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mercoledì 19 maggio 2010

L’occupazione del Rettorato prosegue. E questo è solo l’inizio...


Prosegue l’occupazione del Rettorato dell’Ateneo torinese da parte degli studenti e dei ricercatori universitari. Nel corso della giornata di mercoledì si sono tenute assemblee, momenti formativi e volantinaggi in varie parti della città.

Stiamo presidiando il Rettorato in opposizione ai tagli economici e ai disegni di riforma (DDL 1905) del duo Gelmini-Tremonti. Governo e opposizione stanno varando un’idea di università “aziendale”, al servizio di interessi privati. Un’idea molto lontana dal carattere di “bene sociale comune” che dovrebbe contraddistinguere l’Istruzione Pubblica.

Una mobilitazione nazionale che vede la nostra città come protagonista: i numeri della partecipazione torinese e la sua radicalità non trovano eguali – per ora – in nessun altro ateneo italiano. Oggi possiamo dirlo: Torino è indisponibile!

Nelle prossime giornate una varietà di appuntamenti si alterneranno nel cortile del Rettorato (programma in “eventi”) : seminari, dibattiti, cineforum e assemblee per dimostrare il ruolo centrale della cultura, a dispetto di chi vuole un paese istruito a suon di “Porta a Porta” e reality shows.

Incontreremo alcuni sindacalisti della FIOM – Torino, perchè non si può parlare di formazione senza parlare di lavoro. Saremo coi lavoratori del Teatro Regio che manifestano contro il nuovo decreto Bondi, foriero di tagli, licenziamenti e dequalificazione dell’offerta culturale pubblica.

Durante la settimana proseguiranno i momenti di protesta con azioni di flash-mob e volantinaggi in diverse parti della città, nelle facoltà e nelle sale studio. Sabato 22 ci uniremo al grande corteo unitario indetto dal Tavolo della Formazione, a cui parteciperanno tutti i soggetti della pubblica istruzione, dalla scuola elementare all’università.

Tutto il mondo dell’università è chiamato a raccolta SABATO alle 14 NEL RETTORATO OCCUPATO, per unirci al corteo che partirà da Palazzo Nuovo alle 15. Tutte le mattine alle 10 COORDINAMENTO AZIONI. Tutte le sere alle 19.30 ASSEMBLEA! Siete tutti invitati a partecipare

STUDENTI NEL RETTORATO

lunedì 17 maggio 2010

Mobilitazione contro il Ddl 1905 "Gelmini" sulla riforma dell’Università


Tutta l’università si mobilita per dire NO:

- a tagli che comprometteranno fortemente il diritto allo studio, la qualità di didattica e ricerca e la sicurezza lavorativa di precari ed esternalizzati;

- all’aumento della contribuzione studentesca per coprire i tagli;

- all’emarginazione della ricerca dalle funzioni fondanti delle Università;

- alla deriva aziendalistica e dirigistica delle Università;

- alla marginalizzazione dei ricercatori attuali;

- alla progressiva estensione della precarizzazione della ricerca e della didattica, attualmente già a livelli drammatici.

Si associano nella protesta studenti, ricercatori, professori, precari della ricerca e della didattica ed il personale tecnico amministrativo, sia interno sia esternalizzato: tutti fortemente preoccupati per il futuro, ritengono che l'Università vada riformata ma non a discapito della sua natura pubblica e del rispetto di chi, da anni, lavora al suo interno, anche con forme contrattuali atipiche e prive di tutele.

Per opporsi a questo disegno di legge i ricercatori hanno annunciato la loro indisponibilità a svolgere attività didattica (non obbligatoria per legge): il prossimo anno accademico è quindi seriamente a rischio.

Invitiamo tutti a supportare la protesta aderendo alla Settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio con la sospensione di tutte le attività didattiche (lezioni, esami, ricevimenti) e la partecipazione alle assemblee pubbliche:

    • Giovedì 13 maggio ore 9,15 in Rettorato: Assemblea del personale tecnico amministrativo indetta dalle rappresentanze sindacali;
    • Martedì 18 maggio: Giornata nazionale di mobilitazione con occupazione simbolica del Rettorato. Ritrovo ore 14.00 davanti a Palazzo Nuovo per poi muoversi in corteo fino al Rettorato;
    • Mercoledì 19 maggio: Manifestazione nazionale a Roma davanti al Parlamento;
    • Sabato 22 maggio: Manifestazione cittadina di Università e scuole elementari, medie e superiori.

    sabato 1 maggio 2010

    L'unica (in)credibile opposizione


    (Quello che segue è l'editoriale dello Spazi Sociali appositamente redatto per questo 1° Maggio 2010 che verrà distribuito questa mattina in piazza a Torino).

    Scendiamo in piazza per un 1°Maggio di opposizione sociale. Contro la casta dei partiti e i padroni della crisi, l’unica (in)credibile opposizione!

    La crisi è sempre più profonda e capillare ma l’unica cosa che governanti e opposizione sanno è che non sarà breve e che qualcuno dovrà pur pagarne i costi mentre Confindustria (autentica padrona del campo) detta le regole da applicare ad una serie di riforme tese a riorganizzare il campo sociale a suo uso e consumo.

    Con la riforma Gelmini si vuole destrutturare qualsiasi funzione formativa dell’istituzione-scuola per ridurla a pura agenzia di disciplinamento di futura forza lavoro da impiegare poi - educata a pretendere poco e flessibilizzarsi molto- dentro il quadro normativo del contratto individuale tra singolo lavoratore/trice spossessato di forza e diritti e un padronato sempre più arrogante e impunito, che non disdegna il lavoro migrante purché ricattato e malpagato, usandolo anzi come arma di ricatto e divisione con i lavoratori “nazionali”.

    Un’idea coerente e (capitalisticamente) produttiva circa il destino dei governati, un programma di vita che ci accompagna dalla culla alla bara, delegando proprio il lavoro di cura dei momenti iniziali e finali delle nostre esistenze alle badanti immigrate, surrogato servile di un welfare smantellato pezzo per pezzo.

    In mezzo, la distruzione dell’unità sindacale e la creazione a lungo perseguita di un individuo sociale atomizzato, privo di legami collettivi, egoista e timoroso, capace di riconoscersi solo nel gesto isolato del consumo.

    Se questo è il quadro complessivo, bisogna allora saper tirare le fila del discorso e rendersi conto che l’attuale classe politica e sindacale (laddove ancora gli si voglia concedere una buona fede) è totalmente inatrezzata a fronteggiare le sfide che ci troviamo di fronte, incapace di parlare a chicchesia o rappresentare alcunché.

    Ad un’offensiva tanto forte e spudorata, le uniche risposte all’altezza sono quelle del conflitto e dell’autorganizzazione, facendo a meno dei mediatori del sociale e dei professionisti del pompieraggio; ricostruendo rete sociale, mutuo soccorso e capacità offensiva. Perché non c’è altra opposizione possibile dell’opposizione sociale, quella costruita dal basso e in prima persona. Sembrerebbe un’ovvietà ma val la pena ribadirla, perché non sempre ci sono orecchie per intendere.

    Eppure dati e risultati delle utime elezioni ci danno ragione: finalmente l’astensionismo è il primo partito anche in Italia, la casta politica il mestiere socialmente più disprezzato e i programi dei partiti quanto di più di distante dai bisogni della maggioranza della popolazione.

    Bi-polarismo, ritorno al proporzionale, riforme e simili amenità sono i nomi di altrettanti fallimenti. Così come la fusione a freddo del Pd ha portato alla distruzione della sinistra radicale senza guadagnare a sé neanche un voto, così la fondazione del Pdl ha dissolto il partito di Alleanza Nazionale mentre la Lega Nord “ha vinto” solo perché è l’unica a non aver perso.

    Ma se le destre leghiste e berlusconiane preparano cambiamenti strutturali a uso e consumo della riproduzione della propria casta e di un pezzo invero piccolo del loro elettorato, le frantumazioni della sinistra prospettano per il proprio “popolo” la galera a vita del lavoro salariato e un ritorno fondativo alla Costituzione, superata nei fatti dai comportamenti sociali delle masse alfabetizzate che nel dopoguerra hanno preso molto sul serio le promesse repubblicane, spostando sempre più in là la soglia dell’esigibile.

    Perfino il 25 aprile, fino a ieri appuntamento facile in cui celebrare l’unione mi(s)tica col proprio elettorato, è diventato un appuntamento ostico, foriero di critiche e contestazioni, una data in cui non ci si ritrova più.

    Se tutto questo succede, è semplicemente perché la crisi sta lavorando a fondo, disvelando la natura piu autentica della politica come mestiere e scavando la fossa al patto sociale “democratico” della delega e della rappresentanza.

    Da diversi anni ormai, la politica istituzionale va sempre più specializzandosi in due funzioni particolari: verso il basso come apparato di cattura dei movimenti, per neutralizzarli; verso l’alto come comitato di affari della borghesia, traducendone gli interessi in comando di classe contro gli/le sfruttati/e. Una scienza per l’amministrazione dei conflitti sociali, sempre più impegnata nella riduzione di questi in variabile da equilibrare o problema di ordine pubblico da reprimere.

