento - richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l'accesso ai livelli più alti dell'istruzione superiore;
- completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell'Università pubblica prefigurando, quindi, un'università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l'entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell'università;
- restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;
- nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell'università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università.
In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l'insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell'efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.
Specularmente, il taglio dei finanziamenti per la scuola contenuto nella legge 133 di 8 miliardi di euro e la legge 169 con la cancellazione delle compresenze e del modulo determinano un netto peggioramento della qualità della didattica e producono migliaia di licenziamenti. A questo si aggiunge il progetto di legge Aprea che, se approvato, porterebbe l'ingresso dei privati nelle scuole e sarebbe causa di una assurda gerarchizzazione della classe docente con la repressione della libertà di insegnamento e dell'autonomia dei docenti. Allo stesso modo, la volontà di aziendalizzare la scuola uccide l'emancipazione culturale degli studenti. Il protagonismo del movimento dei precari della scuola, dei genitori e degli studenti di questi ultimi mesi si salda naturalmente con la lotta che parte dalle università per costruire una grande risposta unitaria di tutto il mondo della conoscenza contro l'attacco mosso da governo.
In un contesto di forte crisi sociale e produttiva, l'investimento politico ed economico sulla Scuola, sull'Università, le Accademie, i Conservatori e sulla Ricerca come beni comuni dovrebbe essere il principale strumento per il rilancio del paese, fondato sulla qualità della vita delle persone e che sappia andare oltre i limiti del modello fallimentare imposto dall'attuale classe dirigente ed imprenditoriale. L'attacco alla Scuola e all'Università al quale stiamo assistendo è parte di un'aggressione più generale, tanto più anacronistica proprio perché cade nel pieno del fallimento delle politiche di smantellamento dello stato sociale condotte negli ultimi tre decenni.
Non è un caso se l'Onda ha fatto breccia nell'immaginario: ha saputo, infatti, esprimere i bisogni e i desideri di una nuova generazione. La generazione dell'Onda ha mostrato, nel cuore della crisi globale, che in una società della conoscenza l'accesso pubblico all'università e la qualità del sapere, sono degli elementi di nuova e piena cittadinanza. Oggi, alla luce del nuovo progetto di riforma e assunto il definitivo fallimento del modello del 3+2, pensiamo sia ancor più centrale riaprire, in tutti gli atenei, la lotta per l'accesso e per la qualità del sapere, per l'abbattimento delle forme di blocco, di selezione e di segmentazione dei percorsi formativi (numeri chiusi, test d'ingresso, percorsi d'eccellenza), per la rivendicazione di spazi di decisione sulla didattica e sulla ricerca e di autogestione dei percorsi formativi.
Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l'accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili. Solo rispondendo al problema della precarietà di chi studia e lavora nei luoghi della conoscenza con la definizione di un nuovo welfare, si oppone una risposta al governo che non sia corporativa, ma che sappia parlare all'intera società e attraversarla. Per queste ragioni riteniamo decisivo rilanciare nelle prossime settimane una campagna, in tutte le città, per rivendicare forme di erogazione, diretta ed indiretta, di reddito per gli studenti e i precari, che vada nella direzione del rifiuto delle forme di precarizzazione.
Per questo, da oggi, studenti e lavoratori precari lanciano una vera e propria campagna di mobilitazione che unifichi le lotte portare avanti nelle scuole e nelle università e che, a partire da questa Assemblea nazionale, abbia il passo abbastanza lungo da mettere in discussione il percorso di questo DDL e porre all'ordine del giorno nazionale l'elaborazione di un nuovo sistema di welfare all'altezza delle sfide della società della conoscenza.
Si propone di:
- organizzare iniziative di mobilitazione sui territori, in forme molteplici, il 2 dicembre;
- in occasione dell'11 dicembre vogliamo generalizzare lo sciopero e assediare il Ministero, a partire dalla mobilitazione già lanciata dai coordinamenti e dai precari delle scuole e dai sindacati;
- assediare il Parlamento in concomitanza con il calendario di discussione e votazione del DDL;
- organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma a inizio marzo che, partendo dalla difesa e dal rilancio dal mondo della conoscenza, coniughi la necessità di eliminare la precarietà lavorativa ed esistenziale con il contrasto delle migliaia di licenziamenti giustificati pretestuosamente con la crisi rivendicando un nuovo sistema di welfare fondato sulla continuità di reddito per tutti, l'accesso alla mobilità alla casa e ai servizi.
