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venerdì 9 aprile 2010

Ribadiamo il no alla riforma Gelmini!


In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio. No al ddl Gelmini- No ai tagli

- Contro la politica dei tagli operati all'intero comparto della conoscenza (scuola, formazione, ricerca, università, formazione artistica e musicale), contro la  riforma antidemocratica del sistema universitario;
- Contro il DDL Gelmini, contro il cancellamento della terza fascia docente e l'istituzionalizzazione della precarietà nell'accesso al ruolo.

Il 9 aprile l'Amministrazione e Senato Accademico dell'Universita' di Torino indicono la prima di una serie di Conferenze di Ateneo per, così dichiarano, “aprire la discussione con il personale e gli studenti”. Questo mentre lo stesso Ateneo ha chiuso unilateralmente l'unico tavolo di confronto sulla precarietà con i sindacati e i coordinamenti dei precari e dei lavoratori esternalizzati (bibliotecooperativisti) e i rappresentanti degli studenti. Il tavolo di confronto deve essere riaperto!

Gli Atenei devono prendere una posizione netta contro l'intero DDL Gelmini, e rimettere in discussione i tagli del D. Lgs 133/2008 e 1/2009 opponendosi con ogni mezzo.

Il problema dei precari della ricerca e docenza ha superato ogni livello di guardia: ogni giorno decine di precari, essenziali per il prestigio dell'ateneo perdono il lavoro per la scadenza del contratto e vengono immessi in un mercato del lavoro asfittico e privo di prospettive. La precarietà non si limita a colpire la ricerca e la docenza dell'Ateneo: sono ancora troppi i precari tecnici ed amministrativi e i lavoratori esternalizzati. Sono proprio i bibliotecooperativisti le prime vittime dei tagli governativi ai bilanci delle Università.

Chiediamo a livello nazionale un piano di reclutamento straordinario dapprima, e ciclico e ordinario che entri poi a regime. Cosi' come e' necessario da subito a livello locale provvedimenti di emergenza per evitare l'allontanamento di migliaia di precari della ricerca e docenza e dei servizi dall'Universita' di Torino.

In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio
Troviamoci a Palazzo Nuovo alle ore 12
per raggiungere il rettorato dell'Università degli Studi via Verdi, 8

lunedì 8 febbraio 2010

Note sulla ridefinizione del dispositivo-formazione nella scuola secondaria superiore


[www.uniriot.org] Nell’ultimo decennio la secondaria superiore è stata investita da un’ondata di provvedimenti legislativi che, considerati nel suo insieme, hanno prodotto e produrranno ancor più una riconfigurazione dei poteri, dei saperi, delle competenze e dei rapporti fra contenuti e soggetti della formazione. Questi successivi tentativi (Berlinguer, Moratti, Fioroni e Gelmini) indubbiamente segnalano la difficoltà nel ridefinire questo segmento della formazione ai fini della piena assunzione ai bisogni del nuovo paradigma dell’accumulazione flessibile e biocapitalista. Una difficoltà che deriva sia dalla resistenza dei soggetti della scuola, sia dalla problematica comprensione del ruolo che dovrebbe svolgere la secondaria superiore nella produzione/riproduzione sistemica odierna.

Questo tratto della formazione, che coinvolge ragazzi fra i quattordici e i diciannove anni, assume una centralità Il segmento della secondaria superiore merita un’attenzione decisamente maggiore di quella messa in campo fino ad ora, una considerazione che richiede un’analisi più puntuale del senso e degli effetti delle “riforme” e la predisposizione di piattaforme conflittuali che sappiano porsi oltre la “difesa della scuola pubblica costituzionale”.

Non adeguatamente valutata, sia perché fase di maturazione di abilità cognitive “superiori”, sia in quanto ponte verso l’istruzione universitaria, sia ancora perché si confronta direttamente con il mercato del lavoro.

Dall’analisi dell’insieme delle disposizioni legislative dell’ultimo decennio emergono come tratti caratteristici la segmentazione gerarchizzata dei formatori e dei formati e la corrispondente predisposizione di istituti e strumenti di valutazione e di selezione, anche se le scelte del percorso formativo degli studenti hanno motivazioni prevalentemente “classiste”. In questo stesso periodo il MIUR, in ambito governativo, ha visto ridursi drasticamente la sua autonomia di fronte all’egemonia dell’iniziativa del Ministero dell’Economia e, in misura minore, di altri Ministeri.

Dalla “scuola-azienda” all’”azienda scuola”
 
“Lavora ragazzo, lavora!” 
 
L’emendamento Cazzola sull’adempimento dell’obbligo scolastico in regime di apprendistato, si configura come l’ultimo tassello che svela, pur in ambito specifico, la natura della mutazione generale del dispositivo-formazione in atto nella scuola secondaria superiore.

La commissione lavoro della Camera, e pochi giorni fa la Camera stessa, hanno approvato l’emendamento di Giuliano Cazzola al Disegno di legge lavoro, collegato alla finanziaria (DDL 1441 – quater), che consente di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico, il sedicesimo, anche attraverso percorsi di apprendistato. L’obbligo scolastico era stato portato a 16 anni, con legge 296/2006 dalla prima finanziaria dell’allora governo Prodi, peraltro in sintonia con gli obiettivi del Trattato di Lisbona.

Nella presentazione governativa dell’emendamento, la “svolta epocale” del sottosegretario Valentina Aprea, diventa un brutale e populista invito ai giovani ad “andare a lavorare” da parte del Ministro dell’Istruzione (?) Mariastella Gelmini: “Sono favorevole a qualsiasi iniziativa per inserire subito i giovani nel mondo del lavoro”…per toccare momenti di rara ed elevata filosofia pedagogica nella lezione del ministro Sacconi: “L’apprendistato per l’esercizio del diritto-dovere di istruzione e formazione è una metodologia didattica in assetto di lavoro” . Decisamente spassosa una prima dichiarazione del Giuliano Cazzola: “La norma consente di contrastare l’evasione dell’obbligo scolastico che è molto diffusa nell’ultimo anno”.

Di fronte al coro di critiche pietiste del fronte dell’opposizione “riformista” (“Si mandano a lavorare ragazzi di 15 anni!”…”L’UE, Lisbona, l’OCSE, il rapporto di Bankitalia raccomandano…”), il Cazzola si fa scudo col nome di Biagi: “Il provvedimento è saldamente incardinato nel sistema previsto dalla legge Biagi”. Ma è nella prolusione alla Camera del 25 gennaio che sempre il Cazzola esprime il meglio dell’ideologia lavorista del suo retroterra culturale cigiellino: “Il lavoro non è solo fatica, sudore e alienazione, ma anche e nello stesso tempo compiacimento dell’opera, realizzazione e autenticazione di sé e delle proprie capacità, occasione di coesione sociale e relazionale. Chi lavora non è necessariamente un giovane che ha fallito nello studio;la teoria non è incompatibile con la pratica, la scuola con l’impresa”.

L’apprendimento è, a pieno titolo, un contratto di lavoro che prevede una quota di formazione (120 ore) aziendale o extra - aziendale. Questa tipologia di contratto consente alle aziende di pagare il lavoro ad un prezzo minore di quello non inquadrato nell’apprendistato, anche quando l’inquadramento è lo stesso; sul versante previdenziale è lo Stato a farsi carico degli oneri obbligatori per le imprese. Si tratta ancora di una modalità che consente di aggirare l’ostacolo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in quanto l’apprendista non rientra nel computo del numero dei dipendenti. Le statistiche ISFOL indicano che in Italia solo il 17% degli apprendisti svolge un’attività di “formazione”. Si tratta, in ogni caso, di una formazione che ha come scopo l’acquisizione di competenze molto parziali, coerenti con il lavoro svolto che nella maggior parte dei casi è temporaneo: il tempo della durata del contratto.

La formazione dell’apprendista, mal sopportata dall’imprenditore che la considera un adempimento burocratico, tempo sottratto al lavoro, non apporta un particolare arricchimento ma, nel migliore dei casi, una microspecializzazione, il più delle volte non spendibile sul mercato del lavoro, come accrescimento del proprio valor d’uso e quindi del valore di scambio

La formazione dell’apprendista, nelle fasce d’età minorenni, ha un valore in senso disciplinare e solo secondariamente in senso professionale; si formano attitudini al lavoro, una disciplina del lavoro e della dipendenza, si imparano prestazioni per imitarle, si predispone una forma-mente precaria.

Il contratto di apprendistato, come emerge chiaramente da una recente inchiesta svolta nella cintura della metropoli torinese, si traduce in un’ulteriore forma, magari un po’ mascherata, di contratti di lavoro precario di fatto e, per certe età, come un lavoro minorile legalizzato.

Dall’inchiesta sopracitata emerge come l’apprendista minorenne sia da inquadrare come appartenente alle fasce più deboli economicamente, socialmente e culturalmente, che casomai avrebbe bisogno di acquisire saperi e competenze che potrebbero consentirgli di fuoriuscire dall’emarginazione.

Come inciso va rilevato che la stessa indagine ha fatto emergere l’uso generalizzato dello strumento dello stage che coinvolge quasi il 90% degli studenti del terzo e del quarto anno. Sbandierato dalle scuole come un valore che viene offerto ai possibili futuri “clienti”, lo stage si concretizza in un mese di lavoro vero e proprio non pagato, con scarso, se non nullo, valore formativo reale e con ricadute in termini di futura occupazione per lo/la stagista pari a zero. Con l’emendamento Cazzola, la dispersione scolastica, molto elevata in Italia, viene inquadrata in questa casella di “didattica in assetto di lavoro” che riguarda i giovani fra i 15 e i 16 anni.

Si sostituisce tempo di lavoro al tempo di vita a scuola, si impedisce nello stesso tempo di poter maturare possibili scelte di vita che hanno bisogno di strumenti culturali, di saperi che forse non saranno immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, ma che possono arricchire la capacità di decodificare la realtà con cui ci si confronta.