    Da questa politica, davvero, non abbiamo proprio più nulla da aspettarci.

    Le lotte e i movimenti invece, là dove riescono a radicarsi e riprodursi in percorsi allargati, formando piani di consistenza, alterano gli equilibri e innescano reali processi di trasformazione, facendo dell’esistente un campo di battaglia. Individuano con chiarezza alleati e nemici, affilano le armi e affinano le strategie. Partono dalla base materiale del proprio potere per definire finalità e senso del proprio agire.

    E’ quello che abbiamo visto innescarsi in val Susa: un territorio che si costituisce in comunità solo dopo aver fatto proprio e reinventato il bisogno di lotta e partecipazione. Ma è quello che, in formè più instabili e precarie, vediamo riformarsi ogni volta anche in movimenti più piccoli, come apertura sul possibile e sguardo in avanti.

    Conosciamo già le obiezioni: i movimenti vanno e vengono, le lotte territoriali sono poche e troppo parziali, le soggettività dell’antagonismo “per quanto preziose” non possono riassumere e dare risposte concrete alle difficoltà quotidiane di milioni di famiglie e singoli indaffarati dall’arrivare a fine mese.

    Lo sappiamo benissimo: il lavoro (quando c’è) non dà tregua; l’affitto è sempre troppo alto e si mangia un terzo dello stipendio; il reddito familiare mensile finisce già alla seconda settimana. Debiti e leasing diventano lo strumento necessario per la mera sopravvivenza, incatenando ancora di più i proletari e le loro famiglie a un sistema inventato dal Capitale per spremere profitti e valore anche in assenza di reddito.

    Eppure non ci sono alternative, non si scappa. Non ci si può sottarrre dalla necessità di organizzare, passo dopo passo e aldifuori dalle istituzioni, percorsi di lotta e aggregazione che lavorino alla sedimentazione di forza e alla costruzione di contro-soggettività, instillando la consapevolezza che la politica o è pratica e ricerca dello scontro (adeguatamente equipaggiati) o non è. Perché nulla civerrà regalato! E tutto quello che otterremo, lo otterremo solo se saremmo abbastanza forti da prendercelo.

    O ci si mette in testa questa verità cristallina che la crisi non tarderà a svelare in tutta la sua violenza, o ci si consegna –mani, cuori e testa– ad una macchina capitalistica onnivora che riduce -non solo la forza-lavoro che portiamo in corpo ma la vita tutta- a pura variabile dipendente dalle fluttuazioni di mercato.

    Perché questo, -e non altro- è il sistema capitalista.

    Nelle alte sfere della poltica, la differenziazione relativa al rapporto che con esso si intrattiene non si pone, oscillando tra i cantori delle virtù indiscutibili del dio mercato e piagnoni della mancanza di regole. Come se il problema non fosse di struttura e di sistema ma di regole, quando è di regole (di queste regole) che si soffre e si muore.

    Ripartire da noi, dai nostri bisogni e dai nostri desideri (sapendo però bene chi e cosa ci sta di fronte come controparte nemica): questo è il nostro programma. Per dare visibilità e corpo a questa sfida scendiamo in piazza questo 1° maggio!

    Network Antagonista Torinese (Csoa Askatasuna - Csa Murazzi - Collettivo Universitario Autonomo - Kollettivo Studenti Autorganizzati)

    lunedì 26 aprile 2010

    Note parallele ad una strategia poliziesca già fallita


    [www.uniriot.org]
    Solidarietà da Torino ai compagni e alle compagne dell'Aut-Aut di Genova ...mentre s'avvicina il maggio 2010 No Rewind...

    Da settimane si sussegue il gonfiarsi della mole di denunce contro i compagni e le compagne dell'Aut-Aut di Genova. Il tutto si inserisce all'interno del terzo segmento dell'operazione poliziesca Rewind, in riferimento agli scontri al G8 University Summit di Torino del 19 maggio 2009. Il ritmo scandito degli altolà dei questurini contro gli studenti e le studentesse dell'Onda di Genova che hanno partecipato alla straordinaria mareggiata torinese ha oramai assunto la dimensione del ridicolo... una settimana 5 denunce, quella dopo un altro paio, ogni tanto qualche scheggia impazzita mandata in missione solitaria... La conta all'oggi è ferma a 16, l'ultima denuncia la scorsa settimana. Ci vien quasi da ridere, anzi, togliamo il quasi. Ridiamo per l'inconsistenza giudiziaria di dispositivi repressivi vuoti, ridiamo per il metodo da circo usato dalle questure di Torino e indirettamente di Genova, ridiamo perchè non abbiamo paura.

    L'accusa che viene propinata è quella del travisamento in manifestazione autorizzata! 16 denunce per teste copertasi - anche solo parzialmente! - sotto la pioggia di lacrimogeni esplosa dagli smarriti fronti polizieschi in corso Marconi, nell'impossibilità di contenere la determinazione e la rabbia di un'Onda non arginabile. Oltre ai compagni e alle compagne di Torino Bologna Padova e Napoli già sotto processo per il primo filone d'inchiesta Rewind, altre denunce sono arrivate nelle ultime settimane in altre città (nuovamente Bologna, Brescia e Venezia): che obiettivo ha l'elargizione di questi dispositivi di avvertimento? pretorini e sbirri pensano di intimorirci? Sbagliano ancora, peccano di meccanica presuntuosità. Il lascito soggettivo plasmato dall'Onda non è così misero da essere in balia dello sfizio repressivo di chi pensa di difendere la pace sociale minacciando, invitando alla ritirata chi invece cose da dire e da fare ne ha ancora tante, per cambiare questo paese di merda che la sua guerra ai giovani e alla loro sete di trasformazione l'ha dichiarata da tempo.

    Nel frattempo, mentre il 19 maggio 2010 si avvicina, senza nessuna velleità commemorativa, ma nella politica determinazione di gridare ancora che "dietro quello scudo c'eravamo tutt*", stiamo costruendo a Torino e Bologna appuntamenti pubblici con i quali proseguiremo la nostra opera di decostruzione di Rewind, aggiungendo un ulteriore tassello simbolico di risposta ad un teorema repressivo già ribaltato.

    Sulle vostre facce scorgiamo solo l'espressione frustrata della sconfitta.
    Non siete riusciti ne riuscirete a fermarci.
    Non ci arrendiamo, fatelo voi.

    Solidarietà ai compagni e alle compagne di Genova

    UniRiot Torino

    mercoledì 21 aprile 2010

    Studenti in movimento per cavalcare l'Onda. Proiezione Youngstown a Palazzo Nuovo


    [www.ilmanifesto.it] «Youngstown», vite precarie da docu-fiction

    di Benedetto Vecchi

    Computer sempre acceso e connesso alla Rete, televisore perennemente sullo sfondo. E una casa affastellata di libri, letti in disordine e arredamento minimal. Sono gli interni del video Youngstown - un'altra volta, un'altra Onda girato emontato come una docu-fiction dal gruppo romano, coordinato da Maurizio Gibertini di Officina multimediale. Si racconta l'Onda che per alcuni mesi invase le strade di Roma, Bologna, Milano, Pisa e Firenze per protestare contro il progetto di controriforma dell'Università targatoMaria Stella Gelmini e Giulio Tremonti. Filo conduttore, due giovani studenti universitari di Roma che alternano studio, lavoro (precario) e partecipazione al movimento. A loro modo, sono figure rappresentative della contemporanea condizione studentesca che non conosce confini e frontiere. Se si leggono, infatti, le cronache delle mobilitazioni studentesche austriache, tedesche, francesi, greche e statunitensi degli ultimi due anni, non ci sono poi così differenze rispetto la vita (metropolitana) di Vienna, Parigi, Roma, Atene o Berkeley. Tutti gli studenti sono inseriti in percorsi formativi che devono essere bruciati nel minor tempo possibile, perché l'università è una fabbrica del sapere che tritura bisogni e desideri nei tristi meccanismi dei crediti formativi. Ma una volta usciti, corrono il rischio di essere risucchiati nel gorgo della precarietà. L'università, cioè, invece che preparare la futura classe dirigente è un dispositivo che addestra all'eterno presente di una «vita precaria». Questo non vuol dire che nell'università non si riflettono le differenze di classe presenti nella società. Più prosaicamente, la futura classe dirigente si forma sempre più fuori dall'università di massa scaturita dalla rivoluzione mondiale del Sessantotto.

