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mercoledì 19 maggio 2010

L’occupazione del Rettorato prosegue. E questo è solo l’inizio...


Prosegue l’occupazione del Rettorato dell’Ateneo torinese da parte degli studenti e dei ricercatori universitari. Nel corso della giornata di mercoledì si sono tenute assemblee, momenti formativi e volantinaggi in varie parti della città.

Stiamo presidiando il Rettorato in opposizione ai tagli economici e ai disegni di riforma (DDL 1905) del duo Gelmini-Tremonti. Governo e opposizione stanno varando un’idea di università “aziendale”, al servizio di interessi privati. Un’idea molto lontana dal carattere di “bene sociale comune” che dovrebbe contraddistinguere l’Istruzione Pubblica.

Una mobilitazione nazionale che vede la nostra città come protagonista: i numeri della partecipazione torinese e la sua radicalità non trovano eguali – per ora – in nessun altro ateneo italiano. Oggi possiamo dirlo: Torino è indisponibile!

Nelle prossime giornate una varietà di appuntamenti si alterneranno nel cortile del Rettorato (programma in “eventi”) : seminari, dibattiti, cineforum e assemblee per dimostrare il ruolo centrale della cultura, a dispetto di chi vuole un paese istruito a suon di “Porta a Porta” e reality shows.

Incontreremo alcuni sindacalisti della FIOM – Torino, perchè non si può parlare di formazione senza parlare di lavoro. Saremo coi lavoratori del Teatro Regio che manifestano contro il nuovo decreto Bondi, foriero di tagli, licenziamenti e dequalificazione dell’offerta culturale pubblica.

Durante la settimana proseguiranno i momenti di protesta con azioni di flash-mob e volantinaggi in diverse parti della città, nelle facoltà e nelle sale studio. Sabato 22 ci uniremo al grande corteo unitario indetto dal Tavolo della Formazione, a cui parteciperanno tutti i soggetti della pubblica istruzione, dalla scuola elementare all’università.

Tutto il mondo dell’università è chiamato a raccolta SABATO alle 14 NEL RETTORATO OCCUPATO, per unirci al corteo che partirà da Palazzo Nuovo alle 15. Tutte le mattine alle 10 COORDINAMENTO AZIONI. Tutte le sere alle 19.30 ASSEMBLEA! Siete tutti invitati a partecipare

STUDENTI NEL RETTORATO

lunedì 17 maggio 2010

Mobilitazione contro il Ddl 1905 "Gelmini" sulla riforma dell’Università


Tutta l’università si mobilita per dire NO:

- a tagli che comprometteranno fortemente il diritto allo studio, la qualità di didattica e ricerca e la sicurezza lavorativa di precari ed esternalizzati;

- all’aumento della contribuzione studentesca per coprire i tagli;

- all’emarginazione della ricerca dalle funzioni fondanti delle Università;

- alla deriva aziendalistica e dirigistica delle Università;

- alla marginalizzazione dei ricercatori attuali;

- alla progressiva estensione della precarizzazione della ricerca e della didattica, attualmente già a livelli drammatici.

Si associano nella protesta studenti, ricercatori, professori, precari della ricerca e della didattica ed il personale tecnico amministrativo, sia interno sia esternalizzato: tutti fortemente preoccupati per il futuro, ritengono che l'Università vada riformata ma non a discapito della sua natura pubblica e del rispetto di chi, da anni, lavora al suo interno, anche con forme contrattuali atipiche e prive di tutele.

Per opporsi a questo disegno di legge i ricercatori hanno annunciato la loro indisponibilità a svolgere attività didattica (non obbligatoria per legge): il prossimo anno accademico è quindi seriamente a rischio.

Invitiamo tutti a supportare la protesta aderendo alla Settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio con la sospensione di tutte le attività didattiche (lezioni, esami, ricevimenti) e la partecipazione alle assemblee pubbliche:

    • Giovedì 13 maggio ore 9,15 in Rettorato: Assemblea del personale tecnico amministrativo indetta dalle rappresentanze sindacali;
    • Martedì 18 maggio: Giornata nazionale di mobilitazione con occupazione simbolica del Rettorato. Ritrovo ore 14.00 davanti a Palazzo Nuovo per poi muoversi in corteo fino al Rettorato;
    • Mercoledì 19 maggio: Manifestazione nazionale a Roma davanti al Parlamento;
    • Sabato 22 maggio: Manifestazione cittadina di Università e scuole elementari, medie e superiori.

    martedì 11 maggio 2010

    Assemblea generale d'Ateneo

    martedì 11 maggio - ore 14
    Aula Magna Primo Levi (via Pietro Giuria 7)


    Assemblea Generale d'Ateneo indetta dai ricercatori aperta a tutte le componenti dell'Università in cui si discuterà:

    - la situazione attuale e le prospettive della protesta a livello locale e nazionale,

    - le richieste da portare al ministero,

    - le iniziative di supporto da intraprendere nei prossimi giorni e il coordinamento tra le varie componenti universitarie

    Di seguito ecco l'appello per l'assemblea :

    Carissim*,

    come saprete, il DdL Gelmini e i tagli al fondo di funzionamento dell'Universita' minacciano di creare una situazione insostenibile per l'Universita' pubblica e in
    particolar modo per i ricercatori.

    In risposta a questa situazione, a partire da febbraio molti ricercatori di Torino hanno deciso di dichiarare l'indisponibilita' a ricoprire incarichi didattici non obbligatori per legge. Questa forma di protesta e' ormai ampiamente diffusa a livello nazionale in piu' di 30 atenei (compresi tutti i piu' grandi), come potete verificare sul sito wpage.unina.it/apezzell/sito/unidoc/index.html.

    A Torino l'adesione alla protesta e' stata manifestata dai colleghi delle facolta' di Agraria, Economia. Farmacia, Lettere e Filosofia, Lingue, Psicologia, Scienze della Formazione, Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Scienze Politiche e Veterinaria. Attualmente coinvolge piu' di 450 ricercatori sui 900 totali.