Come leggere l’affermazione di Sacconi, il mandante del Cazzola, secondo cui l’emendamento in questione interviene su “126.000 ragazzi che né lavorano, né studiano”? Semplice: in Italia ci sono, ufficialmente (dati ISFOL), 126.000 corpi fra i 15 e i 16 anni che oziano, non lavorano e non studiano, che potrebbero essere tentati dal furtarello, da comportamenti antisociali e devianti; meglio quindi metterli a profitto, per il bene comune, “delle famiglie e di loro stessi.”

L’emendamento del Cazzola si colloca precisamente in una tendenza alla mescolanza più accentuata fra scuola e “mondo del lavoro” che è centrale nel nuovo dispositivo-formazione, nel segmento della secondaria superiore, quale si è oramai delineato in modo quasi compiuto. A questo proposito saranno sottolineati più avanti elementi ancora più pregnanti.

Da Berlinguer a Gelmini: il decennio horribilis
 
Proviamo ad individuare quali componenti dell’insieme strutturato del dispositivo-formazione si trasformano e in quale direzione il “sistema incorporeo delle procedure in atto nell’istituzione scolastica” si va a ridefinire.

Le iniziative legislative, che si articolano lungo il periodo che dal 1997 arriva fino ad oggi, vanno lette non tanto come semplice “restaurazione”, come viene fatto da più parti. Siamo di fronte a tentativi di sottomettere , disciplinare, formare una figura lavorativa (peraltro sempre sfuggente) flessibilizzata, adeguata alle necessità dell’odierno mercato del lavoro e dell’attuale valorizzazione particolarmente incentrata sullo sfruttamento delle capacità cognitive e delle funzioni mentali più in generale. Gli interventi legislativi Bassanini-Berlinguer aprono la stagione della scomposizione/ ricomposizione della secondaria superiore e contengono in sé non solo il segno ma anche i contenuti delle disposizioni successive. Sono due i nuclei fondanti dall’azione del primo ministro dell’istruzione di “sinistra” della storia Repubblicana: l’autonomia scolastica e l’articolazione del sistema formativo ufficiale in senso aziendalistico.

L’ ”autonomia scolastica” (L. 59 del 1997 e poi DPR n. 275 del 1999) mette in campo un complesso di norme che stabiliscono che le scuole possono avere un’autonomia a livello organizzativo, didattico e finanziario.

In questo modo le singole scuole entrano in competizione nel territorio offrendo la propria merce POF (Piano dell’Offerta Formativa), cioè pacchi di competenze e saperi, ai clienti genitori-studenti. Il risultato è la frammentazione del sistema scolastico, la rottura di quei livelli di collaborazione fra le scuole, l’investimento delle già scarse risorse in termini di marketing, di tempo, di attenzione all’ "orientamento”, cioè al reclutamento di clienti indispensabili alla sopravvivenza e al finanziamento. L’insieme di autonomia e concorrenza necessita l’impostazione di una nuova organizzazione scolastica, cioè di quel processo che il movimento dei soggetti della formazione ha denominato “aziendalizzazione” della scuola.

Affinché vi sia azienda è necessario che si configuri una gerarchia, un potere maggiormente strutturato, e inoltre una misurazione dei “processi lavorativi” che si danno la suo interno. In effetti è in questa direzione che si muove il Berlinguer elaborando le linee di quella che dovrà essere la “scuola del domani”. La pronta e decisa opposizione al “Concorsone” degli insegnanti costringe il Ministro ad abbandonare il progetto di segmentazione gerarchica del “corpo insegnante”. D’altra parte il tentativo di “misurare” la quantità di sapere trasmesso e assimilato si scontra contro la natura ontologica del sapere stesso e contro la ricchezza e la complessità delle funzioni mentali. Il tentativo di scatenare a tutti i livelli la competizione individualistica trova come ostacolo la natura fondamentalmente cooperativa della formazione scolastica.

Nella secondaria di Berlinguer e del decennio che segue si mettono in campo i più creativi strumenti di valutazione; è un fiorire di tassonomie, di “griglie di valutazione” per misurare capacità critiche, di analisi, di sintesi, competenze, conoscenze. Ovviamente questi strumenti non sono oggettivi, né potrebbero esserlo, per cui spesso la compilazione della griglia diventa un adempimento burocratico teso a rendere il risultato conforme alla valutazione ottenuta con gli sperimentati metodi soggettivi.

L’acclarato fallimento della “scuola dell’autonomia” viene interpretato dall’attuale governo Berlusconi come una carenza degli strumenti di comando nella scuola, come un’insufficiente apertura ai “meccanismi del mercato” e come un’ancora eccessiva “autonomia” della secondaria rispetto al “mondo esterno” e, in particolare, nei confronti dei processi produttivi.

A livello europeo, il gruppo di studio sulla formazione dell’ERT, la potente lobby delle multinazionali Ue, una sorta di Confindustria d’Europa, suggerisce le linee fondamentali dei processi di riforma degli anni Novanta e del primo decennio del Duemila. In Italia nel 2007 l’Action Plan di Confindustria detta le linee, molto articolate e definite, della riconfigurazione del segmento dell’istruzione secondaria superiore, in particolare per quanto riguarda il comparto tecnico e professionale.

A poche settimane dall’insediamento, il governo Berlusconi assume pienamente i desiderata di Confindustria e mette in moto quel meccanismo che disarticola e ridefinisce il profilo della secondaria superiore. Un percorso che nemmeno un movimento esteso e trasversale qual è stata l’Onda dell’autunno 2008 riesce a bloccare: è il segno di quanto sia alta la posta in gioco.

Nell’estate 2008 i tagli tremontiani mettono i paletti economici di quelli che dovranno essere i provvedimenti successivi; si tratta di un’ingente riduzione di spesa pari a 7,8 miliardi di euro, con conseguente drastico taglio del personale nell’ambito di investimenti per la formazione rispetto al PIL, che collocano l’Italia al 21° posto fra i 27 paesi UE (dati 2005)… e questo è pur sempre uno dei pochi indicatori che consente un reale confronto fra paesi.

Il secondo tempo dell’azione riformatrice è affidato all’intervento “razionalizzatore” del MIUR che procede lungo linee di provvedimenti che non si muovono solo nella logica utilitaristica della riduzione della disponibilità finanziaria per l’istruzione ma che tendono a ridefinire in primo luogo i contenitori della formazione secondaria superiore. In sintesi il MIUR procede verso la riduzione delle ore di insegnamento, delle discipline e l’aumento del numero degli studenti per classe che si traduce in una oggettiva dequalificazione della didattica e nella necessità per l’insegnante di disciplinare classi numerose con strumenti che sono già operativi: muova valenza del voto in condotta, revisione in senso repressivo dei regolamenti d’Istituto. Nell’ottica “essenzializzatrice” tutte le sperimentazioni vengono azzerate con una drastica riduzione di quella che viene chiamata l' "offerta formativa”; d’altra parte…”che bisogno abbiamo di questa eccedenza di sapere?”

Con le decisioni dell’ultimo Consiglio dei Ministri, dall’A.S. 2010/2011 entrano in vigore i nuovi regolamenti per la secondaria superiore che si traducono in una riduzione dei corsi e degli indirizzi, delle ore di laboratorio, della consistenza del tempo di insegnamento di materie quali le scienze storiche e geografiche che risultano decisamente ridimensionate. In sintesi l’uscita dalla media inferiore si configura come uno snodo che porta al liceo, all’istituto tecnico, all’istituto professionale, alla formazione professionale e alla neonata sacconiana “didattica in assetto di lavoro”. Siamo di fronte ad un profilo che va oltre il dualismo licei/istituti tecnici, evocato da più parti come regressione al sistema formativo precedente al 1962, data della riforma della scuola media e dell’apertura alla “scuola di massa”. Non siamo di fronte alla negazione della scolarità di massa, bensì ad una sua più definita articolazione nel senso di una segmentazione gerarchica che ci pare essere sostanzialmente più isomorfa alla complessità del mercato del lavoro odierno. Al termine della scuola media inferiore si determina una selezione che non ha nulla della tanto decantata “meritocrazia”, ma che è dettata, più biecamente, dalle possibilità economiche, insomma una “selezione classista”. Il grosso del volume di fuoco va a colpire quel segmento che più sembra interessare Confindustria: istituti tecnici e professionali che pagano in termini di riduzione del tempo scuola da 4 a 8 ore, di espulsione di una consistente fetta di insegnanti precari, ma anche di tecnici, a causa della riduzione delle ore di laboratorio.

Come far funzionare senza intoppi la “razionalizzazione” della politica dei tagli tremontiana con l’”essenzializzazione” gelminiana? A questo provvede il disegno di legge Aprea. Al di là dei vari passaggi tecnici, il senso dell’operazione Aprea è del tutto chiaro e si può racchiudere in tre ordini di considerazioni:

  1. Riordino in senso autoritario della governante della secondaria superiore con accentramento del momento decisionale nella figura del Dirigente Scolastico e del Consiglio di Amministrazione (ora denominato”Consiglio di indirizzo”, su suggerimento dell’Action Plan di Confindustria: un po’ di nascondimento lessicale va pur fatto!).
  2. Apertura del CdA al mondo esterno: banche, Confindustria, enti locali, mondo delle professioni. Le scuole, con una parziale eccezione, non possono più trasformarsi in fondazioni; i soggetti esterni entrano nel CdA senza oneri.
  3. Standardizzazione, segmentazione e gerarchizzazione su 4 livelli del proletariato cognitivo scolastico, il cui gradino più basso risulta di fatto ufficialmente precarizzato. L’appartenenza ai vari livelli, che si traduce in diverse situazioni retributive, è determinata dai soliti meccanismi meritocratici che non possono che mettere in moto clientelismo, lobbismo e determinare l’annullamento sostanziale di quanto rimane della libertà d’insegnamento. Questi meccanismi vanno a scatenare (e sintomi in questo senso sono già emersi con la “scuola dell’autonomia”) la competizione individuale in un ambito formativo che necessita ovviamente di cooperazione.
  4. Il ddl Aprea affida le funzioni di indirizzo al CdA, che prende decisioni strategiche, la gestione al Dirigente Scolastico che si configura come un organo monocratico con responsabilità nella gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali e con maggiori poteri nella valutazione dei docenti. Le funzioni tecniche sono demandate ai Consigli di dipartimento mentre scompaiono le Rappresentanze Sindacali, il Collegio dei docenti e i Consigli di Classe. Si mira a sottrarre, anche formalmente, potere in campo didattico agli organismi collegiali.