Assemblea nazionale dei precari e degli studenti
martedì 3 novembre 2009
Malcontento e (o) movimento?
Quale democrazia all’Università?
Le mobilitazioni del Politecnico di qualche settimana fa hanno sollevato molte domande chiare, e una soprattutto: quanto è “democratica” la gestione delle risorse, della didattica e del personale dell’ateneo?
Crediamo che sia la domanda centrale da porre in questo momento, perché affronta il nesso tra università e potere nel senso più ampio: i poteri interni all’università e il rapporto dell’università con il potere in senso eminente, con il governo. In questi giorni entra nel dibattito parlamentare una riforma universitaria – la terza degli anni 2000, dopo il 3+2 per gli studenti e il 3+3 per i ricercatori – che, tra tagli e retorica del merito, affronta direttamente il tema della governance, e non è un caso. Dopo la trasformazione degli studenti in clienti nel 2000, con la logica debiti/crediti, il sanzionamento giuridico della precarietà infinita delle figure della ricerca nel 2005 e la mannaia dei tagli tremontiani della 133/2008, l’Università è in crisi, e da questa crisi potrà uscire solo con un nuovo assetto di potere e con una nuova bilancia tra pubblico e privato.
In realtà, sappiamo che la crisi dell’università non è il prodotto delle riforme, ma il loro presupposto; una crisi che le riforme non riescono a governare, e che dunque provano a gestire con una trasformazione autoritaria proprio di quelli che sono, per ogni ateneo, gli organi di governo: senato accademico e cda. Se analizziamo il percorso che dai tagli ha portato alla riforma odierna, in poco più di un anno, ci rendiamo conto di quanto fu sbagliato lo slogan che scegliemmo all’inizio (“Tutta l’università contro la Gelmini”) e di quanto fu azzeccata, invece, la formula utilizzata al senato accademico allargato del novembre scorso per rivolgerci al rettore (“O sei parte della soluzione, o sei parte del problema”). Abbiamo forse visto prese di posizione significative da parte del corpo docente (ci si risparmi la litanie delle mozioni critiche dei consigli di facoltà, mere foglie di fico per nascondere l’immobilismo) nell’autunno scorso?
Il rettore si è forse dimesso, ha forse fomentato prese di posizione contro il governo da parte della crui che, di fatto, non ci sono mai state? L’intervento del rettore davanti al corpo docente e al movimento studentesco, il 13 novembre 2008, puntò esclusivamente a magnificare la situazione contabile di Unito. Nel momento in cui tutti criticavano il ministro, Pellizzetti sembrava sentirsi sotto attacco; forse che abbia visto più lontano lui?
La crisi di Unito
Sarà un caso, ma poche settimane dopo comparivano indiscrezioni sui giornali riguardo all’esistenza di un enorme buco finanziario dell’ateneo. Il direttore amministrativo di dimetteva, rimpiazzato, e via Po 18 si barricava in un assordante silenzio. Dove erano finiti quei soldi? Quanto era grande il buco? Chi lo avrebbe riempito? Il rettore pensava piuttosto a inaugurare l’anno accademico che, anche se non avrebbe visto l’ermellino, ne avrebbe comunque viste di tutti i colori, con la blindatura militare del rettorato di fronte al pericoloso esercito di alcune centinaia di precari e studenti, nell’auspicio che la minaccia della violenza avrebbe attutito la sensazione, o puzza, di “marcio”.
Nel frattempo svanivano le speranze dei precari di uno sblocco della loro situazione, i tentativi di trovare sponda tra gli strutturati si rivelavano infruttuosi, e in cambio venivano banditi gli ormai celebri “contratti a zero euro” (ma va dato atto che alcuni sono anche a 50 euro!) con i quali parte della voragine tagli/buco sarebbe stata sanata: offerta didattica gratis da parte dei precari in cambio di assegni di ricerca (proposta indecente e indegna che qualche strutturato “amico di precari” ha anche fatto platealmente e di persona).