    Il video alterna la vita dei due giovani con immagini delle manifestazioni in giro per l'Italia e con interviste a ricercatori (precari), docenti e architetti. Il ritmo delle immagini che scorrono è paragonabile a quello della calma prima che inizi la mareggiata e l'onda che tutto rimette in movimento. I dialoghi in interno hanno il potere ipnotico di una asfissiante normalità che, invece, il movimento, l'onda riesce a infrangere. E tutto ciò potrebbe far pensare che lamiseria della condizione studentesca tale sia destinata a rimanere. Quando le riprese si spostano nella strada, zigzagando tra cortei che sembrano happening, il video decolla, quasi a suggellare il fatto che le «vite precarie » dei giovani possono manifestare potenza politica solo se si mettono in movimento. Non è un caso che la colonna sonora dell'Onda oscilli tra un pop raffinato e il rap delle banlieues francesi. Il video di Officina multimediale, tuttavia, registra la capacità dell'Onda di non volere essere un movimento reattivo a una proposta di legge sull'università. Per mesi, l'ordine del discorso di questo movimento ha messo l'accento sul fatto che la crisi economica non poteva essere pagata dagli studenti o dal «lavoro vivo». Accanto a questo, l'Onda ha sottolineato come la condizione studentesca non fosse analizzabile se veniva rimossa la questione della precarietà e dalla dismissione del welfare state. Dunque, un movimento che ha rivendicato da subito la sua politicità e la sua autonomia dalle forme organizzate della politica istituzionale. Da qui, gli intermezzi e le interviste presenti nel video su come le forme di controllo messe in campo dal governo italiano hanno sempre oscillato tra la minaccia di usare le maniere forti e una gestione degli spazi metropolitani affinché le manifestazioni non interrompessero i flussi produttivi. E di come, però, il movimento è sempre riuscito a infrangere talimeccanismi di controllo, riuscendo, talvolta, a «bloccare la città». Il videomette a fuoco ciò che era accaduto con un ritmo che alterna il rallenti con accelerazioni, introducendo così, implicitamente, cioè che è accaduto con la risacca. Ma siamo ai titoli di coda. In attesa di una nuova mareggiata.

    Il video sarà presentato oggi (21 aprile) a Torino a Palazzo Nuovo (ore 16.30, via S. Ottavio 20), mentre domani dopo verrà presentato a Milano (ore 16.30, via del Conservatorio 7)

    giovedì 1 aprile 2010

    1 Aprile - Processo Rewind - A Torino dietro quello scudo c'eravamo tutt*!


    [www.uniriot.org]
    Il 6 luglio 2009 la procura di Torino, capitanata dal solerte procuratore generale Giancarlo Caselli, con l'operazione denominata "Rewind", ordina 21 mandati di carcerazione a carico di attivisti dell'onda studentesca di varie città italiane. Nel corso dell'inchiesta nell'autunno del 2009, si aggiungeranno all'elenco indagati altri attivisti padovani, torinesi, bolognesi e genovesi sottoposti a misure restrittive della libertà. Soltanto nel marzo del 2010 verranno revocate per quasi tutti le misure cautelari, mentre alcuni imputati sono tutt’ora sottoposti a misure restrittive.  Ciò che viene loro imputato è di aver preso parte alla grande mobilitazione del 19 maggio 2009 a Torino contro il G8 University Summit e agli scontri con le forze dell'ordine che presidiavano la zona rossa del vertice.

    Ma in quella giornata eravamo in più di 10.000 tra studenti, dottorandi e precari dell'università a prendere la parola pubblicamente con un grande corteo per esprimere - ancora una volta dopo le mobilitazioni dell'autunno - la nostra indisponibilità al processo di dismissione dell'università pubblica e la nostra determinazione a costruire una università diversa attraverso le pratiche dell’auto-riforma e dell’auto-formazione. E non solo: quel giorno eravamo in migliaia a voler sancire come illegittimo ciò che si stava svolgendo all'interno di quella zona rossa che bene simboleggia l’intenzione di arginare il protagonismo del corpo vivo delle nostre università ed estrometterlo dai processi decisionali. La violazione di quella zona rossa voleva dire per noi dare simbolicamente visibilità all’intelligenza e ai desideri di migliaia di studenti e ricercatori che irrompendo nello spazio pubblico italiano hanno cominciato a costruire una nuova idea di università e di formazione. E così è stato, dietro a quello scudo a urlare di essere “l'anomalia del futuro” e ad impedire che del nostro futuro fosse impunemente deciso sopra le nostre teste eravamo insieme, tutti e tutte 10.000.

    E come avrebbe potuto essere altrimenti dopo un autunno come quello dell'anno passato, durante il quale le partecipatissime mobilitazioni dell'onda avevano avuto una potenza tale da spazzare via le tremontiane retoriche degli “studenti fannulloni” per lasciare posto a migliaia di studenti che avevano invece intenzione di riprendersi la parola da protagonisti e di rovesciare le trasformazioni agite dal governo sull'intero mondo della formazione?

    L’Onda Anomala ha mostrato a tutti la forza dirompente di una generazione post-ideologica capace di contestare i tagli alla ricerca e all’istruzione pubblica, di criticare i processi di riforma e riorganizzazione della formazione  messi in atto dal Bologna Process, e di costruire una mobilitazione diffusa e radicale tutta protesa in avanti, estranea a logiche nostalgiche e animata dalla volontà di costruire un progetto comune di altra-formazione.

    L’Onda ha parlato di università, ha contestato i tagli voluti dal Governo, ha parlato di saperi critici, di autonomia dei percorsi formativi e di ricerca, ma ha anche saputo esprimere nelle università e nelle strade la rabbia di chi vive ormai da anni una condizione esistenziale di precarietà. Ha saputo parlare della società nel suo complesso, della crisi globale che investe l’economia e dei nuovi razzismi che le retoriche della sicurezza alimentano e diffondono. Non si è chiusa tra le mura degli atenei, ha sfondato definitivamente tutti gli argini di un anacronistico “studentismo” e ha posto tra le proprie priorità la battaglia per il reddito garantito e per un nuovo welfare. Tutto questo è stato costruito per mesi fuori dalle soffocanti retoriche dei partiti e dei sindacati della sinistra italiana, dimostrando la possibilità di fare movimento e di costruire rivendicazioni concrete e radicali all’interno di spazi comuni e attraverso reti sociali autonome e indipendenti dalla politica istituzionale.

    Il carattere dirompente, eterogeneo e di massa, innovativo, radicale, non rappresentabile e non categorizzabile di questo movimento, aveva già avviato nell’autunno del 2008 il solito tentativo di trasformare un’espressione sociale e politica in un problema di ordine pubblico e l’operazione di Caselli non è nient’altro che il tentativo giustizialista, tipico della sinistra italiana, di criminalizzare e di legare al problema della “legalità” la costruzione di legittimi percorsi di lotta.

    Dopo essere stati per mesi al centro del discorso mediatico infatti (basti ricordare lo spazio dedicato da Repubblica alle mobilitazioni dell’Onda), a seguito delle grandi giornate di Torino si è immediatamente palesata l'ambiguità e la funzionalità del monolite mass-mediatico: improvvisamente dalle colonne del Corriere della Sera e di Repubblica non si parlava più di un grande movimento contro l'abbattimento della formazione pubblica, ma di un'Onda bifida, composta da una parte buona e pacifica, la maggiore,e da uno sparuto gruppo di violenti e facinorosi che avrebbe guidato gli scontri del 19 maggio a Torino.

    Questa teoria è servita anche a sorreggere l'operazione del procuratore Caselli, emblematicamente denominata “Rewind”, riavvolgere, per riscrivere funzionalmente, sulla nostra pelle, quanto era successo. Ma chiunque sia stato quel giorno a Torino sa come sono andate davvero le cose.

    Non ci stupisce che questo tentativo di criminalizzazione di pochi per nascondere quella che è stata una conflittualità espressa collettivamente, provenga dagli stessi spalti di coloro che oggi dalle colonne degli stessi giornali sostengono il processo di abbattimento dell'università pubblica, accogliendo con plauso i violenti tagli alla formazione mascherati da distribuzione “differenziata” dei fondi secondo criteri “meritocratici”.

    Quella di Rewind è chiaramente un operazione tutta politica. All’interno ci possiamo leggere l’atteggiamento da sempre assunto dalla sinistra italiana: complicità assoluta nel governare i processi di ristrutturazione capitalistica degli ultimi 30 anni, coinvolgimento attivo a livello nazionale e locale nell’organizzazione delle politiche di controllo sociale e un interesse sempre vivo ad arginare e colpire a ogni costo i movimenti sociali e le rivendicazioni di chi parla oggi di libertà, di auto-determinazione, di reddito e di nuovi diritti.

    L’11 marzo il p.m. Sparagna ha chiesto, durante la prima udienza del processo, fino a due anni di carcere per gli imputati del processo Rewind. Noi rispondiamo a questo tentativo rozzo e mal costruito di criminalizzazione raccogliendo e valorizzando ciò che il movimento dell’Onda ha depositato e ne sfrutteremo tutta la potenza innovatrice convinti dell’assoluta legittimità dei nostri progetti. Lo faremo dentro e fuori dalle Università, senza paura e rimandando al mittente il tentativo di intimidazione con cui tenta di colpirci la procura di Torino.

    UniRiot Network

    martedì 30 marzo 2010

    Una banca che fa regali per ipotecarci il futuro!