Come pensiamo di aver argomentato, l’aspetto dei tagli alla spesa per la formazione è solo una componente, certo molto rilevante, dell’insieme dei provvedimenti; basti ricordare che nel 1977 l’investimento per l’istruzione era pari al 14% del totale della spesa pubblica, nel 2005 raggiunge appena il 3,1%.

Cercando di cogliere un senso più complessivo, bisogna sottolineare che il dispositivo-formazione viene ad essere modificato a livello di struttura (gerarchizzazione pronunciata), di contenuti dei saperi-competenze, di ideologia, di disciplinamento nel quadro di una più generale mutazione anche antropologica. Una comprensione più articolata e profonda del nuovo profilo della secondaria superiore può emergere spostando il livello di analisi dal singolo provvedimento al complesso delle disposizioni che da più di un decennio investono la scuola secondaria superiore.

La lavorazione dell’ "homo materia”

I nodi centrali di discontinuità introdotti, nel decennio passato, all’interno del sistema formativo della secondaria superiore, possono essere così sintetizzati:

  • generale spostamento del baricentro dai saperi alle competenze, al “saper fare”, con una maggiore attenzione al potenziamento di abilità e di una particolare forma-mente adeguata ai bisogni del nuovo paradigma produttivo;
  • intensificazione della polverizzazione dei saperi, per cui è sempre più arduo coglierne un senso complessivo;
  • i criteri di valutazione si spostano verso strumenti ritenuti, a torto, oggettivi e, in ogni caso, non certo in grado di valutare abilità cognitive complesse. Gli insegnanti italiani, poco propensi ad utilizzare in modo indiscriminato questionari di vario tipo, saranno costretti a farlo, dal momento in cui i nuovi provvedimenti prevedono che la loro valutazione (a cui sarà legato il livello salariale) e quello della scuola sarà decisa da un sistema di valutazione nazionale. In questo modo la didattica non potrà che orientarsi a preparare gli studenti a rispondere ai questionari;
  • il soggetto dell’apprendimento, dal momento in cui è oggetto di misurazione è sempre più interno ad un processo reificante;
  • nella logica di questa formazione, lo studente diventa un contenitore da riempire, da segmentare perdendo parti del sé generico, della gamma delle sue potenzialità, per divenire un soggetto parziale, alienato. Viene a dispiegarsi ulteriormente quel processo che Romano Alquati ha ben descritto come “potenziamento nell’impoverimento” della “capacità-attiva-umana”; potenziamento delle competenze richieste dagli attuali procedimenti di valorizzazione e accumulazione, dentro una valorizzazione “dell’ampia gamma, della varietà, delle capacità dispiegate” del soggetto.

Ovviamente queste componenti sono sempre presenti nella formazione sussunta a logiche di valorizzazione, ma questi passaggi legislativi le ampliano e le approfondiscono.

Il lungo percorso di interventi riformativi che si apre con “l’autonomia scolastica” di Bassanini e Berlinguer e si chiude con i provvedimenti Tremonti-Gelmini-Aprea, segna profondamente il dispositivo-formazione, come emerge anche dall’abbandono progressivo del lessico pedagogico di trent’anni di scuola.

Il modello introdotto da Berlinguer si presenta come una sorta di taylorizzazione dell’attività formativa. Il processo di lavorazione della “materia prima” studente si concretizza attraverso una didattica dell’astrazione fatta da moduli, pacchetti, misurazione di tempi (medi) di apprendimento e di studio, rettifica del prodotto mal riuscito (il “recupero”), penalizzazioni (i “debiti”), premi di produzione(i “crediti”).

Questa ampia terminologia va ad aggiungersi a categorie quali “capitale umano” e “capitale culturale”, che tradiscono profondamente un antropologia dell’”homo materia” (G. Anders). E’ la formulazione di una modalità dispiegata di reificazione della “capacità-attiva-umana” per poterla incardinare sempre più dentro il processo di valorizzazione. Il primato delle competenze, care a Berlinguer, e ripreso in modo più rozzo e populistico dagli attuali governanti, rimanda ad una “modularizzazione dell’uomo”, alla visione dell’essere umano scomponibile in moduli diversificati conformi ai bisogni del mercato.

Ma questi processi formativi penetrano anche più in profondità, coinvolgono e tendenzialmente trasformano le stesse forme identitarie, concorrendo a definire quell’”io minimo” camaleontico, adattabile, cedevole, malleabile; formano una “congruità al mercato della vita interiore”, “regolano elasticamente la personalità alle esigenze del mercato” (R. Sennet).

Se questo progetto sarà vincente o meno dipenderà dalla nostra capacità di decostruirlo e di ricomporre politicamente i soggetti della formazione.

Allo stesso modo in cui la precedente composizione di classe ha praticato una critica demolitrice alle forze produttive, alla scienza e ai saperi fordisti, ora si tratta di sottoporre ad una critica autonoma e antagonista un sapere dettato dalla macchina informatica, sempre più matematizzato e algoritmizzato, sempre più “forza produttiva” ma pur sempre alienante, reificante, impoverente per il soggetto.

a cura di UniRiot Torino

venerdì 5 febbraio 2010

Gelmini approvata? Studenti torinesi in sciopero!


[www.infoaut.org]
500/600 studenti di diverse scuole si sono mossi oggi in corteo per le vie di Torino, in risposta all'approvazione della Riforma Gelmini del consiglio dei ministri avvenuta ieri.

La protesta, praticamente spontanea (sono bastati alcuni sms fatti girare ieri in serata) è partita dai licei Gioberti e Gobetti, estendendosi però velocemente ad altre scuole.

Dato significativo, verificato già da altre precedenti iniziative dell'autunno, il corteo che ne è scaturito non ha coinvolto solo licei del centro ma anche diversi licei e istituti tecnici della periferia e della cintura, rompendo la linea classista che vedeva negli ultimi anni una capacità di mobilitazione ridotta alle scuole del centro città. Segno che gli studenti medi hanno ben chiara la natura e le finalità di questa riforma.

La manifestazione spontanea e selvaggia, ha prima bloccato via Po e altre via del centro; ha poi toccato alcuni sedi istituzionali (Provincia), per poi chiudersi con un'assemblea a Palazzo Nuovo, dove è stata sancita la costruzione di una mobilitazione cittadina per il prossimo 19 febbraio.

domenica 27 dicembre 2009

La fine dell'università?!


[articoli da ww.ilmanifesto.it]

Atenei al lumicino

Molte università non hanno ancora utilizzato i fondi del governo Prodi per indire nuovi concorsi. Su 1050 posti, banditi solo 424. E se l'attuale maggioranza continua la politica dei tagli nascondendosi dietro lo scudo fiscale, l'opposizione del Pd rimane in mezzo al guado

di Roberto Ciccarelli

Sui 1050 posti finanziati nel 2008 dalla seconda tranche dei fondi Mussi per il reclutamento straordinario dei ricercatori, le università ne hanno banditi solo 424. Nessuno però ha ancora celebrato i relativi concorsi, né si hanno notizie certe sulla composizione delle commissioni esaminatrici.

La tabella curata dall'associazione «20 maggio», del «Forum lavoro» del Pd e pubblicata in questa pagina fotografa la situazione al 14 dicembre scorso. Si scopre così che alcuni tra i principali atenei italiani ricevono i finanziamenti, ma rinviano i concorsi. Bologna (0 su 55 previsti), Federico II di Napoli (0 su 50), Palermo (0 su 38), Tor Vergata di Roma (0 su 32), Torino (l'università 0 su 44 e il Politecnico 0 su 27). Alcuni lo hanno fatto, ma in parte, come il Politecnico di Milano (10 su 32). La Sapienza ha invece realizzato l'en plein (72 su 72).

Uno stillicidio dovuto, in primo luogo, alla confusione sulle regole della composizione delle commissioni giudicatrici. Tutti i bandi che partiranno dopo il 31 dicembre, oltre a quelli già operativi, rischiano di essere bloccati a causa dell'assenza di una normativa sulle procedure di reclutamento.

In realtà, le regole ci sarebbero. Sono quelle stabilite dalla legge 1/09: un professore ordinario o associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando, due ordinari sorteggiati in una lista di afferenti al settore disciplinare di riferimento. Niente prove scritte, né colloquio orale, solo valutazione dei titoli o seminario del candidato per esporre il progetto di ricerca. Insomma, quello che dovrebbe essere il pane quotidiano per i ricercatori una volta approvata la riforma Gelmini.

Gli atenei non sembrano però avere molta intenzione di anticipare una riforma che deve essere ancora discussa in parlamento. Bergamo e Parma, ad esempio, il bando con le nuove norme l'hanno fatto, ma hanno evitato di citare il limite massimo delle pubblicazioni da presentare alla commissione. Invece a Roma il rettore della Sapienza Frati assicura che il limite è stato fissato a 12.

A chi ha fatto confusione, il ministro Mariastella Gelmini ha intimato di modificare i bandi. Al momento solo 8 atenei hanno risposto, mentre emergono altre anomalie. C'è chi infatti fa la prova scritta e non quella orale. E chi, invece, intende valutare il candidato in base alla discussione del suo seminario.

Anche i 696 posti (sui 2100 previsti dalla terza tranche dei fondi Mussi) finanziati martedì 22 dicembre dal Miur soffriranno degli stessi problemi. Il taglio, peraltro già annunciato il 13 novembre scorso, si spiega con il fatto che, rispetto alle due precedenti tranche, è saltato il cofinanziamento obbligatorio degli atenei previsto dalla finanziaria del 2007.

L'assegno statale erogato per la terza tranche verrà misurato sul costo medio del ricercatore (57.446 euro, pari a 0,5 punti organico) e non sul suo costo iniziale che è molto più basso, come è stato fatto per i concorsi precedenti. Questa misura si è resa necessaria per evitare che le università gestiscano un aiuto ministeriale decrescente nel tempo, obbligandole ad impegnare risorse che aumentano le spese complessive.