    Le richieste dei ricercatori sono state delineate il 29 aprile in un'assemblea nazionale a Milano che ha visto la partecipazione di piu' di 200 delegati provenienti da 35 universita', e si e' conclusa con l'approvazione di un documento (in calce e in allegato) in cui trovate un elenco dei punti critici sollevati e le richieste dei ricercatori indisponibili.

    Il DdL Gelmini, nel quale sono contenute le varie norme lesive per l'Universita' pubblica e in particolar modo per i ricercatori strutturati e precari, e' in fase di discussione al Senato e presto approdera' alla Camera: in quella sede ci sara' l'ultima occasione per ottenere modifiche sostanziali, prima di dover mettere in atto l'annunciata indisponibilita'.

    Ad oggi sono in corso da parte del Ministero prese di contatto con vari esponenti del movimento dei ricercatori, finalizzate a creare le condizioni per una trattativa diretta ministero-ricercatori indisponibili sulla base del documento di Milano.

    Per dare forza alle richieste dei ricercatori, tutte le associazioni sindacali e della docenza hanno indetto una settimana di mobilitazione unitaria (in allegato) per lasettimana del 17 al 22 maggio, alla quale i ricercatori torinesi riuniti in assemblea hanno deciso di partecipare astenendosi da tutta l'attivita' didattica (corsi ed esami) e organizzando iniziative per informare gli studenti e l'opinione pubblica sul grave pericolo che incombe sugli Atenei italiani.

    Per avere l'opportunita' di discutere ed informarsi sulla situazione attuale e le prospettive future vi invitiamo ad intervenire ad una

    ASSEMBLEA GENERALE - Martedi' 11 Maggio, ore 14:00 presso
    l'Aula Magna Primo Levi, via Giuria 7

    aperta a *tutte* le componenti dell'Universita', nel quale verra' discussa la situazione attuale e le prospettive della protesta a livello locale e nazionale, le richieste da portare al ministero, le iniziative di supporto da intraprendere nei prossimi giorni e il coordinamento tra le varie componenti universitarie.

    Sperando di vedervi numerosi, un caro saluto
    Alessandro Ferretti per il Coordinamento Ricercatori UniTo

    martedì 4 maggio 2010

    Università, una settimana di blocco I ricercatori: "Per noi nessun futuro"


    [www.repubblica.it] Dal 17 al 22 maggio è previsto uno stop della didattica in tutti gli atenei italiani. Il 19 una manifestazione davanti al Parlamento 

    di Manuel Massimo

    Un fatto è certo: se i ricercatori decideranno di non salire in cattedra molti corsi di laurea non potranno partire per mancanza dei requisiti minimi di docenza. L'offerta formativa del prossimo anno accademico è dunque legata a doppio filo alla piega che prenderà il disegno di legge Gelmini sull'Università, ora all'esame della Commissione Istruzione del Senato. La principale questione che tiene banco - completamente bypassata dal ddl e non proposta neanche in uno degli 800 emendamenti presentati - riguarda la figura del ricercatore universitario cui non viene riconosciuto lo status giuridico di docente, nonostante siano proprio i ricercatori a ricoprire attualmente il 40% della didattica ufficiale.

    La mobilitazione. L'assemblea dei ricercatori del 29 aprile a Milano, con delegazioni da 32 atenei italiani, ha confermato la settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, con blocco della didattica, occupazione simbolica degli atenei il 18 e manifestazione nazionale davanti al Parlamento mercoledì 19. Se il disegno di legge dovesse passare senza modifiche sostanziali, l'assemblea ha inoltre ribadito "l'indisponibilità a tutte le forme di didattica frontale non obbligatoria richiamando formalmente i nuclei di valutazione a non considerare i ricercatori per la formulazione dell'offerta formativa 2010/2011".

    Il documento. Al termine dell'assemblea è stata approvata una mozione unitaria in cui si esprime "forte preoccupazione" per i contenuti del ddl, in particolare per "la precarizzazione della ricerca" e per "la deriva aziendalistica e dirigistica delle università". I punti più "caldi" che sono stati discussi riguardano la riorganizzazione delle fasce di docenza e le progressioni di carriera, senza dimenticare l'inquadramento della nuovissima figura pre-ruolo introdotta dal ddl, quella del "ricercatore a tempo determinato" che dura al massimo 6 anni (3+3).

    Tenure track. Un tema strettamente connesso alla figura del ricercatore a tempo determinato è quello della cosiddetta tenure track, ovvero il percorso certo dell'immissione in ruolo. Una certezza in realtà molto aleatoria: in base al ddl, trascorsi i due trienni previsti e ottenuta l'abilitazione, gli atenei "possono procedere" alla loro chiamata diretta con funzioni di professore associato. Ma senza l'assegnazione di risorse specifiche e  in mancanza di un'adeguata programmazione negli anni la stabilizzazione resta legata a mere ragioni di budget. In un sistema, peraltro, già sottofinanziato.

    Senza status. La riforma Gelmini articola la docenza in due fasce (ordinari e associati) e non prevede che i ricercatori abbiano lo status di "docenti". Secondo il coordinatore del Cnru (Coordinamento nazionale ricercatori universitari) Marco Merafina si tratta di un'evidente disparità: "Vogliamo una rimodulazione delle fasce di docenza verso una piramide effettiva, non con una larghissima base fatta di precari. Per questo dove sussistano i requisiti di didattica e ricerca chiediamo che i ricercatori siano inquadrati come docenti di seconda fascia cioè associati, senza oneri per lo Stato".