    Stamattina alcuni studenti del Collettivo Universitario Autonomo hanno contestato la presenza dell'Ubi Banca davanti Palazzo Nuovo. Striscione, cartelli e un volantinaggio per denunciare il ruolo che banche e privati avranno con la riforma dell'università voluta dalla Gelmini e dal governo. Segue il volantino distribuito nella mattinata:


    Che fosse solo una questione di tempo l’avevamo immaginato, ma vedere una banca “vestita” di fiori e colori farsi propaganda di fronte a Palazzo Nuovo è davvero preoccupante.

    Lo è, nel momento in cui realizza, nei fatti, ciò che questa riforma dell’università voluta dal ministro Gelmini e dal governo Berlusconi ha messo in programma: l’ingresso dei privati all’interno degli atenei e dei suoi Cda. Per non considerare l’aumento dei costi, a seguito della riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario, per chi vuole frequentare l’università.

    La presenza dell’Ubi Banca oggi, così accattivante e proprio fuori dall’università vuole in realtà dire: “non preoccupatevi ragazzi, quando la morsa del caro vita e delle rette insostenibili si stringerà attorno a voi, ci saremo noi a finanziarvi, a farvi un prestito d’onore che voi ci restituirete una volta finiti gli studi. Vi daremo un anno, una volta laureati, per trovare un lavoro e iniziare a pagarci i debiti e gli interessi. Adesso lasciateci la vostra mail, partecipate a questo concorso… Quando la situazione precipiterà inesorabilmente noi vi cercheremo, per offrirvi un prestito con i tassi alle stelle e voi sarete talmente in difficoltà da non poterci dire di no…”. Sembra fin troppo facile...

    La crisi globale e la precarietà lavorativa che ormai caratterizzano la vita di noi tutti sono il dato reale dell’oggi che ci permette di vedere questo prepotente ingresso dei privati e delle banche come il tentativo di precarizzare sempre di più le nostre vite, costringendoci a lavorare come schiavi per mantenere gli studi oppure, come vorrebbero le banche e le università, a indebitarci per poterne sostenere i costi.

    E’ proprio questa crisi ancora in corso che ci mostra il fallimento di un sistema fondato sull’indebitamento ma, invece di attuare una netta inversione di tendenza, il governo italiano ci propone un modello di formazione come quello degli Usa, sistema che vede gli studenti (già di per se precari) non riuscire a saldare il debito una volta finita l’università. Sappiamo bene quanto sia difficile trovare un lavoro decente e purtroppo tante volte non basta una laurea a cambiare questo fatto!

    Non esistono banche buone o cattive, tutte infatti sono figlie di un sistema che “capitalizza” le nostre stesse esistenze, rendendo la vita sempre più precaria e ricattabile.

    Lasciamola pure la mail se vogliamo portarci a casa una maglietta o qualche altro gadget, con la consapevolezza però di cosa sta dietro a tutta questa “generosità”: la volontà di ipotecarci il futuro.

    Collettivo Universitario Autonomo
    cuatorino.blogspot.com

    giovedì 25 marzo 2010

    I medi occupano la sede della Gtt! Ora ci riprendiamo tutto!


    [www.ksatorino.it] Da tempo ormai ci siamo mobilitati contro il caro-trasporti, nell'ambito di una campagna per la riappropriazione degli spazi lanciata a livello nazionale. Pisa, Modena, Bologna, Brescia, Palermo sono solo alcune delle città nelle quali, in queste ore e in questi giorni, stanno avendo luogo altre iniziative. Già da qualche settimana svolgiamo sui pullman iniziative di speakeraggio, distribuendo volantini ai passeggeri per spiegare ai viaggiatori i motivi della nostra protesta e le nostre richieste, puntualmente condivise. Non siamo solo noi studenti ad esserci accorti di come stia diventando sempre più proibitivo il costo dei biglietti e degli abbonamenti per i mezzi pubblici, mezzi che nella maggior parte dei casi sono sovraffolati e fatiscenti. Abbiamo intenzione di portare avanti la nostra lotta fino a quando non verranno soddisfatte le nostre richieste, che prevedono uno sconto ulteriore del 33% sugli abbonamenti annuali per gli studenti medi così com'è per gli universitari; una riduzione del 50% del prezzo dei biglietti ordinari; la diminuzione della multa per mancanza del biglietto da 60 a 20 euro; l'istituzione con cadenza regolare di giornate a tema ambientale in cui i mezzi siano gratis per tutti. Per questi motivi oggi abbiamo occupato la sede degli uffici della GTT, dove, sotto la stretta sorveglianza di un nutrito numero di forze dell'ordine, un responsabile dell'azienda si è fatto garante della presentazione di un esposto in regione Piemonte per l'approvazione dei nostri punti. Vogliamo evidenziare il tentativo da parte della questura di criminalizzare le nostre campagne. Il 23 marzo alcuni di noi sono stati fermati dalla polizia mentre volantinavano sui pullman, minacciati poi di essere ritenuti responsabili di qualsiasi atto di danneggiamento dei mezzi pubblici, colpevoli di aver espresso il nostro punto di vista in merito ad un servizio che dovrebbe essere pubblico e accessibile a tutti. Ma non sono solo le questure a cercare di isolarci e di spaventarci. Infatti il giorno dopo l'esplosione di una bomba carta su un tram in deposito, un giornalista ci ha citato come presunti autori del fatto. Con l'occupazione di oggi, non abbiamo solo voluto rilanciare la campagna, ma dimostrare come non siamo disposti a scendere a compromessi né a farci intimorire.

    GTT CI HAI RUBATO TANTO, ORA CI RIPRENDIAMO TUTTO!

    K.S.A. - Kollettivo Studenti Autorganizzati

    «Sciopero bianco» La protesta si estende


    [www.ilmanifesto.it] Verso un'assemblea nazionale

    di Roberto Ciccarelli

    Generalizzare l'astensione dalla didattica per il prossimo anno accademico se dal Disegno di legge Gelmini sull'università, attualmente in discussione in commissione cultura al Senato, non verrà ritirata la proposta di cancellare la terza fascia dell'insegnamento, se l'attuale precariato della ricerca non verrà ricondotto ad un rapporto di lavoro garantito e non verranno rimossi i tagli al finanziamento degli atenei. Sono le principali richieste che i ricercatori porteranno all'assemblea nazionale che sarà convocata entro maggio in uno degli atenei mobilitati contro la riforma.

    L'idea serpeggia nelle assemblee che, da dicembre, stanno registrando una crescente partecipazione tra i ricercatori delle facoltà scientifiche di Torino, Napoli, Cagliari, oltre che di Milano, Bari e Bologna. Il numero delle mobilitazioni è destinato ad allargarsi dopo che il relatore della legge Valditara (Pdl) ha presentato in commissione una serie di emendamenti che modificano lo statuto giuridico del ricercatore imponendo l'obbligo dell'attività didattica.

    Quello a cui i ricercatori si oppongono è lo snaturamento del loro ruolo che rappresenta il 40 per cento del personale docente universitario, subisce una buona parte del carico didattico, sebbene la legge che dovrebbe regolare questa attività ne preveda l'impiego solo nella ricerca. La situazione sta esplodendo perché la riforma Gelmini si è spinta oltre il tentativo timidamente abbozzato qualche anno fa da Letizia Moratti di abolire del tutto la figura del ricercatore.

    La riforma Gelmini riduce infatti a due le fasce di docenza, mette in competizione i ricercatori a tempo determinato - i futuri «3+3» - con gli strutturati. Una prospettiva che, qualora venisse realmente finanziata, creerebbe un conflitto dall'esito imprevedibile. Tutti e due, strutturati e precari, andrebbero infatti a concorrere per la stessa posizione di associato.

    Un altro dei punti qualificanti della piattaforma che verrà discussa in vista dell'assemblea nazionale è il ruolo unico per la docenza. Oggi, il ricercatore per diventare associato viene prima licenziato. Poi fa il concorso e viene riassunto nell'altro ruolo. Con il blocco del turn over non vengono ostacolate solo le nuove immissioni in ruolo dei giovani ricercatori, ma anche i passaggi di fascia di docenza per chi già lavora nell'università. A differenza del resto della pubblica amministrazione, dove il blocco delle assunzioni è pratica consolidata da più di dieci anni, all'università quando si blocca il turn over si bloccano anche i passaggi di carriera.

    Da questa impostazione, confermata in un'assemblea ieri a Torino - uno degli atenei dove la mobilitazione è più avanzata - sta emergendo anche l'ipotesi di una coalizione tra ricercatori, precari e studenti. La proposta verrà presentata oggi nel consiglio di facoltà di Scienze e il prossimo 9 aprile in una conferenza d'ateneo, nel frattempo verrà sottoposta anche agli altri atenei. Al centro dell'attenzione c'è il problema del precariato. Il movimento chiede l'ingresso in ruolo con passaggi brevi per chi vuole fare ricerca, riconducendo la giungla esistente delle borse di studio ad un contratto di lavoro con tutti i diritti sindacali. In un mondo come quello della ricerca, dove non esistono garanzie per nessuno, si inizia a pretendere la garanzia di una retribuzione dignitosa e un limite invalicabile al precariato. Tutto l'opposto dell'attuale periodo indefinito durante il quale non esistono né certezze né qualità della vita.