Sembra essere questa la motivazione del blocco attuale, ma non bisogna dimenticare un'altra condizione: le tranche successive alla prima del 2007 dovrebbero essere utilizzate anche per il pagamento degli stipendi dei ricercatori assunti.

Stando alla tabella pubblicata sul sito www.miur.it alla Sapienza di Roma andranno 41 posti, a Bologna 39, al Politecnico di Milano 36. Questa ripartizione dei fondi ha premiato le università «virtuose» concentrate nelle grandi città e nel nord del paese. La classifica stilata lo scorso novembre dal ministero ha attribuito 523,4 milioni di euro di incentivi al merito previsti sul fondo di finanziamento ordinario (Ffo) di 7,2 miliardi nel 2009. Bologna, Napoli e Torino (oltre che la Sapienza) sono ai primissimi posti per la didattica e per la ricerca.

Anche a condizioni favorevoli, non sarà facile convincere questi atenei virtuosi ad assumere. Ogni nuova assunzione continuerà ad essere valutata alla luce delle spese generali. Se queste ultime supereranno il rapporto tra le spese del personale e il finanziamento annuale l'ateneo rischia il blocco del reclutamento.

Uno degli orientamenti che la conferenza dei rettori (Crui) potrebbe decidere di adottare è di usare i fondi Mussi per fini diversi dall'assunzione dei ricercatori. È questo l'avviso del rettore di Trento (0 posti su 16 banditi) che però andrebbe verificato, dato che i fondi Mussi possono essere impiegati solo per i concorsi dei ricercatori. Il rischio, invece, si chiama «perenzione», una norma che impone la spesa dei fondi entro 3 anni dall'erogazione. Pena il loro ritorno nelle casse del ministero dell'Economia. Se non si fa in fretta, presto o tardi i concorsi previsti non potranno essere celebrati.

Il rigore di bilancio imposto dal ministro delle finanze Giulio Tremonti con le leggi 126 e 133 inizia a mostrare i primi effetti. Anche in presenza di fondi sicuri, gli atenei stanno a guardare. Sono troppe le incertezze legate al finanziamento pubblico, al punto che preferiscono bloccare le attività per non essere penalizzati in futuro.

Nel 2010 gli atenei, virtuosi e non virtuosi, faranno a meno di 278 milioni di euro. È ciò che rimane del taglio all'Ffo di 678 milioni, compensato dai 400 milioni provenienti dallo scudo fiscale. Un caos destinato ad aumentare nel 2013, quando il taglio dell'Ffo raggiungerà 1,5 miliardi di euro e nessuno sa ancora con quali risorse pareggiarlo.
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La logica suicida e bipartisan del centrosinistra

di Marco Bascetta

«Credo che la riforma dell'università possa diventare il primo esempio di riforma condivisa con l'opposizione», dichiarava al Corriere della sera qualche giorno fa il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini. Malauguratamente è proprio così e non c'è da stupirsene. Infatti, aggiungendovi un po' di retorica bacchettona e una buona dose di arroganza, il ministro altro non ha fatto che muoversi lungo la rotta tracciata, ormai molti anni orsono, dal centrosinistra, da Zecchino e da quel Luigi Berlinguer del quale oggi riscuote il plauso. Una rotta che, di riforma in riforma, ha condotto l'università italiana all'attuale naufragio. Ma le menti fini del centrosinistra ragionano come quei liberisti argentini che di fronte alla bancarotta del paese ne attribuivano la causa all' insufficiente applicazione di quelle ricette, a loro care, che avevano appunto condotto l'Argentina alla catastrofe.

Dopo decenni di chiacchere sul riavvicinamento tra il sistema della formazione e il mercato del lavoro la disoccupazione intellettuale prospera, per giunta in un clima di drammatico impoverimento culturale; dopo la frenetica moltiplicazione di assurdi insegnamenti e master psichedelici che avrebbero dovuto soddisfare la domanda di «professionalità» della società postmoderna, gli sprechi e la cialtroneria accademica si sono moltiplicati senza freni; dopo ripetuti appelli alle virtù salvifiche del privato non si è vista una lira, né uno stimolo degno di nota, semmai il proliferare di appetiti parassitari e messe in scena pubblicitarie; infine il sistema delle laure brevi, con il suo lessico bancario di debiti e di crediti, si è rivelato, ormai per ammissione di tutti, un fallimento devastante tanto sul piano dell'occupazione quanto su quello della formazione culturale. E, di fronte a tutto questo, l'onorevole Luigi Berlinguer esclama: brava Gelmini, continua su questo sentiero luminoso che con tanta lungimiranza abbiamo tracciato!

Certo ci sono i tagli e il populismo utilitarista del ministro Tremonti che andrebbero arginati. Ma è mai possibile che i tecnocrati e i sopraffini negoziatori del Pd alla Enrico Letta non riescano a capire ciò che è chiaro anche all'ultima matricola e cioè che i «tagli» sono la riforma? Sono cioè un principio di redistribuzione e accentramento del potere destinato a rafforzare il baronato accademico e l'esecutivo ministeriale, nonché un'imprenditoria privata pigra, ignorante e avida di sovvenzioni. Per sottolineare quanto il governo tenga alla ricerca (quella di qualità sia chiaro, non quella che non si capisce dove vada a parare), la Gelmini ricorda le agevolazioni fiscali per 850 milioni previste a favore delle imprese che «studiano novità», meglio se coinvolgendo una università. Non ci vuole troppa fantasia per vedere frotte di conigli saltare dal cappello e legioni di inventori dell'acqua calda con astuto partner accademico raccomandarsi ai custodi ministeriali del merito e batter cassa. Mentre le risorse degli atenei si estinguono e il blocco del turn over e dei contratti di ricerca consolida i privilegi della gerontocrazia universitaria.

Negli ultimi vent'anni, a partire dal movimento della Pantera e fino all'alta marea dell'Onda, solo dalla protesta degli studenti e dei ricercatori precari è venuta una parola di saggezza, un principio di razionalità, un'analisi lucida e precisa dei processi in corso. E solo da lì (e da forze intellettuali autonome dagli schieramenti politici) ci si può attendere un contrasto efficace alla miseria bipartisan che si sta preparando per l'università italiana.

venerdì 13 novembre 2009

Occupato il Miur, il 17 novembre corteo no Gelmini!

Blocchiamo la Gelmini!


A fronte del via libera da parte del Consiglio dei Ministri del nuovo ddl di riforma dell’Università, il 28 Ottobre, ci troviamo nella contingenza di stendere delle linee critiche sugli intenti dell’iniziativa governativa. Le riflessioni che seguiranno sono frutto di discussione e dibattito di un'assemblea di studenti tenutasi a Palazzo Nuovo martedì 10 novembre.

Il ddl riorganizza la governance di ateneo, in particolare il C.d.A assumerà le funzioni di indirizzo strategico, di programmazione finanziaria e sarà composto per almeno il 40% da esterni all’università. Spariranno le facoltà (e i relativi consigli) e la didattica sarà organizzata dai dipartimenti.

Saranno possibili federazioni tra atenei o tra atenei ed altri enti di formazione.Viene istituito un fondo per il merito, che erogherà borse di studio e prestiti d’onore tramite delle prove nazionali standard. Per accedere alla docenza sarà necessario ottenere una abilitazione nazionale, la cui commissione giudicante sarà composta da docenti ordinari. Chi deciderà dell’effettiva assunzione saranno delle commissioni di professori ordinari istituite dai singoli atenei. La figura del ricercatore sarà unicamente a tempo determinato, il contratto sarà di 3 anni rinnovabile per altri 3, al termine dei quali o il ricercatore accede al rango di professore associato o dovrà terminare il rapporto con l’università.

In termini generali, questo provvedimento si inserisce in una successione di riforme che negli ultimi anni si sono concentrate sulla riorganizzazione dell’università e sulla sua successiva dismissione dal settore pubblico. Rispetto agli intenti che questo governo aveva dichiarato in merito all’università, ovvero un forte attacco al baronato unito alla volontà di rendere gli Atenei produttivi ed efficienti, ci sembra che, nel complesso, questo ddl lasci inalterata la gestione feudale e agevoli piuttosto l’entrata di aziende e privati con un ruolo parassitario.

Governance

Vediamo in maniera ambivalente la riorganizzazione progettata dal governo. Un primo aspetto è l’evidente volontà di ridurre fortemente l’investimento pubblico per il sistema universitario, probabilmente per far fronte alla crisi e ad un debito pubblico ormai esploso, che si accompagna ad una verticalizzazione del potere negli atenei finalizzato a poter applicare speditamente i pesanti tagli previsti, in particolare a scapito di ricercatori precari, esternalizzati e studenti. Gli spazi di democrazia all’interno dell’università, già insufficienti, vengono completamente eliminati.

Ma l’aspetto più importante è l’entrata dei privati nel C.d.A, l’organo che avrà maggior potere all’interno degli atenei. In un paese come l’Italia, in cui non è mai stato presente un vero investimento nella formazione da parte del settore privato, la privatizzazione dell’università passa attraverso la presenza delle aziende nei posti di potere degli atenei senza che sia necessario alcun investimento. Creando quindi una commistione di pubblico e privato che poco ha di positivo per chi vive, e fa vivere, l’università ogni giorno, ma promette una veloce rendita in termini di forza lavoro cognitiva formata ad uso delle aziende presenti in C.d.A .

Ambivalenza si ritrova anche sul tema delle federazioni. Possibilità da sfruttare per ridurre, razionalizzare e tagliare ma, ancora una volta, creazione di ibrido pubblico-privato. Infatti gli atenei potranno federarsi anche con « [..] enti ed istituzioni operanti nel settore della ricerca e dell’alta formazione», quindi anche con agenzia di formazione non pubbliche. Ricordando che questo governo ha come obiettivo l’abolizione del valore legale del titolo di studio, ci sembra che questo punto vada proprio in quella direzione. Enti più affermati e accreditati permetteranno alle università federate di offrire un titolo di studio con più valore rispetto ad altri. L'orizzonte che si vuole creare e quello di un mercato della formazione egemonizzato da pochi grandi poli.