    Ruolo unico. Di tutt'altro avviso è Alessandro Ferretti, ricercatore del Dipartimento di Fisica sperimentale dell'Università di Torino e portavoce del Coordinamento UniTo: "Chiediamo un ruolo unico della docenza che non implichi una subordinazione gerarchica all'interno dell'ateneo. Se i ricercatori dovessero diventare professori associati 'ope legis' sarebbe disastroso soprattutto per i giovani precari della ricerca: il ruolo verrebbe saturato e l'università non assumerebbe più nessuno". E aggiunge: "Una cosa è certa: non ci interessa fare i professori ordinari tra le macerie, senza un'università pubblica che funzioni".

    Il dialogo necessario. I nodi da sciogliere e gli aspetti da limare sono molteplici e - in vista della votazione in aula a Palazzo Madama (prevista per il 18 maggio) - si moltiplicano le richieste di incontri e chiarimenti. Si profila un tavolo tecnico al ministero dell'Università che coinvolga tutte le componenti interessate, per affrontare le questioni più spinose.

    lunedì 3 maggio 2010

    Unito, l'università è in crisi!


    [www.infoaut.org]
    La protesta contro la riforma Gelmini all'università di Torino continua! Ricercatori studenti e precari ottengono una presa di posizione ufficiale del senato accademico!

    Un nutrito presidio ha quest'oggi ottenuto che il senato accademico approvasse alcune delle rivendicazioni portate da ricercatori, precari e studenti. Non tutto è stato facile e scontato: il senato accademico, da sempre incline a evadere le istanze spinte dal basso, ha inizialmente cercato di procrastinare e relegare a margine la discussione sui punti all'ordine del giorno riguardanti la protesta no Gelmini. I presidianti non si sono fatti però cogliere impreparati: hanno deciso di bloccare la seduta del senato e, mettendo alle strette il rettore Pelizzetti, hanno ottenuto precise garanzie che fosse discusso quanto richiesto il prima possibile.

    Alla fine della giornata si può parlare di risultato raggiunto, sebbene ancora in parte. Il senato accademico ha approvato una mozione fortemente critica sul ddl Gelmini e il rettore comunicherà al ministero dell'università e della ricerca che esistono concrete possibilità che il prossimo anno accademico non possa iniziare! Insoddisfacente invece la risposta per quanto riguarda la norma, interna all'ateneo torinese, per cui i ricercatori avrebbero l'obbligo di svolgere almeno 60 ore di didattica, che si vorrebbe far ritirare, rimandata ad una successiva commissione.

    Tutta la giornata è da leggersi nel quadro della protesta che i ricercatori strutturati (sostenuti anche dai ricercatori precari e dagli studenti) stanno portando avanti. Se anche queste ore obbligatorie fossero abolite allora la protesta basata sull'indisponibilità all'attività didattica non obbligatoria avrebbe effetti ancora più forti. L'obiettivo è sempre far ritirare il ddl Gelmini, la lotta non finisce certo oggi!

    Oltre all'indisponibilità che sempre più si diffonde, nel mese di maggio si avranno altre importanti iniziative come la settimana di agitazione tra il 17 ed il 22: in alcune facoltà torinesi (di fatto) sarà bloccata ogni attività didattica, durante la quale si espliciterà ancora l'agitazione tramite azioni e assemblee...!

    venerdì 30 aprile 2010

    Ricercatori in lotta, l'assemblea nazionale a Milano


    [www.infoaut.org]
    Centinaia di ricercatori e ricercatrici di 32 atenei del nostro paese si sono ritrovati ieri in assemblea nazionale all'università di Milano sancendo un ulteriore passaggio dell'opposizione alla riforma Gelmini dell'università, sull'onda delle loro mobilitazioni degli ultimi mesi, agendo un'"indisponibilità" mancata durante le mobilitazioni dell'Onda ma che oggi può andare a costituire il volano per un'agitazione che viene, nelle università, per il mese di maggio... nella prospettiva di incamerare benzina per andare spediti verso il  prossimo autunno.

    Il comunicato conclusivo, messo in rete quest'oggi, della riunione nazionale, alla quale hanno partecipato anche studenti docenti e lavoratori, che lancia la settimana di mobilitazione negli atenei che va dal 17 al 22 maggio.

    martedì 27 aprile 2010

    Atenei, i fantasmi della cattedra Migliaia i collaboratori nascosti


    [www.repubblica.it]
    Nessuno ha mai calcolato esattamente quanti siano, ma senza prendere una lira assistono i "loro" docenti, aiutano a preparare le tesi e spesso insegnano

    di Manuel Massimo

    Non affannatevi a cercarli sugli elenchi ufficiali o nelle banche dati del Miur: loro per l'anagrafe del Ministero dell'Università non esistono. Sono i tantissimi collaboratori di cattedra che "danno una mano" negli atenei, rigorosamente gratis e senza alcun riconoscimento di fatto del loro status. In concreto aiutano i docenti nelle piccole faccende pratiche (come fare ricevimento e correggere le tesi) ma in molti casi salgono anche in cattedra, tenendo lezioni e interrogando agli esami. In gergo si chiamano assistenti ma la definizione non rende bene l'idea dei loro compiti reali: spesso si tratta di factotum, "tappabuchi" a costo zero per tamponare le falle del sistema universitario, che intervengono laddove c'è bisogno.

    Un fenomeno molto vasto che interessa di fatto tutti gli atenei italiani: quale rettore può sostenere che nella sua università non ci sia almeno un "collaboratore di cattedra" che lavora gratis nei locali dell'ateneo? Probabilmente nessuno ci metterebbe la mano sul fuoco. Soprattutto perché non è mai stato fatto un censimento: non avendo alcun inquadramento contrattuale si fa semplicemente finta che queste migliaia di persone non esistano, veri e propri fantasmi della cattedra.

    Il precariato "ufficiale" censito dal Miur risale al 2008 ed è di 38mila unità, inclusi assegnisti e contrattisti; ma dei collaboratori "senza alcun riconoscimento formale" e dei cultori della materia che non percepiscono alcunché non c'è traccia. Un dato attendibile sul fenomeno nella sua complessità lo fornisce l'Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari), che a novembre del 2009 commentando il Ddl governativo sull'Università stimava in 70-80mila "i ricercatori precari che attualmente sono nell'Università, con un trattamento economico minimale o nullo, in condizioni di subalternità scientifica rispetto ai 'maestri' che li hanno reclutati".