    Non è tanto un affar di Cultura da imbalsamare... ma di accessibilità e redistribuzione, riappropriazione!


    L'università manda i libri al macero.
    Studenti e prof salvano 4mila volumi

    [torino.repubblica.it] La facoltà di Lettere svuota i magazzini, studenti e docenti salvano 4mila libri. Il preside Massobrio: "Si tratta di doppioni e l'idea di venderli è assurda". Il professor Migone: "Un'immagine negativa per tutto l'ateneo"

    di Sara Strippoli

    Platone non ama Cartesio e proprio non gli va di finire al macero, seppure in compagnia dell'opera omnia di Aristotele in greco o di un saggio con gli scritti inediti del Ciaffi, latinista famoso. È parsa dunque davvero un po' surreale l'immagine che si è vista martedì pomeriggio davanti a Palazzo Nuovo: scatoloni di libri abbandonati nelle aiuole recintate in attesa di essere portati al macero, tesi di laurea e migliaia di volumi editi da Giappichelli o Gheroni, la maggior parte dei quali siglati Università di Torino, facoltà di magistero. Il ragno che ha alzato tutto in massa e sgomberato definitivamente l'area è arrivato soltanto questa mattina. Per fortuna però, studenti e professori, sconcertati dall'idea che fosse proprio l'Università a mandare al macero quei volumi senza tentare una soluzione alternativa (una biblioteca disponibile o un punto di distribuzione gratuita) sono corsi a rovistare nelle scatole e hanno portato in salvo una parte dei volumi, finiti così nell'atrio di Palazzo Nuovo e a disposizione degli studenti incuriositi da quei vecchi reperti.

    "Quando ce ne siamo accorti abbiamo fatto una selezione e ne abbiamo portati dentro oltre quattromila - racconta Gaia, una delle rappresentanti dei ragazzi di Lettere - e i ragazzi hanno gradito. L'Università ha sgomberato parte della cantina per ripulire ma a nessuno a quanto pare è venuto in mente che si potesse inventare qualcosa di diverso che non fosse abbandonare i libri là fuori". Ieri mattina, i volumi rimasti si potevano contare sulle dita di una mano: molte copie di manuali di geografia, "La politica mediterranea inglese" edita da Gheroni nel 1952, "Scritti Vari" di filosofia, anno di pubblicazione il 1950, "Le fonti italiane della Romola di George Eliot", editore Giappichelli.

    La docente di Storia della lingua latina Valeria Lomanto mostra tutta contenta il suo bottino, gli Scritti inediti del Ciaffi: "È un latinista famoso, questo è un testo che potrebbe essere usato ancora oggi". L'Università che piange per i tagli non poteva vendere i libri ad un prezzo simbolico di 1 euro?, si interroga la professoressa: "Sembra assurdo che siano gli studenti a salvare i libri". Le accuse arrivano anche dal professore di Storia del Nord America Gian Giacomo Migone: "Mi sembra che in questo modo l'Università regali un'immagine di superficialità. Una studentessa mi ha portato un volume che giudico di grande interesse, sarebbe stato un vero peccato vederlo finire in un cassonetto". E Chiara, dell'Associazione Altera, è lì a rispondere dei tanti studenti incuriositi che si avvicinano con timidezza i volumi chiedendo se si potevano prendere: "Io ho salvato l'opera omnia di Aristotele in greco, l'abbiamo portata nella stanza della nostra associazione". Ma sono matti a buttare via i libri? dice Matteo che si è accaparrato sette volumi.

    Il preside di Lettere Lorenzo Massobrio, avvertito dai ragazzi, è cascato dalle nuvole, ma non sembra particolarmente turbato dall'operazione sgombero: "Certo la decisione non dipende da me, il problema è di chi dirige la logistica, ma comunque tutti i responsabili delle biblioteche sono stati consultati. E che altro si doveva fare con uno sgombero? Si mettono i libri da qualche parte in attesa che se li portino via". Vendere i libri è un'idea assurda, aggiunge Massobrio "ma sono contento che i ragazzi abbiano seguito il mio consiglio, andare a prendersi direttamente i libri, una scelta di buon senso".
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    A Palazzo Nuovo la strage delle tesi e dei libri dimenticati

    [www.lastampa.it/torino] Per sgomberare alcuni locali, l’Ateneo getta tutto per strada

    di Paolo Coccorese
    Francesco Bossa, studente di Storia dalla barbetta incolta, lo dice chiaramente: «Un saggio di agraria non è certo il libro che leggi prima di andare a letto, ma piuttosto che vederlo abbandonato in strada preferisco portarmelo a casa. I libri non si buttano mai. Tanto meno dovrebbe farlo l’Università». Queste le parole di una delle 200 persone che, tra studenti e docenti dell’Ateneo di Torino, tra martedì e ieri mattina hanno preso d’assalto il giardinetto dell’ingresso di Palazzo Nuovo. L’obiettivo è una montagna di scatoloni, disordinatamente ammassati, ricolmi di libri e di tesi dalle pagine ingiallite. Un tesoro del sapere accademico abbandonato a pochi passi da via Sant’Ottavio. Spazzatura dai nomi eccellenti: Giovanni Tabacco, Piero Pieri e Gianni Vattimo. Opere di autori che hanno scritto la storia della cultura cittadina, destinati al macero senza alcun riguardo.

    Brunello Mantelli, professore di Storia contemporanea è stato uno dei primi ad arrivare: «Ho visto un gruppo di ragazzi nel cortiletto della facoltà e ho deciso di avvicinarmi. È lì che ho visto gli scatoloni abbandonati pieni di libri. Ho pensato fossero giacenza di magazzino da buttare e ne ho approfittato: ho trovato volumi di grandi maestri. Disfarsene penso sia una scelta miope ed idiota. Andrebbero per lo meno donati alle biblioteche civiche». Un parere condiviso dai numerosi studenti che sono tornati a casa con scatoloni ricolmi di libri. Come Aurora Laurenti, studentessa di Beni Culturali, che ammette: «Ho riempito il mio appartamento. Alcuni studenti hanno portato via anche vecchie tesi di laurea di relatori prestigiosi come Tranfaglia e Abbagnano. Potrebbero tranquillamente ricopiarle e laurearsi con quelle. Mi è tornato in mente Fahrenheit 451 di Truffaut. Lì i libri venivano bruciati perché fuorilegge, qui l’Università li abbandona in mezzo alla strada».

    Nella mattinata di ieri alcuni studenti si sono organizzati e hanno deciso di allestire una bancarella nell’atrio di Palazzo Nuovo per distribuire liberamente i testi recuperati. La gran parte, però, dopo la nottata sull’erba, è stata raccolta dai netturbini della raccolta Carta e portati al macero. Nei corridori dell’Università, invece, mentre qualcuno parlava già di razzia di libri della biblioteca ad opera di fantomatici studenti, il preside della facoltà di Lettera Lorenzo Massobrio svelava il mistero: «L’Ateneo ha deciso di sgomberare un locale nel secondo seminterrato di Palazzo Nuovo che dagli Anni Settanta è stato adibito a deposito. Dipartimenti e biblioteche nel tempo hanno ammassato materiali di ogni tipo non più utilizzati. Armadi, sedie, computer obsoleti e libri: tutto quelle cose che, una volta scaricate dagli inventari, dovevano essere alienate. Prima dell’inizio dei lavori, è stato chiesto ai responsabili di ogni dipartimento di stimare il valore e l’utilità delle giacenze.

    I testi in questione sono già presenti in più copie nelle nostre biblioteche e hanno un valore commerciale esiguo. È triste disfarsene, ma non abbiamo le risorse per gestire dei banchetti per la distribuzione agli studenti. Le tesi, invece, appartengono ai professori relatori e non all’archivio della nostra segreteria».

    Una spiegazione che non convince Giangiacomo Migone, professore di Scienze Politiche: «I problemi burocratici sono scuse per le scelleratezze. I libri non si buttano mai, a maggior ragione quelli più vecchi che, essendo difficili da trovare, sono i più preziosi».

    giovedì 18 marzo 2010

    A Torino ricercatori giù dalla cattedra

    [www.ilmanifesto.it] Esplode la protesta contro il ddl Gelmini che prevede la scomparsa dei ricercatori a tempo indeterminato. A rischio un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. E la battaglia ora potrebbe estendersi. Stop alle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Contro i tagli e il sistema di reclutamento

    di Roberto Ciccarelli

    Per la prima volta nella storia dell'università di Torino, i ricercatori della facoltà di Scienze hanno annunciato un'astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Il documento che ha reso nota questa decisione senza precedenti è stato sottoscritto da 140 sui 180 ricercatori presenti nella facoltà. A questa schiacciante maggioranza si sono aggiunti i 30 ricercatori della facoltà di matematica, che hanno controfirmato un altro documento insieme ai loro docenti, i 30 (su 37) di Psicologia e i due terzi dei ricercatori di Agraria. Nella stessa direzione stanno andando i ricercatori di Fisica, ai quali potrebbero aggiungersi quelli di Medicina e del Politecnico dove nei prossimi giorni saranno convocate alcune assemblee per decidere le forme di protesta contro il disegno di legge Gelmini che prevede la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato.