Meritrocrazia 

Una sezione del ddl è dedicata all'introduzione di norme atte a favorire un sistema meritocratico dell'istruzione universitaria. Il principio è semplice: dobbiamo ridurre i costi e allo stesso tempo incentivare gli studenti meritevoli e virtuosi e allora solo i migliori potranno andare avanti. In realtà, nella riforma si parla solamente dell'istituzione di un fondo di merito da gestire a discrezione del Ministero (quello dell'Economia e delle Finanze, non quello dell'Istruzione!) e sostanzialmente non ci sembra introdurre pesanti cambiamenti. Anche perchè la meritocrazia costa e non è nemmeno pensabile se la prima preoccupazione è gestire i tagli dell'anno scorso e non far «derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Inoltre come si può conciliare un discorso di risparmio tramite cui spariscono i servizi minimi per gli studenti (case, mense, libri...) con il diritto allo studio?

Detto questo, la retorica della meritocrazia è presente in questo ddl così come in ogni discorso di ogni ispirato riformatore dell'università. Ci sembra allora il caso di demistificare questo linguaggio e mostrare, molto brevemente, cosa vi si nasconde dietro.

E' evidente, allora, che laddove si parla di meritocrazia bisogna sempre intendere nuovi sbarramenti o colli di bottiglia, atti a limitare gli studenti che seguiranno questo o quel percorso formativo. Laddove si parla di criteri per stabilire il merito, bisogna intendere che questi criteri, lungi dal misurare effettivamente una reale dinamica virtuosa sulla qualità dei saperi prodotti e trasmessi, sono a tutti gli effetti criteri aziendalisti, che determineranno tempi e percorsi di vita degli studenti, misurandone di volta in volta l'efficenza all'intermo di schemi produttivi. Ancora, laddove si parla della creazione di percorsi di eccellenza, bisogna intendere la recinzione dei già esistenti percorsi di studio, limitandone e rendendone talvolta esclusivo l'accesso. Si può dire che la meritocrazia non è altro che uno strumento in più per gestire i pochi fondi destinati all'università e alla ricerca ma, è meglio ribadirlo, non nella direzione di sviluppare un sistema di scambio e produzione cognitiva di alto livello, bensì nella direzione di gestire e differenziare i flussi di studenti, incanalandoli nei percorsi formativi che sembreranno più forieri di profitti. Ovvero si tratta di poter fare delle previsioni aziendali sulla testa di migliaia di persone, per vedere quanti dovranno studiare un argomento, quanti dovranno arrivare a un determinato livello di studio, quanti avranno diritto a borse di studio, quanti avranno diritto (sigh!) a indebitarsi con il prestito di merito per conseguire l'agognato titolo di studio. Insomma, è bene rendere chiaro questo punto: ci sembra che dietro la logica della meritocrazia non ci sia nessuna attenzione alla valutazione qualitativa dei saperi trasmessi all'interno degli atenei, ma soltanto un profondo interesse a introdurre elementi di quantificazione all'interno del mercato formativo in modo tale da rendere possibile il profitto privato e la speculazione. In ultima lettura dobbiamo dire che al linguaggio della meritocrazia come introduzione di schemi aziendalistici e quantitativi non abbiamo altro da opporre che la qualità dei nostri percorsi di studio.

Attenzione: la qualità dei nostri percorsi di studio, non è da intendere come la qualità degli attuali corsi universitari, tutt'altro! Non difendiamo l'università in cui ora viviamo, questo regno feudale pieno di privilegi per pochi e che oramai è in crisi. I nostri percorsi di studio sono da intendere come le dinamiche di trasmissione e produzione cognitiva che sono scaturite, ad esempio, dalla mobilitazione dell'anno scorso, i seminari e i momenti di dialogo che l'Onda ha saputo costruire, la capacità che abbiamo, individualmente ma sopratuttto attraverso la cooperazione collettiva, di reperire informazione e costruire discorso, l'innovazione dei linguaggi di cui tutti quanti siamo protagonisti. Insomma, se c'è da trovare la qualità all'interno degli atenei è solo una coincidenza che si trovi nelle stesse aule e negli stessi corridoi dell'accademia, perchè quella qualità è frutto della cooperazione di centinaia di migliaia fra studenti e ricercatori al di fuori dei normali percorsi di formazione, in maniera del tutto eccedente rispetto a questi. Questa qualità, in ultima istanza, è il pubblico che difendiamo, ovvero il sapere come produzione comune e bene che non si lascia risucchiare a tutti i costi dalle logiche del profitto.

Reclutamento, precarizzazione 

Con questa riforma, inoltre, cade ogni speranza di veder debellato il potere baronale e di una migliore prospettiva per assegnisti e ricercatori precari. Il meccanismo per accedere alla docenza vede un livello nazionale ed uno locale totalmente in mano al potere baronale, la prospettiva di un ricercatore è quindi, ancora, quella di assoggettarsi a tale potere, pena il non rinnovo del contratto o la non abilitazione alla docenza. I problemi che i ricercatori precari affrontano tutti i giorni non sono toccati. Per un verso, nessuna delle proposte elaborate in questi anni dai precari viene assunta, e resta la giungla di contratti precari che caratterizzano l'università attuale (gli assegni di ricerca, le borse di studio, i contratti di docenza e altro), con la ratificazione dei contratti di docenza gratuiti.

Per un altro verso si riduce lo spazio per la ricerca e si consolida la tendenza alla liceizzazione dell'università pubblica, in cui il compito prevalente delle figure “stabili” sarà la didattica.

I baroni possono dunque rallegrarsi delle «norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento». L’istituzione dell’“abilitazione scientifica nazionale” per i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale, è decisa da una commissione nazionale formata mediante sorteggio tra professori ordinari. Ciò che viene fatta passare per una norma che scavalca le lobby accademiche locali, non solo lascia l’“abilitazione” nelle mani delle cricche degli ordinari a livello nazionale, ma poche pagine più avanti (articolo 9, comma 2, lettera c) fa rientrare dalla finestra ciò che era apparentemente uscito dalla porta. La decisione finale, infatti, spetta alle commissioni locali composte da ordinari e, nel caso dei ricercatori, da alcuni associati. Il posto da ricercatore, poi, come già stabilito dalla legge Moratti nel 2005 è posto in esaurimento, quindi sostituito da contratti di soli tre anni rinnovabili – previa valutazione – un’unica volta, aumentando così la ricattabilità dei ricercatori stessi nel vincolo individuale con il docente di potere.

Ancora una volta, dunque, le campagne stampa che parlano di abolizione del precariato sono chiaramente demagogiche: questa riforma il precariato della ricerca lo moltiplica all'infinito! Per di più, la riforma promette solo tagli e non è previsto alcun incremento di fondi: non si capisce quindi con quali soldi si potranno assumere i ricercatori a tempo determinato, il cui costo è superiore a quello degli attuali associati.

Il ddl si muove in continuità con la legge 133 dello scorso anno, così anche noi studenti, ricercatori, precari ed esternalizzati dobbiamo riprendere le moblitazioni in continuità con lo scorso autunno. Una lotta che, per essere vincente, non deve trincerarsi dietro una ottusa difesa del sistema pubblico già presente ma deve andare oltre rivendicando diritti, spazi e rivoluzionando l'università secondo i bisogni di chi l'università la vive tutti i giorni. Questo ddl deve ancora affrontare la discussione parlamentare, possiamo e dobbiamo fermarlo! Martedì 17 sarà un'occasione per rendere palese la nostra protesta, scendiamo in piazza!

Studenti e studentesse dell'Università e del Politecnico
contro la Riforma Gelmini

mercoledì 11 novembre 2009

Auto blu e caschi blu


Sull'inaugurazione dell'anno accademico 11 novembre 2009

Oggi in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico 2009/2010, abbiamo voluto esprimere il nostro dissenso nei confronti della politica che l'ateneo sta portando avanti negli ultimi anni. Dopo aver partecipato a un'assemblea di lavoratori e precari del Politecnico, in cui si è discusso principalmente dei problemi dei precari della ricerca, abbiamo deciso di prender parte a modo nostro all'inaugurazione. Una cerimonia a cui sono stati invitati politici, militari e rappresentanti di aziende private, ma non studenti, lavoratori e precari!

Il nostro ingresso è stato impedito in modo violento dalle forze dell'ordine, schierate davanti alle porte dell'aula magna. A dare man forte alla DIGOS è stata chiamata anche la celere, fino a quel momento chiusa nelle quattro camionette parcheggiate davanti al Politecnico. Un clima surreale: un'università assediata dalle forze dell'ordine, con transenne che impedivano di accedere al cortile, trasformato per l'occasione in parcheggio per le auto blu dei signori in toga e in pelliccia. Negli ultimi mesi questa è la terza volta che il rettore autorizza l'ingresso della polizia al Politecnico, e questo dimostra che stiamo andando incontro ad un'università sempre più chiusa e militarizzata, in cui non c'è possibilità di dialogo, ma solo di obbedienza.

Non per gentile concessione del prorettore Gilli, ma con l'astuzia siamo entrati dal retro, portando rumorosamente le nostre critiche e richieste, interrompendo l'inaugurazione blindata, formale e fatta di velleità, disturbando per una decina di minuti la corte al servizio dei signori. La generale indifferenza in cui è caduto il nostro intervento, con tanti ospiti illustri che abbandonavano la sala per evitare le contestazioni, dimostra ancora una volta la volontà di non considerare ed escludere gli studenti da qualsiasi processo decisionale all'interno dell'ateneo.

Vogliamo un sapere libero, non in mano alle aziende. Per questo continueremo a ribadire con tutta la nostra voce che il modello aziendale di università non ci piace, che dare in mano ai privati la guida degli atenei è la morte dell'istruzione pubblica. La cultura legata ad interessi privati seguirà le stesse logiche di mercato che stanno distruggendo la nostra società.