    Come si comincia. A scegliere è il professore: di solito il collaboratore di cattedra è un suo neolaureato che ha fatto una tesi particolarmente brillante e che aspira a mantenere un contatto con l'università. Intanto perché "fa curriculum" e poi anche perché è il mezzo più immediato per rientrare in facoltà - magari in attesa di un bando di dottorato - e cominciare a capire dall'interno come funzionano gli ingranaggi del sistema accademico: un'alchimia fatta di pesi e contrappesi, di cose da fare e altre da evitare.

    Identikit del collaboratore. La casistica è piuttosto varia, le motivazioni che spingono un giovane a "regalare" tempo e lavoro al suo docente-benefattore sono molteplici: c'è chi punta sull'entusiasmo e vuole continuare a insegnare, sperando in un suo futuro inserimento stabile (in realtà molto remoto); chi vuole invece rimanere in contatto con i centri di ricerca e per farlo cerca di trovare un posto al sole all'ombra della cattedra. Ma non manca chi, secondo la logica spicciola del "do ut des", aspira semplicemente a fare il portaborse del barone di turno, in attesa che questa fedeltà venga adeguatamente ripagata in ambito accademico. In tutti i casi la molla che spinge a intraprendere questa strada è il fattore "prestigio" che deriva dal poter spendere il nome dell'università e della collaborazione con la cattedra: un valore aggiunto che non ha prezzo.

    Studenti: amici/nemici. I collaboratori di cattedra generano sentimenti ambivalenti negli studenti che si relazionano con loro in due momenti "topici" della propria carriera universitaria. Il primo è all'esame: i giovani assistenti - spesso coetanei dei ragazzi che interrogano - in caso di eccessiva severità entrano nel mirino degli studenti (nei corridoi della facoltà ma anche su Facebook, dove esistono gruppi come "Qui odiamo gli assistenti universitari"). L'altro momento clou è nell'iter del lavoro di tesi: i collaboratori "invisibili" che seguono con diligenza i laureandi della cattedra ottengono un posticino nei ringraziamenti, con il loro nome stampato accanto a quello di amici e parenti. Una piccola attestazione "ufficiosa" che loro all'università ci lavorano per davvero, nonostante si faccia finta di non vederli.

    martedì 30 marzo 2010

    Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani - Milano, 29 aprile 2010


    Ai colleghi RU delle Università Italiane

    - visto l’andamento del dibattito in Senato sul DDL 1905, che rischia di penalizzare ulteriormente il sistema universitario italiano e colpire in particolare il ruolo e la funzione degli attuali ricercatori universitari,

    - vista la diffusione della protesta a livello nazionale e la ricaduta in documenti ufficiali della CRUI,

    - in vista della ripresa dei lavori in Commissione Cultura e Bilancio sul DDL 1905 S (Gelmini),

    i ricercatori degli atenei di Cagliari Milano Napoli e Torino

    propongono

    un’Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani (strutturati e precari)

    in cui discutere:

    - un documento nazionale di analisi delle maggiori criticità della situazione dell’università italiana e dei contenuti del DdL Gelmini

    - una lista condivisa di richieste prioritarie di modifica al DDL 1905 S.

    - le azioni possibili (già intraprese / da intraprendere) per evitare che il testo venga approvato nella forma attuale e per riavviare il ragionamento sul Sistema universitario Italiano

    - una estensione nazionale della dichiarazione di indisponibilità alla didattica non dovuta ai sensi della L. 382 /80

    Tutte le università italiane sono invitate a partecipare attraverso proprie rappresentanze e a organizzare assemblee preparatorie in ciascun ateneo.

    Una proposta di piattaforma verrà diffusa quanto prima.

    L’assemblea si terrà a Milano in data 29/4/2010.

    I ricercatori degli atenei di Cagliari, Milano, Napoli e Torino

    domenica 28 marzo 2010

    I rettori temono lo sciopero e aprono sulla trattativa


    [www.ilmanifesto.it] La Crui chiede un canale per 2mila associati all'anno

    di Roberto Ciccarelli

    La richiesta di un piano straordinario di reclutamento da parte della Conferenza dei Rettori (Crui) è la conferma che il proposito di bloccare il prossimo anno accademico da parte dei ricercatori delle facoltà scientifiche non è il messaggio in una bottiglia lasciata alla deriva.

    In una mozione approvata all'unanimità il 25 marzo scorso, dopo un incontro tra il presidente della Crui Enrico De Cleva e 200 ricercatori della Statale di Milano, l'organo che rappresenta i rettori ha chiesto al governo che una «quota consistente» di questi posti, 2 mila all'anno, venga garantita per i prossimi sei anni per «le assunzioni di professori associati». I rettori intenderebbero così garantire un canale privilegiato per il passaggio da ricercatore - un ruolo che il ddl mette in esaurimento - ad associato, mettendo così sullo stesso piano gli attuali «ricercatori strutturati» con i futuri ricercatori a tempo determinato che dovrebbero nascere una volta approvata la riforma Gelmini.

    Questa soluzione è stata commentata da Alessandro Schiesaro, uno degli autori del ddl e segretario della neo-commissione che segue per il Ministero dell'Università la definizione del provvedimento, durante un incontro con i ricercatori della Sapienza venerdì scorso. Questi ultimi non hanno tuttavia nascosto i timori, peraltro diffusi in molti altri atenei, che la proposta dei rettori finirà per generare una «guerra tra poveri» tra i ricercatori precari e quelli regolarmente assunti. Lo stesso Schiesaro ha ammesso che questo proposito sarebbe comunque irrealizzabile se i tagli al fondo ordinario degli atenei voluti dal governo - e già criticati dalla stessa Crui - venissero mantenuti. Senza contare che, come sta già avvenendo, ciò darebbe spazio a rivendicazioni corporative all'interno di un settore altamente frammentato e numeroso come quello dei ricercatori.