    Una protesta che segue quella già adottata dai ricercatori della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove dall'8 marzo scorso 110 ricercatori si astengono dagli insegnamenti previsti nel secondo semestre, limitandosi a fare didattica di sostegno e non quella «frontale» come prevede la legge del 1980 che ha istituito questa figura centrale, ma disconosciuta, nell'università italiana. Forme analoghe di protesta si stanno registrando a Cagliari, mentre i ricercatori dell'Alma Mater di Bologna hanno sottoscritto nel febbraio scorso un documento consegnato al Rettore in cui si chiede di adottare soluzioni per scongiurare una simile ipotesi.

    I documenti che stanno circolando nell'università del capoluogo torinese denunciano i tagli operati dal governo al Fondo di finanziamento ordinario per l'università e del nuovo sistema di reclutamento prospettato nel Ddl che «portano gli atenei sull'orlo della bancarotta e strozzano ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei ricercatori estromettendoli dalle commissioni di concorso». Ma le polemiche più aspre si registrano sulla nuova figura del ricercatore a tempo determinato previsto nella riforma Gelmini.

    Un contratto di massimo sei anni che si aggiunge all'attuale moltitudine di assegni, borse e contratti, estende la durata del precariato fino a 10 anni senza alcuna certezza di assunzione e rischia di aprire con i ricercatori confermati una «guerra tra poveri» sui concorsi da associato. I ricercatori torinesi sono convinti che l'introduzione di questa figura non risolverà il problema dell'enorme precariato esistente ma lo aggraverà.

    La loro decisione minaccia di bloccare un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. I presidi saranno costretti a chiedere l'affidamento delle cattedre mancanti all'esterno ricorrendo a docenti a contratto a titolo gratuito, visto che i tagli hanno ridotto il budget della sola facoltà di Scienze da circa 900 mila euro a poco più di 300 mila. Facile immaginare che non ci sarà la fila per coprire questi ruoli. C'è però anche una soluzione alternativa. Che i corsi vengano affidati ai docenti di ruolo. I ricercatori chiedono ai docenti di limitare la loro didattica sostitutiva ad un numero minimo di ore, da 90 a 120. Una richiesta che, secondo Lorenza Operti, vicepreside di Scienze, sarà valutata con attenzione, visto che già nel documento dei ricercatori di matematica discusso a febbraio «c'era una frase sulla solidarietà dei docenti che sottintendeva la richiesta ai docenti di non farsi carico della didattica lasciata dai ricercatori rendendo in questo caso inutile la loro astensione».

    Una decisione verrà comunque presa il prossimo 25 marzo quando, in un consiglio di facoltà, i ricercatori proporranno che lo «sciopero bianco» venga esteso all'intera facoltà. Negli incontri che si sono succeduti negli ultimi giorni nelle commissioni didattiche è emersa la possibilità che anche i professori - gli associati e gli ordinari - solidarizzino con la protesta. «Sono molto d'accordo con le motivazioni dei ricercatori - afferma Lorenza Operti - meno sulle modalità. Ritengo che l'astensione dalla didattica sia qualcosa che va troppo in là nel tempo. Dovrebbe essere un'azione un po' più immediata. Penso alle lezioni in piazza, al volantinaggio, azioni forse un po' più soft, ma di effetto immediato».

    Azioni che non vengono del resto escluse dagli stessi ricercatori che stanno riflettendo sulle conseguenze di una situazione inedita nella storia dell'università italiana. Per valutarne l'impatto, il loro orientamento è di convocare dopo il 25 una commissione paritetica composta da ordinari, associati, ricercatori e studenti che esaminino tutte le questioni legali che nasceranno. L'obiettivo è di presentare un documento al consiglio di facoltà del prossimo mese ed assumere una linea comune.

    Il Ddl Gelmini è la goccia che ha scosso le ultime, residue, certezze dei ricercatori che vivono la condizione paradossale in cui la didattica è un obbligo e la ricerca è volontariato, quando invece dovrebbe essere il contrario. «I tagli bloccano la ricerca. Le macchine diventano nel frattempo obsolete, non ci sono soldi per comprare le riviste, assistiamo alla demoralizzazione di un'intera categoria - afferma Davide Levy, ricercatore in Scienze mineralogiche - La nostra è una protesta per fare capire che il mondo universitario si è stancato di questa situazione, i governi di destra e di sinistra devono capire che l'università è un valore culturale e morale di questo paese».

    A differenza di un'immagine consolidata che attribuisce agli umanisti il primato della politica nell'università, da molti anni ormai il testimone è passato agli scienziati. Alessandro Ferretti, ricercatore in Fisica, spiega questo protagonismo con il fatto che «nelle nostre facoltà i ricercatori sono pressoché indispensabili per il funzionamento della didattica, oltre che della ricerca. Sono persone che hanno indipendenza di giudizio, abituate a confrontarsi a livello internazionale». Un'immagine confermata da Davide Levy per il quale «siamo meno legati ad una situazione baronale. Il rapporto con il professore ordinario è quasi paritetico. Nelle nostre facoltà riceviamo un grosso sostegno da parte dei professori e questo ci stimola a portare avanti la protesta».

    La protesta dei ricercatori torinesi ha assunto il profilo di un'assunzione collettiva di responsabilità verso le generazioni future che non si rassegnano a fuggire all'estero a causa della guerra contro l'intelligenza che da più di vent'anni si sta conducendo in Italia. Ma è anche la ricerca di una soluzione per i 3 mila precari - età media 35 anni - che quest'anno, solo a Torino, non vedranno rinnovati i loro contratti a causa dei tagli incombenti. Ferretti conferma l'intenzione di formare un coordinamento congiunto tra ricercatori di ruolo e i precari per affrontare un'emergenza sociale di grandi dimensioni. Per Valentina Barrera, rappresentante dei precari della Flc-Cgil, «è urgente affrontare questo problema legato al transitorio. Dopo la chiusura del tavolo di ateneo con i soggetti colpiti dai tagli, chiederemo di riconvocare un tavolo a livello regionale. La nostra prospettiva resta la difesa del contratto da ricercatore a tempo indeterminato».

    martedì 16 marzo 2010

    "Addio Università, non insegniamo più"


    [torino.repubblica.it]
    La protesta di 150 ricercatori di Scienze: oggi dimissioni da altre facoltà. La rivolta contro il decreto Gelmini. A rischio, dal prossimo anno, lezioni e numerosi corsi

    di Tomaso Clavarino
    Per anni hanno tenuto corsi, sostituito professori, esaminato gli studenti, tutti lavori extra, ossia oltre i compiti previsti dalla legge, svolti più per passione che per convenienza. Ma dall`anno prossimo questi compiti se li dovrà assumere qualcun altro perché loro, i ricercatori universitari, non ci stanno più. «Da anni chiediamo che venga riconosciuto il ruolo essenziale che svolgiamo all`interno degli atenei - spiega Alessandro Ferretti, ricercatore di Fisica - invece gli ultimi decreti vanno in direzione opposta. Quello del ministro Gelmini introduce la figura del "ricercatore a tempo determinato" che si aggiunge alle attuali forme di precariato post-dottorato. Inoltre non sono previsti concorsi per la posizione di professore di ruolo proporzionati al numero di ricercatori precari assunti». Concorsi che, se anche venissero banditi, vedrebbero una lotta fratricida tra ricercatori strutturati impiegati all`interno dell`università già da anni e i nuovi a tempo determinato, che nel caso di mancato superamento, verrebbero estromessi dall`ateneo. Ed è per questi motivi che ieri centocinquanta ricercatori di Scienze hanno ufficialmente presentato la rinuncia all`insegnamento per il prossimo anno accademico: sono oltre l`80% dei centottanta presenti in facoltà. «E un numero straordinario - afferma Roberto Aringhieri, ricercatore di Informatica - che dimostra l`importanza di queste problematiche, per il nostro presente e per il futuro dei nostri colleghi. Ora ci aspettiamo una risposta simile dai ricercatori delle altre facoltà». Risposta che non tarderà ad arrivare. Oggi infatti toccherà a quelli di Psicologia presentare le rinunce. In via Verdi i ricercatori sono quasi la metà del corpo docente, e si pensa che anche qui le adesioni possano raggiungere numeri elevati. A ruota poi toccherà a quasi tutte le altre facoltà da Veterinaria a Medicina, da Economia e Scienze della Formazione, passando per il Politecnico dove i ricercatori, che sono il 42% del corpo docente, sempre oggi si riuniranno in assemblea. Queste rinunce potrebbero avere delle serie ripercussioni sull`offerta formativa degli atenei torinesi. Corsi fondamentali per le carriere universitarie degli studenti sono tenuti da ricercatori ed interi corsi di laurea si reggono sulloro lavoro. AMedicinai ricercatori hanno l`appoggio anche dei docenti di ruolo. Spiega Lorenza Operti, vice-preside di Scienze naturali matematica e fisica: «I docenti hanno optato per un patto di" solidarietà" con i ricercatori: le cattedre che rimarranno scoperte non verranno prese in carico dai professori della facoltà. Si dovranno quindi cercare docenti a contratto all`esterno». Ma gli insegnamenti saranno a titolo gratuito: facile capire che non ci sarà la fila.

    giovedì 11 marzo 2010

    Rewind: condannarne 21 per colpire l'Onda!