Col.Po – Collettivo Politecnico

domenica 8 novembre 2009

I surfisti del terzo stato



[www.ilmanifesto.it]
Forum sul presente e sul futuro degli atenei dopo la presentazione del disegno di legge Gelmini. E a pochi giorni dall'assemblea nazionale lanciata dai ricercatori precari e dalla Flc-Cgil. Il forum è stato condotto da Roberto Ciccarelli, Sara Farolfi, Benedetto Vecchi

Coniugare il bene comune con l'autonomia sociale delle persone, un nuovo Welfare del diritto alla mobilità, alla casa, al reddito con la lotta contro il precariato e una nuova politica per l'università e la ricerca. Sono i temi dell'assemblea nazionale convocata per il pomeriggio del 20 novembre prossimo dal «laboratorio» dei dottorandi e ricercatori precari dell'Onda e la Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil.


L'assemblea nazionale viene convocata da chi l'anno scorso si è riconosciuto nello slogan «L'Onda è irrappresentabile» e la Flc-Cgil. Su quali basi nasce questo rapporto?
Francesco Brancaccio. L'Onda è stata un movimento generale che ha parlato all'intera società e ha posto un problema politico al sindacato e alle forze politiche. Non penso che l'assemblea del 20 abbia lo scopo di riprodurre lo schema classico di una mobilitazione che chiede al sindacato di rappresentare istanze particolari. Il problema che abbiamo oggi è diverso. Dobbiamo costruire una mobilitazione larga che metta il sindacato davanti alla sua stessa crisi e, contemporaneamente, lo spinga a praticare delle aperture rispetto ai movimenti. Dobbiamo avere l'ambizione di aprire un percorso più generale di campagne tematiche sul terreno della formazione, del reddito e del nuovo Welfare. Il fatto che ci sia una convergenza su tale impostazione mi sembra un punto di partenza importante.
Giuseppe Allegri. Il rapporto con la Flc è nato nel corso dell'Onda. È una novità dopo anni di incomprensioni sui problemi della precarietà da parte della Cgil. È un rapporto dialettico che la Cgil, oggi isolata, dovrebbe raccogliere per investire sui lavoratori della conoscenza: docenti, ricercatori, scienziati, formatori, maestre e insegnanti, la vera ricchezza dell'Onda. Cosa non scontata, ma che le darebbe un ruolo innovativo anche rispetto al vecchio patto sociale e ancor più dinanzi all'afonia conservatrice della sinistra. Quanto ai movimenti si tratta di rilanciare le loro intuizioni sulla questione sociale, a partire dal reddito di base e dal nuovo Welfare, in cui il confronto con il sindacato è una parte utile.

Qual è stato invece il ragionamento che ha portato la Flc-Cgil a confrontarsi con i movimenti?
Francesco Sinopoli. Per noi non è una scelta casuale. La nascita della Flc è il risultato di un investimento che ha comportato forzature organizzative nella Cgil. I precari al nostro interno sono oggi più rappresentati rispetto a qualche anno fa. Questa situazione ci ha costretto ad innovare sia i contenuti dell'iniziativa sindacale che le pratiche del conflitto. Il confronto con i movimenti nasce dalla necessità di tenere insieme una riforma dell'università adeguata al bisogno sociale di sapere e un nuovo Welfare contro la precarietà. Oggi non è più possibile separare la formazione e la ricerca da un'idea complessiva del bene comune e della società. Nell'assemblea del 20 invitiamo chi vive nell'università a prendere parola, ma non vogliamo riprodurre le dinamiche corporative degli anni scorsi. Anche perché certe alleanze, quella con i rettori ad esempio, non si daranno più. Vogliamo provare ad andare oltre la lotta contro il Disegno di legge presentato da Maria Stella Gelmini e superare l'autunno con un percorso che metta insieme interessi diversi.

A differenza dell'anno scorso, la reazione contro il progetto della ministra Gelmini nel mondo universitario, come in quello politico, sembra ancora blanda. Avete l'impressione che si tratti di una riforma bipartisan?
Andrea Capocci. La riforma bipartisan è un tormentone che ci portiamo dietro da anni. In realtà non c'è mai stata un'opposizione di sistema contro le riforme. Del resto, sarebbe contraddittorio contrastare riforme che procedono in continuità da un governo all'altro. Più che dire però che c'è stata una risposta blanda, sottolineerei il fatto che la proposta di riforma è arrivata dopo un anno. La scelta del disegno di legge, e non del decreto, è una soluzione che prefigura tempi molto lunghi in cui il governo cercherà delle mediazioni in Parlamento. È la prova della capacità dell'Onda di praticare l'obiettivo, cosa che temo sia stata dimenticata da chi ha fatto parte del movimento. Se ancora oggi nel disegno di legge si parla dell'abolizione del ricercatore, questo è il risultato del movimento contro la riforma Moratti che ha fatto saltare il progetto cinque anni fa. Per questo non sarei così catastrofista sulla debolezza della risposta. La vedremo nel tempo.
Francesco Brancaccio. Sono d'accordo con Andrea: è stata la risposta dell'Onda ad imporre al governo di procedere con un più prudente disegno di legge. Il rinvio della riforma non ha fermato i tagli di 1,5 miliardi per l'università e di 7 per la scuola previsti dalla legge 133, ma ha comunque congelato l'azione del governo sull'università per più di un anno. Non perdiamo di vista che il Ddl è l'ennesima riforma a costo zero in un paese che non investe nella conoscenza e disprezza le intelligenze. Ciò non basta ad impedire a molti atenei, come la Sapienza, di adeguare i propri statuti prima ancora che la riforma diventi legge. La drastica riduzione del numero di facoltà per ogni ateneo viene fatta sulla base di presunti criteri di efficienza e produttività, laddove bisognerebbe semmai interrogarsi sulla crisi dell'attuale assetto delle discipline scientifiche. Tutto ciò impone una ripresa immediata delle mobilitazioni.
Francesco Sinopoli. Ho dei dubbi sul fatto che questa riforma sia bipartisan. Vorrei capire con quale altra parte sia stata concordata. Chi è stato fino ad oggi il responsabile università del Pd o dell'Idv? Rispetto al 2004 con la Moratti, si fa fatica a capire con chi dovremmo relazionarci all'interno dell'opposizione per fare, banalmente, un'audizione parlamentare. Questa situazione complicherà il lavoro. Non c'è dubbio però che sia avvenuto uno scambio con una parte del mondo accademico. Conferire poteri maggiori al rettore eletto solo dagli ordinari dice molto sul consenso che ha questa riforma. Così come il nuovo concorso che in realtà riproduce le solite logiche, non scalfisce il potere degli ordinari. C'è poi lo scambio con l'Aquis, il consorzio delle 13 università «virtuose» a danno delle università «improduttive», soprattutto meridionali, che ha spaccato il fronte accademico con la Conferenza dei Rettori (Crui). Ma questo non significa che l'accordo riguardi tutte le componenti dell'accademia. L'impostazione verticistica della riforma produrrà un assetto di potere che scontenterà molti, al di là dei precari e degli studenti.

A vostro parere il Disegno di legge affronta la situazione drammatica di un'università che ha mancato tutti gli obiettivi del processo di Bologna stabiliti 10 anni fa?
Cesare Gruber. La riforma Gelmini la ignora del tutto. Anzi, è un arretramento rispetto alla riforma Berlinguer del 1997. È molto italiana perché prospetta, fintamente, una sistemazione per migliaia di precari, ma blocca la formazione dei dottorandi attuali. Legarci in Italia con 10 anni di precariato, dopo i quali non c'è alcuno sbocco, significa negarci la mobilità ed isolare l'Italia rispetto all'Europa dove viene garantita.
Francesco Vitucci. Questa riforma non garantisce alcuna continuità di reddito per chi lavora da precario nella ricerca e manda avanti l'università. È irresponsabile perché danneggia l'autonomia del reddito che costituisce l'autonomia sociale dei singoli. Letteralmente folle è poi non prevedere un canale alternativo dopo i 6 anni di contratto a tempo determinato per i ricercatori. Se si vuole dare una stabilità secondo il merito, allora il merito deve premiare la produzione scientifica e culturale e non quello fiscale premiando gli atenei «virtuosi». Senza contare che il Ddl parla a malapena del dottorato e della necessità di cancellare i dottorati senza borsa.
Antonello Ciervo. Ricordo la finanziaria del 2000 del governo Amato che introduceva le Fondazioni nell'università. Avrebbero dovuto catalizzare investimenti privati, ma così non è stato. Le imprese, come nel polo farmaceutico di Chieti, hanno fatto «mordi e fuggi» e nel breve-brevissimo periodo hanno di fatto ritirato i fondi per la ricerca. Dove invece queste fondazioni sono decollate, hanno semplicemente posto in essere speculazioni immobiliari che sono servite per l'apertura di nuove sedi, magari pure decentrate.
Francesco Sinopoli. Quanto all'idea della Gelmini di introdurre nei consigli di amministrazione «almeno» il 40 per cento di esterni l'efficacia è tutta da dimostrare. Sono anni che si sente parlare di università aperte al territorio, ma ciò non è mai avvenuto. È l'elemento ricorrente in tutte le riforme. L'autonomia voluta dalla Gelmini si tradurrà in tanti Consigli di amministrazione con sedie vuote. Solo poche università codificheranno le relazioni già esistenti con l'impresa o le amministrazioni locali. Le altre andranno a mendicare. Avremo così un sistema di formazione più modesto, con una ricerca penalizzata che ricalcherà modelli aziendalistici non praticabili nel nostro paese, oltre che non condivisibili.

In questo disegno di legge, si parla tanto di valutazione. Voi cosa ne pensate?
Andrea Capocci. La valutazione è il caposaldo dell'ideologia bipartisan sull'università. Il suo obiettivo è di separare la riforma dell'università da quella del Welfare. Come ricercatore non posso non essere a favore della valutazione. Io lavoro per ampliare la conoscenza. Il problema è che se l'università di Milano riceve i fondi di quella della Calabria le disparità aumentano. Se invece si portano fondi in Calabria, allora si capisce che un sistema di valutazione va adottato in base ad una politica democratica. Un'altra cosa è valutare le università e, insieme, garantire il diritto alla mobilità, alla casa, al reddito, insomma un nuovo Welfare universalistico. Senza questa cornice, ogni valutazione diventa conservatrice. In un'economia della conoscenza, formazione, ricerca e Welfare sono la stessa cosa.