    E' il caso della proposta avanzata in un incontro avvenuto mercoledì scorso tra il Coordinamento nazionale dei ricercatori universitari (Cnru), Schiesaro e il relatore della legge Giuseppe Valditara. Da allora le polemiche sono diventate aspre. Piero Graglia, ricercatore alla Statale di Milano e uno dei promotori del sondaggio sul ddl Gelmini che scadrà il prossimo 31 marzo, basato su 20 domande ragionate e pubblicato sul sito www.gdl.unimi.it, contesta il metodo usato da questa associazione. «E' come se io chiedessi al ministero di aprire un tavolo di trattativa - spiega - arrogandomi il diritto di rappresentare i 2 mila ricercatori che da tutta Italia hanno finora votato il sondaggio».

    Sembra infatti che una piattaforma del Cnru diretto da un ricercatore della Sapienza, Marco Merafina, sia stata votata da 4 mila ricercatori. Tra i punti in discussione c'è la proposta di portare gli attuali ricercatori al ruolo di associati, mantenendo però il loro attuale trattamento economico ed accettando così l'eliminazione di questa figura.

    Per Graglia questa soluzione non risolverebbe il problema dei precari e non rispecchia l'orientamento dei ricercatori autoconvocati che hanno convocato lo «sciopero bianco» e presto stabiliranno la data di un'assemblea nazionale.

    Lo stesso orientamento viene espresso da Maria Letizia Ruello, ricercatrice in chimica del Politecnico delle Marche che al sondaggio del Cnru ha partecipato, anche se oggi non nasconde le sue critiche. «Non è il momento di fare distinzioni tra le proposte in campo - afferma - né di accettare i contentini che il governo ci proporrà. La nostra non è una protesta sindacale, rigetta la proposta che ci esclude dagli organi di governo degli atenei ed accentra il potere sui rettori. In mancanza di cambiamenti radicali non prenderemo carichi didattici, il che significa che il prossimo anno metà dei corsi saranno scoperti. Avere tirato la cinghia ha reso elementari i nostri bisogni e sta rendendo facile la presa di coscienza».

    Il documento sottoscritto all'unanimità dai ricercatori della facoltà di Scienze del Politecnico marchigiano ha ricevuto 50 adesioni nella facoltà di ingegneria. Dopo Pasqua verrà portato anche nelle facoltà di agraria, medicina e economia. Dello stesso tenore è il documento approvato dai ricercatori di Scienze dell'Università dell'Insubria (Como e Varese): «Tali cambiamenti cruciali per il bene del Paese - si legge - non possono avvenire a costo zero».

    giovedì 25 marzo 2010

    «Sciopero bianco» La protesta si estende


    [www.ilmanifesto.it] Verso un'assemblea nazionale

    di Roberto Ciccarelli

    Generalizzare l'astensione dalla didattica per il prossimo anno accademico se dal Disegno di legge Gelmini sull'università, attualmente in discussione in commissione cultura al Senato, non verrà ritirata la proposta di cancellare la terza fascia dell'insegnamento, se l'attuale precariato della ricerca non verrà ricondotto ad un rapporto di lavoro garantito e non verranno rimossi i tagli al finanziamento degli atenei. Sono le principali richieste che i ricercatori porteranno all'assemblea nazionale che sarà convocata entro maggio in uno degli atenei mobilitati contro la riforma.

    L'idea serpeggia nelle assemblee che, da dicembre, stanno registrando una crescente partecipazione tra i ricercatori delle facoltà scientifiche di Torino, Napoli, Cagliari, oltre che di Milano, Bari e Bologna. Il numero delle mobilitazioni è destinato ad allargarsi dopo che il relatore della legge Valditara (Pdl) ha presentato in commissione una serie di emendamenti che modificano lo statuto giuridico del ricercatore imponendo l'obbligo dell'attività didattica.

    Quello a cui i ricercatori si oppongono è lo snaturamento del loro ruolo che rappresenta il 40 per cento del personale docente universitario, subisce una buona parte del carico didattico, sebbene la legge che dovrebbe regolare questa attività ne preveda l'impiego solo nella ricerca. La situazione sta esplodendo perché la riforma Gelmini si è spinta oltre il tentativo timidamente abbozzato qualche anno fa da Letizia Moratti di abolire del tutto la figura del ricercatore.

    La riforma Gelmini riduce infatti a due le fasce di docenza, mette in competizione i ricercatori a tempo determinato - i futuri «3+3» - con gli strutturati. Una prospettiva che, qualora venisse realmente finanziata, creerebbe un conflitto dall'esito imprevedibile. Tutti e due, strutturati e precari, andrebbero infatti a concorrere per la stessa posizione di associato.

    Un altro dei punti qualificanti della piattaforma che verrà discussa in vista dell'assemblea nazionale è il ruolo unico per la docenza. Oggi, il ricercatore per diventare associato viene prima licenziato. Poi fa il concorso e viene riassunto nell'altro ruolo. Con il blocco del turn over non vengono ostacolate solo le nuove immissioni in ruolo dei giovani ricercatori, ma anche i passaggi di fascia di docenza per chi già lavora nell'università. A differenza del resto della pubblica amministrazione, dove il blocco delle assunzioni è pratica consolidata da più di dieci anni, all'università quando si blocca il turn over si bloccano anche i passaggi di carriera.