    [www.infoaut.org]
    Si è svolta stamani al Palagiustizia di Torino la prima udienza preliminare (dopo il rinvio per vizi procedurali del 24 febbraio) contro gli studenti dell'Onda arrestati in seguito al corteo nazionale di Torino del 19 maggio scorso, indetto dal movimento universitario contro il g8 University Summit. Con oggi non si possono più aver dubbi sulla natura meramente politica dell'intera operazione Rewind, volta a colpire un movimento che l'anno scorso ha tanto spaventato i poteri forti (siano essi politici, baronali o mediatici).

    Pesantissime le pene richieste dal pm Sparagna anche per gli studenti che hanno scelto di difendersi con il rito abbreviato, pene che vanno dall'anno e 6 mesi all'anno e 10 mesi. Non potendosi basare su effettive prove a carico degli imputati, sono state mosse accuse per "concorso morale", ovvero sono tutti colpevoli per il solo fatto di essere stati presenti al corteo (cosa, tra l'altro, che nessuno degli imputati ha mai negato). Nessuno degli elementi in mano all'accusa permetterebbe infatti una tale richiesta della pena.

    Per un paio di loro, oggi dottorandi o ricercatori (precari), la colpa è stata anche quella di aver già partecipato ad una manifestazione come il G8 di Genova (più volte ricordato in aula), come se questa potesse essere una "colpa" da espiare in circostanze diverse e a distanza di anni! Ma, secondo il pm, anzi, sarebbe proprio una manifestazione come quella di Genova ad aver legittimato le cariche violente della polizia: "Si sa come è finita a Genova con l'estintore!", parole che fanno davvero venire i brividi se si pensa a Carlo, alla sua famiglia, al loro dolore e al suo assassinio rimasto impunito.

    Il tentativo dell'accusa è stato anche oggi quello di distinguere i buoni e i cattivi all'interno di un movimento che in quella stessa giornata ha dimostrato di essere più unito e determinato che mai, tornando insieme in corteo verso Palazzo Nuovo e assumendo con un'assemblea e un comunicato stampa nazionale tutto quanto era accaduto in quella giornata.

    Gli avvocati della difesa, che hanno pronunciato oggi in aula le prime arringhe, e che parleranno nuovamente in occasione della seconda sessione dell'udienza preliminare, che si svolgerà il primo aprile, hanno insistito sul fatto che, a differenza di quanto sostenuto dall'accusa, i momenti di tensione venutisi a creare in seguito al tentativo, da parte degli studenti, di violare la “zona rossa”, non fossero premeditati e studiati a tavolino, ma fossero in realtà conseguenza di una pratica naturale e spontanea che aveva portato migliaia di persone, tutte insieme, a scendere in piazza in modo dirompente e determinato.

    Lo “scudo-ariete” immaginato dal pm Sparagna non è nient'altro che lo striscione di apertura del corteo, i “cattivi” sono in realtà rappresentati dalle migliaia di studenti e studentesse scesi in piazza che hanno, in tutti questi mesi, continuato a ribadire che “dietro quello scudo c'eravamo tutti”.

    Non sono dunque bastati tutti gli attestati di solidarietà, tutte le azioni di protesta in tutta Italia da parte delle varie articolazioni dell'Onda, le occupazioni dei Rettorati, i cortei, le conferenze stampa, le migliaia di firme raccolte nel mondo accademico italiano e non solo, la presenza il 24 febbraio di delegazioni da tutta Italia, a far ricredere il pm Sparagna e le sue deliranti accuse.

    Oggi stesso, gli studenti e le studentesse di tutta Europa, ritrovatisi a Vienna per un controvertice in occasione delle celebrazioni per l'anniversario della dichiarazione di Bologna, hanno esposto l'ennesimo striscione di solidarietà e di assunzione delle giornate del maggio torinese, che recitava “No rewind, Rewave! We were all behind that shield”.

    In conclusione, anche di fronte a quanto oggi è stato palesato in aula dalla controparte, il processo Rewind - la sua sua valenza politica - per il movimento dell'Onda non potrà che continuare ad essere un campo di battaglia dentro il quale spendersi per decostruire un teorema Sparagna già mozzato dalle mobilitazioni diffuse di quest'estate (concretizzatosi con la liberazione dei compagni dalle carceri), contrapponendosi alle ultimi infime carte di una magistratura che spera (ma fallirà ancora!) di demolire la ricchezza e la potenza di quanto costruito nelle università (e non solo) fino ad ora. Che la storia non possa essere scritta dai tribunali è l'assunto dal quale partire, ribadendo e rivendicando quanto fatto a Torino, un percorso politico che non può e non sarà arrestato dal tintinnio delle manette e dal sinistro moralismo che aleggia da troppo tempo. Dietro quello scudo, oggi più che mai, c'eravamo veramente tutt*.

    venerdì 5 marzo 2010

    Appello alla mobilitazione contro la "riforma" Gelmini


    La scuola è la più importante "grande opera" per il paese!
    No ai tagli, sì ad una consistente politica di investimenti per l'istruzione statale

    L'approvazione dei Regolamenti in Consiglio dei Ministri ha confermato quello che già si sapeva: la "riforma epocale" del ministro Gelmini è fatta solo di tagli senza alcun progetto didattico.

    Si cancellano o si immiseriscono materie importanti di studio, si tagliano, a casaccio, ore di insegnamento caratterizzanti (in media 4 ore settimanali in meno), si sopprimono laboratori e esperienze pratiche professionalizzanti. Intanto si espellono dalla scuola decine di migliaia di precari, e si eliminano decine di migliaia di posti di lavoro, si falcidiano gli organici di docenti e ATA. La conseguenza inevitabile di tali scelte è il collasso del sistema di istruzione pubblico, con la conseguente apertura ai privati del ghiotto mercato dell'istruzione.

    Le scuole, inoltre, vantano crediti nei confronti dello Stato, mancano dei fondi per il funzionamento, fanno salti mortali per continuare ad erogare un servizio che, di giorno in giorno, si fa, inevitabilmente, più carente. In questi anni le scuole sono andate avanti solo con il contributo volontario delle famiglie e con i sacrifici compiuti da dirigenti scolastici, insegnanti, personale ATA e, in molti casi, con il lavoro spontaneo di genitori e studenti.

    Ma così non può continuare: dobbiamo rivendicare i nostri diritti di lavoratori della scuola e batterci anche per il diritto all'istruzione dei nostri studenti. E' l'ora della mobilitazione!

    Per realizzare iniziative di informazione, incontri, dibattiti
    Per costruire una piattaforma di lotta unitaria

    ASSEMBLEA PUBBLICA CITTADINA
    Venerdì 5 Marzo ore 16.00
    presso l'aula Magna dell'Itis Avogadro di Torino

    Sono invitati a partecipare coordinamenti, comitati, associazioni, collettivi ed organizzazioni studentesche dei medi e degli universitari, forze sindacali e politiche.

    Promuovono: Natale Alfonso - Rsu IPSIA Zerboni Torino, Gabriele Balboni, - Rsu IIS Amaldi Orbassano, Cristiana Bartolini - Rsu LS Gobetti Torino, Claudio Benintende - Rsu ITIS Pininfarina Moncalieri, Valerio Bertolo - Ita Dalmasso Pianezza, Marco Borio - Rsu IC Turoldo Torino, Federico Buratti - Rsu ITIS Majorana Grugliasco, Carlo Bussone - Rsu IIS D'Oria Ciriè, Wilma Cancanelli - Rsu IC Trofarello, Stefano Capello - Rsu Convitto Umberto I Torino, Ilaria Cavallo - Rsu L.S. Copernico Torino, Grazia Cerulli - RSU LC Gioberti Torino, Grazia Cisternino - Rsu IPC Boselli Torino, Anna Civarelli - Rsu ITIS Pininfarina Moncalieri, Salvatore Damasco - Rsu IPA Colombatto Torino, Mirio Da Roit - Rsu IIS Bodoni Paravia Torino, Salvatore Danza - Rsu IIS D'Oria Ciriè, Vincenzo De Vito - Rsu ITIS Avogadro Torino, Caterina Di Mauro - Rsu DD Parri Torino, Paolo Genovese - Rsu L.A. Primo Torino, Mara Gianolio - Rsu SMS Alvaro Modigliani Torino, Pino Iaria - Rsu IPC Boselli Torino, Giorgio Manavella - Rsu DD Gambaro Torino, Giuseppe Migliore - Rsu IPA Prever Pinerolo, Dario Molino - RSU LS Volta Torino, Umberto Ottone, RSU IIS Porro Pinerolo, Giovanni Piero Palumbo - Rsu ITIS Pininfarina Moncalieri, Alessandra Passera - Rsu SMS Croce Morelli Torino, Davide Pazienza - Rsu ITIS Peano Torino, Domenico Profiti - Rsu DD Aleramo Torino, Carmelina Sollazzo - Rsu ITIS Pininfarina Moncalieri, Roberto Spagnolo - Rsu IPS Steiner Torino, Maresa Vottero - RSU DD Gabelli Torino

    Assalti Frontali in concerto! Benefit arrestati Rewind!

    sabato 20 febbraio 2010

    Verso Torino: l'Onda di Pisa contesta il procuratore Caselli!