Ma è possibile misurare la produttività di un lavoro come quello della conoscenza?
Andrea Capocci. Non è solo difficile capire cosa significa produttività della ricerca, ma è altrettanto difficile capire cos'è produttivo nella trasmissione delle conoscenze. Spesso vengono separate, sebbene l'università faccia entrambe le cose. Nella conoscenza non esiste uno strumento di misura sganciato dall'obiettivo della misura stessa. Non si può definire prima cos'è la produttività, se non si sa a cosa serve una ricerca. In Italia non c'è solo il problema dei fondi. È che non esiste una discussione pubblica sulla ricerca, né sugli obiettivi che dovrebbe avere la nostra economia della conoscenza. Se non c'è questo, ogni valutazione vivrà in un vuoto pronto ad essere occupato da chi ha le armate più potenti.

Che idea di università esporrete all'assemblea del 20?
Antonello Ciervo. L'Onda non ha fatto solo una critica del potere dei baroni. Ha detto che oggi è in gioco l'università pubblica in quanto diritto. La sua idea di autoriforma ha sparigliato le carte rispetto ad un problema classico dei movimenti, il diritto allo studio. Autoriforma significa che l'università è innanzitutto un bene comune. E, in quanto bene comune, il movimento cerca di riappropriarsi dal basso dell'università in quanto luogo di trasmissione e di produzione del sapere. Su questa base a Perugia abbiamo conquistato consenso anche nel sindacato e nei partiti. Nell'Onda ha preso parola quello che con Sieyès chiamerei un nuovo «Terzo Stato», una soggettività che non ha nessun diritto ma che per questo paese è tutto.
Giuseppe Allegri. Magari fosse vero. Un terzo Stato dei lavoratori della conoscenza permanenti anche se retribuiti a intermittenza. Dopo 15 anni di precariato istituzionalizzato, questo terzo Stato capirà che le lotte corporative non bastano. La nostra generazione non può rassegnarsi a farsi ridurre all'invisibilità. Bisogna ridare dignità pubblica ad un'idea critica di università e di ricerca rispetto ai poteri.
Andrea Capocci. Penso che l'università dovrà diventare un centro erogatore di conoscenza che dia alle persone autonomia nel ciclo produttivo e una formazione permanente gratuita che sia un diritto e non un dovere per il lavoratore. Da quando l'Italia è diventata un paese postindustriale, scuola e università sono state inserite nelle reti dell'economia della conoscenza. Il problema è che questo è stato fatto al di sotto della soglia che permette l'autonomia. Fatto ancora più grave è che l'università non si è accorta di essere passata da un ruolo condiviso ad uno al servizio di un mondo produttivo che non vuole innovazione. Riacquisterà legittimazione sociale solo se smette di essere neutrale rispetto a questo processo. I saperi non devono essere trasmessi assecondando il ciclo economico al ribasso in cui l'Italia si trova oggi. I saperi devono essere usati come strumenti di opposizione e di garanzia sociale per il reddito. Se si esce dall'università sapendo usare solo un software della Microsoft, diventi precario nel giro di un anno perché sai fare solo quello. Chi invece ha competenze a largo spettro, da un'azienda se ne va perché sa riconvertirsi ed è meno ricattabile.
Francesco Vitucci. Parleremo di un'università della conoscenza che permette di avere un potere di innovazione, di non essere schiavi di chi ha bisogno solo delle tue mansioni e non della tua intelligenza, rispetto ad un'università della formazione che tende ad alleggerire l'impresa dai costi della formazione dei lavoratori che le spetterebbero. Questo è il punto.

Sette voci dall'università. Tra precarietà e indipendenza
Francesco Brancaccio è dottorando in Teoria dello stato alla Sapienza e partecipa ai «laboratori precari» della rete romana dei dottorandi e dei ricercatori precari. Giuseppe Allegri insegna a contratto Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza e fa parte della Rete Nazionale dei Ricercatori Precari. Francesco Sinopoli fa parte della Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) nazionale della Cgil ed è dottorando in Diritto del lavoro all'università di Bari. Andrea Capocci è borsista di postdottorato in Fisica alla Sapienza, fa parte dei «laboratori precari» romani. Cesare Gruber è dottorando in biofisica alla Sapienza e fa parte dell'Associazione dei dottorandi Italiani (Adi). Francesco Vitucci è dottorando in fisica alla Sapienza ed è membro dell'Adi. Antonello Ciervo è dottore di ricerca in diritto pubblico e partecipa al coordinamento dei precari dell'università di Perugia.

giovedì 5 novembre 2009

Migliaia di studenti e studentesse in corteo a Palermo!


[9nov09] Presidio in occasione del Senato Accademico: do the right thing!


DO THE RIGHT THING!


L'università è in crisi e questa non è una novità; la novità è che da quest'anno i tagli iniziano a essere visibili giorno per giorno.

Si scopre che l'offerta formativa si è ridotta; che molti docenti a contratto non saranno pagati per il loro lavoro; che le biblioteche hanno disdetto gli abbonamenti alle riviste e il personale è stato tagliato o reso sempre più precario; che decine di assegni di ricerca non saranno rinnovati; che per pagare i tagli l’ateneo aumenta le tasse per gli studenti; che le borse di dottorato sono la metà, un terzo, un quarto di quelle dell'anno scorso.

Si scopre, insomma, che l'università sta drasticamente riducendo la propria offerta di servizi, ricerca e formazione.

Siamo noi - precari della ricerca, studenti, dipendenti delle cooperative - che sopportiamo il peso maggiore di questi tagli; siamo noi, ancora, a non avere alcuna voce in capitolo rispetto alle decisioni che vengono prese in un momento così critico.

La riforma universitaria varata dalla Gelmini non solo non offrirà alcuna soluzione a questo stato di cose, né fondi aggiuntivi per l’università, ma contribuirà ulteriormente a spegnere gli ultimi barlumi di democrazia interna.

La crisi di oggi segna la fine di un'epoca: non si può far finta che qualche aggiustamento cosmetico e qualche fondo regalato agli atenei "virtuosi" ci permetteranno di far quadrare i conti. Se non si prende atto di questa situazione la sola cosa che i rettori Profumo e Pellizzetti sono in grado di garantire è il tranquillo affondamento dell'università, con loro nella parte dei commissari liquidatori.

C'è un solo modo sensato di affrontare quello che abbiamo davanti:

- Anche in tempi di fondi insufficienti le scelte dell'università contano, e conta come verranno prese. Per questo bisogna che siano prese in modo trasparente, coinvolgendo anche coloro che sono esclusi dagli organi di rappresentanza. Prossimamente si avvierà la discussione sul bilancio: vogliamo che questa discussione si svolga nel modo più aperto e democratico possibile.

- Ci viene detto che la drastica riduzione dell'offerta dell'università ci è imposta dai tagli ministeriali. Benissimo, allora i rettori di università e politecnico prendano atto dello stato di crisi e presentino le proprie dimissioni, creando un caso nazionale e costringendo il governo a spiegare come mai i "virtuosi" atenei torinesi (rispettivamente all'ottavo e al secondo posto nella classifica ministeriale) dichiarano di non poter andare avanti così.

- Se la crisi è così grave allora coinvolge tutti: si apra dunque un tavolo di crisi fra atenei, enti locali, studenti e lavoratori, che elabori un piano complessivo per salvare l'università garantendo la continuità di formazione e ricerca. Tavoli di confronto devono essere aperti sui temi più specifici (ricerca, diritto allo studio, servizi, ecc.) con tutte le parti coinvolte.

Chi oggi fa finta di niente sta suonando il suo trombone sul ponte del Titanic che affonda; poco importa stabilire se l'origine dell'iceberg sia la gelmini o i (molti) mali dell'università come la conosciamo.

La domanda è: cosa volete fare adesso?
FAI LA COSA GIUSTA!
LUNEDI' 9 NOVEMBRE H. 12.00 NELL'ATRIO DI PALAZZO NUOVO
PRESIDIO IN OCCASIONE DEL SENATO ACCADEMICO
picnic bellavita: porta qualcosa da mangiare anche per il rettore

Prime adesioni: Bibliocooperativisti - Precari della ricerca discipline umanistiche e scienze sociali - Collettivo Universitario Autonomo - Coordinamento precari FLC-CGIL Piemonte - Coordinamento Precari della Ricerca (POLITO) - Rete Nazionale Ricercatori Precari (Torino)

martedì 3 novembre 2009

Blitz dell'Onda al ministero dell'università!


Malcontento e (o) movimento?


Quale democrazia all’Università?

Le mobilitazioni del Politecnico di qualche settimana fa hanno sollevato molte domande chiare, e una soprattutto: quanto è “democratica” la gestione delle risorse, della didattica e del personale dell’ateneo?

Crediamo che sia la domanda centrale da porre in questo momento, perché affronta il nesso tra università e potere nel senso più ampio: i poteri interni all’università e il rapporto dell’università con il potere in senso eminente, con il governo. In questi giorni entra nel dibattito parlamentare una riforma universitaria – la terza degli anni 2000, dopo il 3+2 per gli studenti e il 3+3 per i ricercatori – che, tra tagli e retorica del merito, affronta direttamente il tema della governance, e non è un caso. Dopo la trasformazione degli studenti in clienti nel 2000, con la logica debiti/crediti, il sanzionamento giuridico della precarietà infinita delle figure della ricerca nel 2005 e la mannaia dei tagli tremontiani della 133/2008, l’Università è in crisi, e da questa crisi potrà uscire solo con un nuovo assetto di potere e con una nuova bilancia tra pubblico e privato.