    Da questa impostazione, confermata in un'assemblea ieri a Torino - uno degli atenei dove la mobilitazione è più avanzata - sta emergendo anche l'ipotesi di una coalizione tra ricercatori, precari e studenti. La proposta verrà presentata oggi nel consiglio di facoltà di Scienze e il prossimo 9 aprile in una conferenza d'ateneo, nel frattempo verrà sottoposta anche agli altri atenei. Al centro dell'attenzione c'è il problema del precariato. Il movimento chiede l'ingresso in ruolo con passaggi brevi per chi vuole fare ricerca, riconducendo la giungla esistente delle borse di studio ad un contratto di lavoro con tutti i diritti sindacali. In un mondo come quello della ricerca, dove non esistono garanzie per nessuno, si inizia a pretendere la garanzia di una retribuzione dignitosa e un limite invalicabile al precariato. Tutto l'opposto dell'attuale periodo indefinito durante il quale non esistono né certezze né qualità della vita.

    giovedì 18 marzo 2010

    A Torino ricercatori giù dalla cattedra

    [www.ilmanifesto.it] Esplode la protesta contro il ddl Gelmini che prevede la scomparsa dei ricercatori a tempo indeterminato. A rischio un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. E la battaglia ora potrebbe estendersi. Stop alle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Contro i tagli e il sistema di reclutamento

    di Roberto Ciccarelli

    Per la prima volta nella storia dell'università di Torino, i ricercatori della facoltà di Scienze hanno annunciato un'astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Il documento che ha reso nota questa decisione senza precedenti è stato sottoscritto da 140 sui 180 ricercatori presenti nella facoltà. A questa schiacciante maggioranza si sono aggiunti i 30 ricercatori della facoltà di matematica, che hanno controfirmato un altro documento insieme ai loro docenti, i 30 (su 37) di Psicologia e i due terzi dei ricercatori di Agraria. Nella stessa direzione stanno andando i ricercatori di Fisica, ai quali potrebbero aggiungersi quelli di Medicina e del Politecnico dove nei prossimi giorni saranno convocate alcune assemblee per decidere le forme di protesta contro il disegno di legge Gelmini che prevede la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato.

    Una protesta che segue quella già adottata dai ricercatori della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove dall'8 marzo scorso 110 ricercatori si astengono dagli insegnamenti previsti nel secondo semestre, limitandosi a fare didattica di sostegno e non quella «frontale» come prevede la legge del 1980 che ha istituito questa figura centrale, ma disconosciuta, nell'università italiana. Forme analoghe di protesta si stanno registrando a Cagliari, mentre i ricercatori dell'Alma Mater di Bologna hanno sottoscritto nel febbraio scorso un documento consegnato al Rettore in cui si chiede di adottare soluzioni per scongiurare una simile ipotesi.

    I documenti che stanno circolando nell'università del capoluogo torinese denunciano i tagli operati dal governo al Fondo di finanziamento ordinario per l'università e del nuovo sistema di reclutamento prospettato nel Ddl che «portano gli atenei sull'orlo della bancarotta e strozzano ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei ricercatori estromettendoli dalle commissioni di concorso». Ma le polemiche più aspre si registrano sulla nuova figura del ricercatore a tempo determinato previsto nella riforma Gelmini.

    Un contratto di massimo sei anni che si aggiunge all'attuale moltitudine di assegni, borse e contratti, estende la durata del precariato fino a 10 anni senza alcuna certezza di assunzione e rischia di aprire con i ricercatori confermati una «guerra tra poveri» sui concorsi da associato. I ricercatori torinesi sono convinti che l'introduzione di questa figura non risolverà il problema dell'enorme precariato esistente ma lo aggraverà.

    La loro decisione minaccia di bloccare un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. I presidi saranno costretti a chiedere l'affidamento delle cattedre mancanti all'esterno ricorrendo a docenti a contratto a titolo gratuito, visto che i tagli hanno ridotto il budget della sola facoltà di Scienze da circa 900 mila euro a poco più di 300 mila. Facile immaginare che non ci sarà la fila per coprire questi ruoli. C'è però anche una soluzione alternativa. Che i corsi vengano affidati ai docenti di ruolo. I ricercatori chiedono ai docenti di limitare la loro didattica sostitutiva ad un numero minimo di ore, da 90 a 120. Una richiesta che, secondo Lorenza Operti, vicepreside di Scienze, sarà valutata con attenzione, visto che già nel documento dei ricercatori di matematica discusso a febbraio «c'era una frase sulla solidarietà dei docenti che sottintendeva la richiesta ai docenti di non farsi carico della didattica lasciata dai ricercatori rendendo in questo caso inutile la loro astensione».

    Una decisione verrà comunque presa il prossimo 25 marzo quando, in un consiglio di facoltà, i ricercatori proporranno che lo «sciopero bianco» venga esteso all'intera facoltà. Negli incontri che si sono succeduti negli ultimi giorni nelle commissioni didattiche è emersa la possibilità che anche i professori - gli associati e gli ordinari - solidarizzino con la protesta. «Sono molto d'accordo con le motivazioni dei ricercatori - afferma Lorenza Operti - meno sulle modalità. Ritengo che l'astensione dalla didattica sia qualcosa che va troppo in là nel tempo. Dovrebbe essere un'azione un po' più immediata. Penso alle lezioni in piazza, al volantinaggio, azioni forse un po' più soft, ma di effetto immediato».

    Azioni che non vengono del resto escluse dagli stessi ricercatori che stanno riflettendo sulle conseguenze di una situazione inedita nella storia dell'università italiana. Per valutarne l'impatto, il loro orientamento è di convocare dopo il 25 una commissione paritetica composta da ordinari, associati, ricercatori e studenti che esaminino tutte le questioni legali che nasceranno. L'obiettivo è di presentare un documento al consiglio di facoltà del prossimo mese ed assumere una linea comune.

    Il Ddl Gelmini è la goccia che ha scosso le ultime, residue, certezze dei ricercatori che vivono la condizione paradossale in cui la didattica è un obbligo e la ricerca è volontariato, quando invece dovrebbe essere il contrario. «I tagli bloccano la ricerca. Le macchine diventano nel frattempo obsolete, non ci sono soldi per comprare le riviste, assistiamo alla demoralizzazione di un'intera categoria - afferma Davide Levy, ricercatore in Scienze mineralogiche - La nostra è una protesta per fare capire che il mondo universitario si è stancato di questa situazione, i governi di destra e di sinistra devono capire che l'università è un valore culturale e morale di questo paese».