    [www.infoaut.org]
    Circa cinquanta studenti e studentesse dell'Onda pisana hanno improvvisato un presidio davanti all'auditorium del centro Maccarrone di Pisa per contestare la presenza del procuratore Giancarlo Caselli, in città per presentare il suo libro "Le due guerre - perché l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia". L'invito al procuratore è arrivato dal "coordinamento pisano per la legalità", organismo di facciata delle istituzioni.

    Un'iniziativa "culturale" che rientra a pieno in quell'operazione di propaganda mediatica, che ha il fine di mostrare il volto buono dello stato che combatte i nemici in nome della legalità, celando così il ruolo di repressione e criminalizzazione (non riuscita) dei movimenti e delle lotte sociali.

    Come è spesso accaduto negli ultimi mesi, anche oggi a Pisa il procuratore è stato accolto dalle contestazioni dell'Onda. Gli studenti e le studentesse hanno esposto uno striscione che recitava: "Caselli: dietro quello scudo c'eravamo tutti- 24/02 no rewind". Importante questo ennesimo atto di protesta contro colui che ha orchestrato l'operazione Rewind.

    Mercoledì prossimo a Torino ci sarà la prima udienza del processo, che vede imputati i compagni e le compagne arrestati il 6 luglio scorso. Anche in questa occasione l'Onda farà sentire la propria voce: delegazioni da tutte le città parteciperanno ad un presidio davanti al palagiustizia torinese.

    L'Onda non si processa! Dietro quello scudo c'eravamo tutti!

    venerdì 19 febbraio 2010

    Studenti medi ancora in Onda contro la riforma!


    [www.infoaut.org/torino]
    Studenti medi in piazza in diverse città del nostro paese, questa mattina, contro la riforma Gelmini nelle scuole superiori. Mobilitazione tornata in Onda già in seguito al passaggio del decreto in consiglio dei ministri, due settimana fa, con un corteo spontaneo a Torino e due occupazioni delle scuole a Bologna.

    La cronaca dalla città
    di Torino. Un migliaio gli studenti torinesi in corteo partiti da piazza Arbarello, sotto una pioggia battente. Lancio di uova sotto il Miur e la sede della Provincia, scritte e volantinaggio contro il caro-trasporti della Gtt. Sentito il nesso con quanto è avvenuto e sta avvenendo in Val Susa: gli interventi hanno sottolineato la solidarietà degli studenti con il movimento No Tav e rimandato alla fiaccolata di questa sera a Bussoleno.

    venerdì 22 gennaio 2010

    Documento dell'assemblea nazionale degli studenti medi di Torino


    Nei giorni 9 e 10 gennaio si è tenuta a Torino, presso il csoa Askatasuna, l'assemblea nazionale degli studenti medi.


    Nella prima giornata le diverse delegazioni di studenti presenti si sono riunite in un'assemblea plenaria durante la quale ha avuto luogo un confronto sulle diverse pratiche di mobilitazione attuate durante il trascorso autunno, a partire da una prima analisi della riforma Gelmini, del ddl Aprea e dell'attuale crisi economica e politica italiana ed europea, temi che sono andati ad introdurre una seconda giornata di tavoli di lavoro seguiti da un'ultima assemblea di chiusura.

    Per prima cosa l’assemblea ha ritenuto essenziale partire dal contesto storico nel quale gli ultimi provvedimenti scolastici si inseriscono a partire dalla legge dell'autonomia scolastica introdotta da Berlinguer alla fine degli anni '90, con la quale si dava inizio ad una sempre più marcata concorrenzialità tra i diversi istituti superiori, e che apriva la strada alle riforme successive. Dal 2001 ad oggi, con i ministri Moratti, Fioroni e Gelmini abbiamo visto un accentuarsi dell'entità dei tagli ai fondi destinati all'istruzione pubblica (in particolare per quanto riguarda medie superiori e università), parallelamente ad un’ aziendalizzazione degli istituti e una gerarchizzazione del corpo insegnanti che, diviso in diverse fasce (tra le quali vi è una differenza salariale fino al 30%), trova in cima alla piramide un dirigente scolastico con funzioni di amministratore delegato.

    Questo accentramento di potere in particolare nelle mani del preside vede la sua realizzazione nel ruolo di disciplinamento della forza lavoro che la scuola ha assunto negli ultimi decenni. È facile infatti rendersi conto di come la formazione degli studenti sia sempre più messa in secondo piano rispetto al desiderio dei docenti di tenerci immobilizzati nella normale routine scolastica, con minacce di sospensione o di bocciatura con il cinque in condotta, nel caso in cui dimostriamo la volontà di esprimere una voce critica.
    A questo punto si rende però necessario ragionare sull'ambivalenza contraddittoria della scuola che, se da una parte tende ad essere il recinto di riproduzione di una forza lavoro docile e addomesticata, già proiettata verso una vita di precarietà al momento dell'entrata sul mercato del lavoro, dall'altra parte si ritrova ad essere un bacino di soggettività in grado di riprodurre sapere critico. Ne consegue quindi la necessità di riappropriarsi di quegli spazi fisici e di tempo necessari, all'interno delle scuole, per produrre conflittualità e organizzare la lotta, creando diversi momenti assembleari sia a livello d'istituto che cittadino.

    L’analisi sul movimento dell’onda anomala, che nell’ambito degli studenti medi ha avuto la sua nascita e il suo apice nell’autunno dell’anno passato, ha riportato da ogni città riscontri simili. Infatti quel movimento che si presentava come una grande anomalia spontanea, accompagnata dalle speranze del potere di una sua caduta repentina quanto lo era stata la sua ascesa, è riuscito a radicare una soggettività intimamente antagonista che si è poi realizzata nell' ”onda perfetta” al g8 dell’università di Torino e nella mobilitazione di quest’ anno. Proprio quest’ultimo autunno ha dimostrato come gli studenti medi siano stati in grado di dare continuità al movimento, con numeri sicuramente inferiori a quelli passati, ma con determinazione e capacità messe in campo più consapevoli.

    Questo salto qualitativo è stato determinato non solo dalla capacità di cogliere i diversi aspetti della riforma Gelmini, ma di inserirla nell'attuale stato di crisi economica e del welfare italiano andando a rilanciare, a seconda delle necessità territoriali, diverse campagne per la riappropriazione di tutti quei diritti e bisogni che ogni giorno vediamo via via come sempre più inaccessibili e dei quali dovremmo invece poter usufruire liberamente. Partendo dal diritto ad un sapere libero, senza dover incorrere ogni anno in spese proibitive per acquistare i libri di scuola, passando per i mezzi pubblici, fino ad arrivare a ciò che riguarda il tempo al di fuori dello studio: abbiamo pagato tanto, ora ci riprendiamo tutto quello che ci spetta senza mezze misure né trattative. In particolare, l’assemblea torinese ha individuato nella data del 20 febbraio un'altra giornata di mobilitazione nazionale sulla riappropriazione.

    Altro argomento trattato dai tavoli di lavoro è stato il clima di repressione sempre più marcata con la quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni, incarnata dai presidi all'interno degli istituti e dalle varie questure in piazza. Nei rapporti con queste ultime si è delineata soprattutto la volontà di muoversi con una risposta a “muso duro”, comune a tutto il territorio nazionale, che contrasti apertamente le intenzioni della digos di “cercare amici” tra il movimento, e che chiarisca alle guardie l’impossibilità per loro di trovare spazi di complicità con i militanti.

    L’ultimo punto trattato dall’assemblea è stato la coscienza antifascista che ovunque caratterizza gli studenti: in tutta Italia infatti ci si oppone fermamente ai fascisti, per le strade, nelle scuole, nelle università, impedendo loro con ogni mezzo, di uscire allo scoperto. Nonostante media e forze dell'ordine vadano puntualmente a schierarsi in difesa di neofascisti e razzisti, accusando la violenza del movimento, tutte le realtà continuano ad assumere l’antifascismo militante come una battaglia importante su cui è importante spendere le proprie energie.
    L’assemblea ha deciso di fornire il movimento di uno strumento di confronto costante per garantirne una continuità progettuale: a breve sarà ondine un sito sul quale verranno riportate tutte le varie iniziative sul territorio nazionale.

    Assemblea nazionale studenti medi
    Torino, 9 e 10 gennaio 2010

    sabato 16 gennaio 2010