In realtà, sappiamo che la crisi dell’università non è il prodotto delle riforme, ma il loro presupposto; una crisi che le riforme non riescono a governare, e che dunque provano a gestire con una trasformazione autoritaria proprio di quelli che sono, per ogni ateneo, gli organi di governo: senato accademico e cda. Se analizziamo il percorso che dai tagli ha portato alla riforma odierna, in poco più di un anno, ci rendiamo conto di quanto fu sbagliato lo slogan che scegliemmo all’inizio (“Tutta l’università contro la Gelmini”) e di quanto fu azzeccata, invece, la formula utilizzata al senato accademico allargato del novembre scorso per rivolgerci al rettore (“O sei parte della soluzione, o sei parte del problema”). Abbiamo forse visto prese di posizione significative da parte del corpo docente (ci si risparmi la litanie delle mozioni critiche dei consigli di facoltà, mere foglie di fico per nascondere l’immobilismo) nell’autunno scorso?

Il rettore si è forse dimesso, ha forse fomentato prese di posizione contro il governo da parte della crui che, di fatto, non ci sono mai state? L’intervento del rettore davanti al corpo docente e al movimento studentesco, il 13 novembre 2008, puntò esclusivamente a magnificare la situazione contabile di Unito. Nel momento in cui tutti criticavano il ministro, Pellizzetti sembrava sentirsi sotto attacco; forse che abbia visto più lontano lui?

La crisi di Unito

Sarà un caso, ma poche settimane dopo comparivano indiscrezioni sui giornali riguardo all’esistenza di un enorme buco finanziario dell’ateneo. Il direttore amministrativo di dimetteva, rimpiazzato, e via Po 18 si barricava in un assordante silenzio. Dove erano finiti quei soldi? Quanto era grande il buco? Chi lo avrebbe riempito? Il rettore pensava piuttosto a inaugurare l’anno accademico che, anche se non avrebbe visto l’ermellino, ne avrebbe comunque viste di tutti i colori, con la blindatura militare del rettorato di fronte al pericoloso esercito di alcune centinaia di precari e studenti, nell’auspicio che la minaccia della violenza avrebbe attutito la sensazione, o puzza, di “marcio”.

Nel frattempo svanivano le speranze dei precari di uno sblocco della loro situazione, i tentativi di trovare sponda tra gli strutturati si rivelavano infruttuosi, e in cambio venivano banditi gli ormai celebri “contratti a zero euro” (ma va dato atto che alcuni sono anche a 50 euro!) con i quali parte della voragine tagli/buco sarebbe stata sanata: offerta didattica gratis da parte dei precari in cambio di assegni di ricerca (proposta indecente e indegna che qualche strutturato “amico di precari” ha anche fatto platealmente e di persona).

Dopo questo triste naufragio delle speranze precarie il bicchiere si è rivelato mezzo vuoto e mezzo pieno, nella misura in cui, se da un lato la maggior parte degli interessati era sorda al richiamo di un appello contro i contratti-furto, una agguerrita minoranza ha resistito sulle sue posizioni e ha continuato a incontrarsi fino a oggi. Dopo l’inaugurazione dell’anno accademico anche i precari del poli hanno protestato, insieme agli studenti, contro le politiche del rettore Profumo, che nel frattempo costruiva il monumento peggiore all’università in crisi, il sedicente “g8 dell’università”. Nell’evento mediatico si esprimeva la retorica vana di una casta senza morale e senza progetti se non quello di assicurare il proprio potere anche nell’incancrenirsi della crisi universitaria. Come in occasione dell’anno accademico, tutte le componenti universitarie si opposero alla pagliacciata di Profumo & Company. Anche in questo caso, stavolta a livello studentesco, la realtà si rivelava sfaccettata. Se c’era chi puntava il tutto per tutto sulle divisioni fratricide e sulle polemiche, i blocchi metropolitani e la grande manifestazione del 19 maggio, con annessa la legittima non accettazione della zona rossa – dispositivo simbolico quanto mai significativo, dal momento che essa è quella che ora non la polizia, ma la riforma, vuole blindare con una governance ancora più autoritaria – mostravano una vitalità impensata del movimento studentesco, che si sarebbe confermata in tutta Italia dopo gli arresti dell’estate.

Che la gestione della crisi fosse rivolta contro gli studenti, oltre che contro i precari, lo hanno dimostrato un mese dopo gli aumenti delle tasse. Solo grazie a una mobilitazione puntuale degli studenti, l’impatto è stato meno duro del previsto, e comunque c’è stato, alla faccia dell’obbligo di legge, ignorato da anni, del tetto del 20% dell’FFO. Attacco che si è concretizzato, a livello di facoltà, anche nella minaccia di tassa sui laboratori. È vero che queste cose non sono passate, ma è sempre bene ricordarsi chi le ha proposte per distinguere meglio, d’ora in avanti, tra “soluzioni” e “problemi”. Le stesse facoltà, d’altra parte, a partire da Lettere e Psicologia hanno proseguito l’attacco dai piani bassi con l’eliminazione di finestre esami, impedita in parte a Lettere dalla mobilitazione studentesca (eliminazione che neanche ha a che fare col risparmio, ma i professori avranno pensato: visto che oggi si accetta tutto, togliamoci anche un po’ di lavoro). Infine, occorre ricordare i tagli agli orari e ai servizi delle biblioteche (per esempio le stampe, ora a pagamento per tutti, ricercatori e studenti, in alcune biblioteche) e al loro personale, solo in parte rientrati (c’è ancora chi rischia il posto).

Di fronte a tutto questo, ben sappiamo quanto poco i “risparmi” abbiano inciso sull’apparato dell’ateneo e sulle sue clientele (alcuni degli stipendi degli amministratori sono sul portale alla voce “trasparenza”), compresi i contratti a 20.000 euro ai docenti in via di pensionamento. E del resto lo stesso governo, che già con il decreto 180/2008 aveva strizzato l’occhio ai docenti ordinari (riforma dei concorsi) di recente ha loro aumentato ancora per decreto gli stipendi, e nella riforma un ulteriore aumento è previsto. Che si tratti di comprare ulteriormente il benestare dei baroni per bastonare meglio lavoratori, studenti e precari? Ma figuriamoci…

“Virtù” e “merito”, potere e democrazia

Nell’assenza di proposta didattica degna e nel disamore totale degli studenti, con l’aumento dei costi di vita per tutti e nello sfruttamento bestiale e parassitario da parte degli atenei di personale e precari, il ministero dà le pagelle e costruisce gerarchie immaginarie, oltre a quelle vere. La classifica degli atenei “virtuosi” (cioè quelli che risparmiano di più indebolendo il pensiero e aumentando lo sfruttamento selvaggio) pubblicata in estate ha sortito l’effetto sperato, esacerbando la guerra del tutti contro tutti a livello nazionale di cui Pellizzetti è sempre stato un campione. Successivamente, la sezione della riforma dedicata al concetto di merito – che noi intendiamo decostruire fin nelle fondamenta – ha ipotizzato un’università dove solo i “migliori” sono aiutati dallo stato e accedono all’eccellenza, a scapito di tutti gli altri, i “peggiori”. Anche qualora condividessimo questo ridicolo darwinismo studentesco, non potremmo dichiararci soddisfatti: l’accesso ai “meritevoli” è dato a un sistema universitario a pezzi e senza speranze di rialzarsi, dove l’offerta didattica è in ginocchio e i costi sono scaricati comunque sulla totalità degli studenti. Come in una forbice marxiana, assistiamo a una proletarizzazione dei soggetti deboli e ad un rinsaldamento dei privilegi politici ed economici di una casta (ricorda qualcosa?). I richiami alla “virtù” e al “merito” sono una truffa, e come tali vanno affrontati.

Oggi a uno di vertici della forbice c’è una minoranza compatta e ostinata, che sa che potrà giocare il doppio ruolo della vittima del ministero (pubblicamente) e del carnefice di chi veramente sta pagando la crisi dell’università (nel segreto, rotto per ora molto parzialmente dalle interne “forze amiche”, delle sedute dei senati accademici e dei cda); all’altro lato della forbice c’è una massa sotto continuo attacco. In questo contesto, è scandaloso che vi siano rappresentanti degli studenti che si identificano con l’istituzione universitaria e, anziché votare “no” a tutto in questa fase di “prendi soldi e scappa” – ci furono tentennamenti persino sulle tasse – si fanno insaponare dal rettore o dalla direttrice amministrativa. I rappresentanti degli studenti, soprattutto quelli che provengono dall’onda, sono tenuti a esprimere le decisioni del movimento degli studenti o dei precari, o dei due soggetti insieme, e non per fare un favore a qualcuno, ma perché questo è il loro unico possibile ruolo utile, ed un loro dovere politico.

Come rompere con questa situazione? Bisogna (1) ripartire dalle lotte e (2) avere fiducia in esse. Non bisogna spaventarsi per il fatto di essere minoranza, gli studenti, i lavoratori e i precari oggi disposti a mobilitarsi, rispetto alla popolazione universitaria, perché oggi più che mai dobbiamo parlare di una situazione generalizzata, evidente a tutti. Minoranze attive di studenti o precari oggi parlano il linguaggio e esprimono gli interessi del 95% del mondo universitario, e non possiamo perdere questa occasione per ribaltare i rapporti di forza. Molti di quelli che tacciono o sono immobili, lo sappiamo benissimo, parleranno e si muoveranno quando saremo capaci di portare i problemi all’attenzione pubblica. L’unica strada percorribile è attirare l’attenzione dei media su unito, denunciare alla stampa pubblicamente l’esistenza di una crisi e di un dispositivo politico per far pagare a studenti e precari questa crisi, che è già in funzione: l’ateneo lo mette in atto, il ministero pone le basi, con la riforma, per un rafforzamento dei suoi principi di potere. Tutto questo va messo in discussione e, se di dimissioni del rettore si deve parlare, che siano le dimissione per le sue responsabilità come controparte, e non come impossibile alleato contro la Gelmini.

Oggi abbiamo l’occasione – coordinandoci, discutendo, agendo insieme – di far saltare il banco: un banco che non dobbiamo più scusare, e a cui non dobbiamo più rivolgerci come a un interlocutore politico, ma come a una controparte.

Questo è, perché questo ha scelto di essere. Solo tracciando una linea netta potremo essere riconosciuti pubblicamente per quello che siamo, cioè – nelle diverse articolazioni che assume il movimento – l’espressione di una forza reale all’università.

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.com