    A differenza di un'immagine consolidata che attribuisce agli umanisti il primato della politica nell'università, da molti anni ormai il testimone è passato agli scienziati. Alessandro Ferretti, ricercatore in Fisica, spiega questo protagonismo con il fatto che «nelle nostre facoltà i ricercatori sono pressoché indispensabili per il funzionamento della didattica, oltre che della ricerca. Sono persone che hanno indipendenza di giudizio, abituate a confrontarsi a livello internazionale». Un'immagine confermata da Davide Levy per il quale «siamo meno legati ad una situazione baronale. Il rapporto con il professore ordinario è quasi paritetico. Nelle nostre facoltà riceviamo un grosso sostegno da parte dei professori e questo ci stimola a portare avanti la protesta».

    La protesta dei ricercatori torinesi ha assunto il profilo di un'assunzione collettiva di responsabilità verso le generazioni future che non si rassegnano a fuggire all'estero a causa della guerra contro l'intelligenza che da più di vent'anni si sta conducendo in Italia. Ma è anche la ricerca di una soluzione per i 3 mila precari - età media 35 anni - che quest'anno, solo a Torino, non vedranno rinnovati i loro contratti a causa dei tagli incombenti. Ferretti conferma l'intenzione di formare un coordinamento congiunto tra ricercatori di ruolo e i precari per affrontare un'emergenza sociale di grandi dimensioni. Per Valentina Barrera, rappresentante dei precari della Flc-Cgil, «è urgente affrontare questo problema legato al transitorio. Dopo la chiusura del tavolo di ateneo con i soggetti colpiti dai tagli, chiederemo di riconvocare un tavolo a livello regionale. La nostra prospettiva resta la difesa del contratto da ricercatore a tempo indeterminato».

    martedì 16 marzo 2010

    "Addio Università, non insegniamo più"


    [torino.repubblica.it]
    La protesta di 150 ricercatori di Scienze: oggi dimissioni da altre facoltà. La rivolta contro il decreto Gelmini. A rischio, dal prossimo anno, lezioni e numerosi corsi

    di Tomaso Clavarino
    Per anni hanno tenuto corsi, sostituito professori, esaminato gli studenti, tutti lavori extra, ossia oltre i compiti previsti dalla legge, svolti più per passione che per convenienza. Ma dall`anno prossimo questi compiti se li dovrà assumere qualcun altro perché loro, i ricercatori universitari, non ci stanno più. «Da anni chiediamo che venga riconosciuto il ruolo essenziale che svolgiamo all`interno degli atenei - spiega Alessandro Ferretti, ricercatore di Fisica - invece gli ultimi decreti vanno in direzione opposta. Quello del ministro Gelmini introduce la figura del "ricercatore a tempo determinato" che si aggiunge alle attuali forme di precariato post-dottorato. Inoltre non sono previsti concorsi per la posizione di professore di ruolo proporzionati al numero di ricercatori precari assunti». Concorsi che, se anche venissero banditi, vedrebbero una lotta fratricida tra ricercatori strutturati impiegati all`interno dell`università già da anni e i nuovi a tempo determinato, che nel caso di mancato superamento, verrebbero estromessi dall`ateneo. Ed è per questi motivi che ieri centocinquanta ricercatori di Scienze hanno ufficialmente presentato la rinuncia all`insegnamento per il prossimo anno accademico: sono oltre l`80% dei centottanta presenti in facoltà. «E un numero straordinario - afferma Roberto Aringhieri, ricercatore di Informatica - che dimostra l`importanza di queste problematiche, per il nostro presente e per il futuro dei nostri colleghi. Ora ci aspettiamo una risposta simile dai ricercatori delle altre facoltà». Risposta che non tarderà ad arrivare. Oggi infatti toccherà a quelli di Psicologia presentare le rinunce. In via Verdi i ricercatori sono quasi la metà del corpo docente, e si pensa che anche qui le adesioni possano raggiungere numeri elevati. A ruota poi toccherà a quasi tutte le altre facoltà da Veterinaria a Medicina, da Economia e Scienze della Formazione, passando per il Politecnico dove i ricercatori, che sono il 42% del corpo docente, sempre oggi si riuniranno in assemblea. Queste rinunce potrebbero avere delle serie ripercussioni sull`offerta formativa degli atenei torinesi. Corsi fondamentali per le carriere universitarie degli studenti sono tenuti da ricercatori ed interi corsi di laurea si reggono sulloro lavoro. AMedicinai ricercatori hanno l`appoggio anche dei docenti di ruolo. Spiega Lorenza Operti, vice-preside di Scienze naturali matematica e fisica: «I docenti hanno optato per un patto di" solidarietà" con i ricercatori: le cattedre che rimarranno scoperte non verranno prese in carico dai professori della facoltà. Si dovranno quindi cercare docenti a contratto all`esterno». Ma gli insegnamenti saranno a titolo gratuito: facile capire che non ci sarà la fila.

    lunedì 8 marzo 2010

    Assemblea dei ricercatori nel cortile del rettorato


    Caro Collega Ricercatore,

    il disegno di legge 'Gelmini' per l'Università (in fase di discussione al Senato) prevede alcune norme molto discutibili sull'organizzazione generale degli atenei. I ricercatori, insieme ai precari, saranno particolarmente penalizzati: nell'eventualità che la legge venga approvata così com'è la figura del ricercatore a tempo indeterminato andrà ad esaurimento, e verrà sostituita dal ricercatore a tempo determinato (3+3 anni).

    Dopo i sei anni, per rimanere all'interno dell'Università il ricercatore a TD avrà come unica possibilità quella di diventare professore associato.