Dopo questo triste naufragio delle speranze precarie il bicchiere si è rivelato mezzo vuoto e mezzo pieno, nella misura in cui, se da un lato la maggior parte degli interessati era sorda al richiamo di un appello contro i contratti-furto, una agguerrita minoranza ha resistito sulle sue posizioni e ha continuato a incontrarsi fino a oggi. Dopo l’inaugurazione dell’anno accademico anche i precari del poli hanno protestato, insieme agli studenti, contro le politiche del rettore Profumo, che nel frattempo costruiva il monumento peggiore all’università in crisi, il sedicente “g8 dell’università”. Nell’evento mediatico si esprimeva la retorica vana di una casta senza morale e senza progetti se non quello di assicurare il proprio potere anche nell’incancrenirsi della crisi universitaria. Come in occasione dell’anno accademico, tutte le componenti universitarie si opposero alla pagliacciata di Profumo & Company. Anche in questo caso, stavolta a livello studentesco, la realtà si rivelava sfaccettata. Se c’era chi puntava il tutto per tutto sulle divisioni fratricide e sulle polemiche, i blocchi metropolitani e la grande manifestazione del 19 maggio, con annessa la legittima non accettazione della zona rossa – dispositivo simbolico quanto mai significativo, dal momento che essa è quella che ora non la polizia, ma la riforma, vuole blindare con una governance ancora più autoritaria – mostravano una vitalità impensata del movimento studentesco, che si sarebbe confermata in tutta Italia dopo gli arresti dell’estate.
Che la gestione della crisi fosse rivolta contro gli studenti, oltre che contro i precari, lo hanno dimostrato un mese dopo gli aumenti delle tasse. Solo grazie a una mobilitazione puntuale degli studenti, l’impatto è stato meno duro del previsto, e comunque c’è stato, alla faccia dell’obbligo di legge, ignorato da anni, del tetto del 20% dell’FFO. Attacco che si è concretizzato, a livello di facoltà, anche nella minaccia di tassa sui laboratori. È vero che queste cose non sono passate, ma è sempre bene ricordarsi chi le ha proposte per distinguere meglio, d’ora in avanti, tra “soluzioni” e “problemi”. Le stesse facoltà, d’altra parte, a partire da Lettere e Psicologia hanno proseguito l’attacco dai piani bassi con l’eliminazione di finestre esami, impedita in parte a Lettere dalla mobilitazione studentesca (eliminazione che neanche ha a che fare col risparmio, ma i professori avranno pensato: visto che oggi si accetta tutto, togliamoci anche un po’ di lavoro). Infine, occorre ricordare i tagli agli orari e ai servizi delle biblioteche (per esempio le stampe, ora a pagamento per tutti, ricercatori e studenti, in alcune biblioteche) e al loro personale, solo in parte rientrati (c’è ancora chi rischia il posto).