    I futuri concorsi per associato saranno molto pochi (per i tagli al turnover e ai finanziamenti delle leggi 133/08 e 1/09). Quindi, non solo molti ricercatori a TD si troveranno senza un lavoro alla scadenza del contratto, ma l'esigenza di assumerne il maggior numero possibile andrà a discapito delle prospettive di carriera degli attuali ricercatori a TI.

    Oltre a ciò, nel DdL ci sono molti punti oscuri. E' prevista l'eliminazione della ricostruzione di carriera, il ridisegnamento delle progressioni stipendiali e la ridefinizione degli obblighi didattici: temi che saranno delegati interamente al Governo, e quindi di fatto sottratti al dibattito.

    Si sono già intraprese alcune azioni di protesta: a Cagliari e a Napoli i ricercatori hanno già rinunciato ai carichi didattici dell’anno in corso e/o dell’anno prossimo.

    A Torino, i ricercatori della Facoltà di Scienze riuniti in assemblea il 18 febbraio hanno deciso per protesta di non partecipare alle commissioni di laurea estive e di rinunciare sin d’ora ai carichi didattici per l’A.A. 2010-2011, affermando che tale indisponibilità potrà essere revocata solo se il Governo intraprenderà passi significativi verso il superamento dei succitati problemi.

    In seguito a questa assemblea, il Consiglio di Facoltà di Scienze MFN ha votato una mozione (all’unanimità, con due astenuti) che esprime la sua solidarietà alla protesta e invita il Rettore a farsi portavoce del disagio e delle preoccupazioni dei suoi membri.

    Entro il 15 marzo i ricercatori della facoltà di Scienze consegneranno in presidenza le rinunce ai carichi didattici per l’anno prossimo.

    Per informare tutti i ricercatori dell’Ateneo sull’iniziativa in corso e discutere le modalità di estensione anche alle altre Facoltà, vi invitiamo a partecipare ad una

    ASSEMBLEA
    Lunedì 8 marzo alle 14:15 nel cortile del Rettorato, via Verdi 8
    (in concomitanza con la riunione del Senato Accademico)
    L’assemblea è aperta anche ai non ricercatori

    Coordinamento dei ricercatori UniTo

    sabato 6 marzo 2010

    Ricercatori in rivolta: "Stiamo in laboratorio, basta insegnamento"


    [www.lastampa.it/torino]
    In 180 a Scienze: stop al volontariato in cattedra

    di Andrea Rossi

    Adesso fanno sul serio. Altro che minaccia sbandierata per ottenere condizioni migliori o limitare un precariato fuori controllo. Stavolta non è una provocazione, ma una decisione già presa e messa nero su bianco in una facoltà dell’Università di Torino e che presto potrebbe dilagare in tutte le altre: i ricercatori non vogliono più insegnare. Basta corsi, basta didattica, basta esami. Dal prossimo anno, a Scienze, torneranno a occuparsi solo di quel che prevede la legge: fare ricerca e seguire la didattica complementare, ad esempio le esercitazioni.

    «L’abbiamo deciso a malincuore», racconta Alessandro Ferretti, ricercatore al dipartimento di Fisica sperimentale. «Smetteremo di svolgere tutti quei compiti didattici a cui fino a oggi ci siamo dedicati con passione, su basi volontarie, e per il bene degli atenei e dei loro studenti. Da ottobre lavoreremo a tempo pieno al nostro compito istituzionale». Il motivo di questa rivolta è tutto racchiuso nel nuovo disegno di legge sull’Università. «Speriamo che la nostra protesta serva ad attirare l’attenzione sulle condizione disastrose che il ddl Gelmini produrrà dentro gli atenei, soprattutto sul fronte del personale», spiegano.

    La riforma varata dal ministero, che presto passerà all’esame del Parlamento, per chi si occupa di ricerca contiene infatti una rivoluzione: introduce la figura del ricercatore a tempo determinato, con contratti di tre anni rinnovabili per altri tre, «con il risultato che alla fine ci si potrebbe trovare senza un concorso cui partecipare, obbligati a reinventarsi una professione fuori dall’Università a 40 anni. Inoltre, se anche il concorso fosse previsto, si scatenerebbe una “guerra tra poveri”: da una parte i ricercatori strutturati, che aspirano a un avanzamento di carriera; dall’altra quelli a tempo determinato, che rischiano di uscire dall’Università».

    Un quadro che ha spinto i ricercatori di Scienze - sia gli strutturati che i precari - a mobilitarsi: l’anno prossimo niente didattica, con il rischio di paralizzare la facoltà e mettere a repentaglio lo svolgimento di tutti i corsi. Il consiglio di facoltà, qualche giorno fa, ha espresso solidarietà alla protesta, ma il preside Alberto Conte non nasconde la preoccupazione: «Una scelta di quel genere metterebbe in forte difficoltà l’organizzazione della didattica, forse addirittura pregiudicherebbe la messa a punto dei corsi di laurea». Non ha tutti i torti: nella facoltà di via Giuria i ricercatori sono 180, i docenti - tra associati e ordinari - circa 250, i precari della ricerca oltre 300. Facile immaginare quale sconquasso provocherebbe la ritirata dei 180 ricercatori, molti dei quali tengono interi corsi ed esaminano gli studenti. Senza contare l’esercito dei precari, i cui compiti di didattica sono però ridotti.

    Il professor Conte non è l’unico preside a convivere con i grattacapi: dopo Scienze anche a Veterinaria, Agraria, Economia e Scienze politiche la protesta sta crescendo. Si potrebbe arrivare a un epilogo simile, anche perché non sembrano intenzionati a mollare: «La mole di lavoro svolta finora non è stata premiata. Anzi, si prospetta un rapido e progressivo deterioramento delle nostre condizioni, un’ulteriore estensione del precariato pre-ruolo che non ha confronti in nessun altro settore lavorativo legale, il confinamento degli attuali ricercatori in un ruolo a esaurimento, senza speranza. Ed è inaccettabile».