Di fronte a tutto questo, ben sappiamo quanto poco i “risparmi” abbiano inciso sull’apparato dell’ateneo e sulle sue clientele (alcuni degli stipendi degli amministratori sono sul portale alla voce “trasparenza”), compresi i contratti a 20.000 euro ai docenti in via di pensionamento. E del resto lo stesso governo, che già con il decreto 180/2008 aveva strizzato l’occhio ai docenti ordinari (riforma dei concorsi) di recente ha loro aumentato ancora per decreto gli stipendi, e nella riforma un ulteriore aumento è previsto. Che si tratti di comprare ulteriormente il benestare dei baroni per bastonare meglio lavoratori, studenti e precari? Ma figuriamoci…
“Virtù” e “merito”, potere e democrazia
Nell’assenza di proposta didattica degna e nel disamore totale degli studenti, con l’aumento dei costi di vita per tutti e nello sfruttamento bestiale e parassitario da parte degli atenei di personale e precari, il ministero dà le pagelle e costruisce gerarchie immaginarie, oltre a quelle vere. La classifica degli atenei “virtuosi” (cioè quelli che risparmiano di più indebolendo il pensiero e aumentando lo sfruttamento selvaggio) pubblicata in estate ha sortito l’effetto sperato, esacerbando la guerra del tutti contro tutti a livello nazionale di cui Pellizzetti è sempre stato un campione. Successivamente, la sezione della riforma dedicata al concetto di merito – che noi intendiamo decostruire fin nelle fondamenta – ha ipotizzato un’università dove solo i “migliori” sono aiutati dallo stato e accedono all’eccellenza, a scapito di tutti gli altri, i “peggiori”. Anche qualora condividessimo questo ridicolo darwinismo studentesco, non potremmo dichiararci soddisfatti: l’accesso ai “meritevoli” è dato a un sistema universitario a pezzi e senza speranze di rialzarsi, dove l’offerta didattica è in ginocchio e i costi sono scaricati comunque sulla totalità degli studenti. Come in una forbice marxiana, assistiamo a una proletarizzazione dei soggetti deboli e ad un rinsaldamento dei privilegi politici ed economici di una casta (ricorda qualcosa?). I richiami alla “virtù” e al “merito” sono una truffa, e come tali vanno affrontati.
Oggi a uno di vertici della forbice c’è una minoranza compatta e ostinata, che sa che potrà giocare il doppio ruolo della vittima del ministero (pubblicamente) e del carnefice di chi veramente sta pagando la crisi dell’università (nel segreto, rotto per ora molto parzialmente dalle interne “forze amiche”, delle sedute dei senati accademici e dei cda); all’altro lato della forbice c’è una massa sotto continuo attacco. In questo contesto, è scandaloso che vi siano rappresentanti degli studenti che si identificano con l’istituzione universitaria e, anziché votare “no” a tutto in questa fase di “prendi soldi e scappa” – ci furono tentennamenti persino sulle tasse – si fanno insaponare dal rettore o dalla direttrice amministrativa. I rappresentanti degli studenti, soprattutto quelli che provengono dall’onda, sono tenuti a esprimere le decisioni del movimento degli studenti o dei precari, o dei due soggetti insieme, e non per fare un favore a qualcuno, ma perché questo è il loro unico possibile ruolo utile, ed un loro dovere politico.
Come rompere con questa situazione? Bisogna (1) ripartire dalle lotte e (2) avere fiducia in esse. Non bisogna spaventarsi per il fatto di essere minoranza, gli studenti, i lavoratori e i precari oggi disposti a mobilitarsi, rispetto alla popolazione universitaria, perché oggi più che mai dobbiamo parlare di una situazione generalizzata, evidente a tutti. Minoranze attive di studenti o precari oggi parlano il linguaggio e esprimono gli interessi del 95% del mondo universitario, e non possiamo perdere questa occasione per ribaltare i rapporti di forza. Molti di quelli che tacciono o sono immobili, lo sappiamo benissimo, parleranno e si muoveranno quando saremo capaci di portare i problemi all’attenzione pubblica. L’unica strada percorribile è attirare l’attenzione dei media su unito, denunciare alla stampa pubblicamente l’esistenza di una crisi e di un dispositivo politico per far pagare a studenti e precari questa crisi, che è già in funzione: l’ateneo lo mette in atto, il ministero pone le basi, con la riforma, per un rafforzamento dei suoi principi di potere. Tutto questo va messo in discussione e, se di dimissioni del rettore si deve parlare, che siano le dimissione per le sue responsabilità come controparte, e non come impossibile alleato contro la Gelmini.
Oggi abbiamo l’occasione – coordinandoci, discutendo, agendo insieme – di far saltare il banco: un banco che non dobbiamo più scusare, e a cui non dobbiamo più rivolgerci come a un interlocutore politico, ma come a una controparte.
Questo è, perché questo ha scelto di essere. Solo tracciando una linea netta potremo essere riconosciuti pubblicamente per quello che siamo, cioè – nelle diverse articolazioni che assume il movimento – l’espressione di una forza reale all’università.
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