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lunedì 21 settembre 2009
domenica 20 settembre 2009
BARAONDA, torna l'Onda!?
BARAONDA, così l'abbiamo voluta chiamare questa fanzine. Siamo studenti e studentesse dell'università di Torino che arrivano dal movimento dell'Onda Anomala. Baraonda significa frastuono prodotto dal movimento confuso, dal vociare di molte persone. Non potevamo che intitolare così, quindi, questa fanzine, perchè termine che riflette quello che è stato ed è l'Onda: il baccano della mobilitazione di un movimento, appunto, anomalo, in quanto improvviso e travolgente, attraversato lo scorso autunno dal vociare e dalla presa di parola di decine di migliaia di persone, in tutt'Italia. Onda che, dentro la crisi, ha gridato “noi la crisi non la paghiamo!”, agendo per praticare questa indisponibilità, per riversare contro coloro che sono i reali responsabili la scossa della crisi. Onda che ha sempre cercato di avere la lucidità più nitida nell'individuare quelli che sono i suoi nemici: che ne dica il ministro dell'economia Tremonti, il presidente di Confindustria Marcegaglia o qualche domato dirigente sindacale, nella crisi, non siamo tutti sulla stessa barca! La distruttiva politica dei tagli di Tremonti, la fasulla base meritocratica sulla quale si poggia la (sedicente) idea di università della Gelmini, la conservazione dello status quo universitario covato da parte baronale, non può che impattarsi con il movimento, con i bisogni e i desideri, quindi la pretesa di futuro, di migliaia di studenti e studentesse delle università italiane, con la forza costituente dell'Onda per un'università altra.
Lo scorso anno l'Onda ha mosso i primi passi, dimostrando la sua forza e capillarità, la sua capacità di discorso politico, di costruzione del comune, di conflitto sociale. Un movimento di massa che ha attivato migliaia di giovani, che, nella sua anomalia, ha saputo agire essendo sintesi e generalizzazione di bisogni e istanze sociali di un corpo sociale ben più articolato, partendo dal programmatico “noi la crisi non la paghiamo! noi la crisi ve la creiamo!”. Uno spaccato importante della potenza dell'Onda si è dimostrata essere la mobilitazione contro il G8 University Summit di Torino. Un G8 dell'università impresentabile, inaccettabile per l'Onda: che avrebbe dovuto discutere dell'università che viene, distribuendo ricette su come uscire dalla crisi, pretendo sfacciatamente di parlare a nome di altri (che non si vogliono far rappresentare ma che vogliono poter decidere loro!) e di celare il G8 sotto l'ipocrita velina della sostenibilità ambientale... Il barattolo di vernice verde che i rettori pensavano di usare per preservare la presentabilità del loro G8 è stato capovolto dall'Onda, che ha travolto e affossato il summit, spingendo in avanti le sue ragioni. 10mila studenti e studentesse, al corteo del 19 maggio scorso, hanno lasciato il segno dell'incompatibilità con l'esistente, con le sue politiche di amministrazione; scontrandosi con la polizia al Palazzo del Valentino, resistendo alle cariche a suon di gas lacrimogeni, tornando con la vittoria in tasca all'università per una giornata all'insegna del conflitto, dell'indisponibilità a pagare la crisi, della determinazione e bi-sogno di trasformazione dell'università, dell'esistente. 21 giovani dell'Onda sono stati poi arrestati nell'operazione Rewind del procuratore Giancarlo Caselli, servilmente a disposizione del governo Berlusconi, che ne dicano i suoi improbabili fans club o i suoi libroni da santone dell'antimafia parolaia... A Torino gli arresti sono stati 12, tutti giovani studenti e studentesse che hanno diviso con noi la quotidianità dell'università e della mobilitazione contro la riforma Gelmini, che hanno partecipato alle assemblee ed occupato le facoltà, organizzando cortei e dibattiti, che abbiamo incontrato alle macchinette del caffè o nelle aule studio. Grande è stata la solidarietà raccolta per la loro liberazione dal carcere, arrivata sul finire di luglio.
Ora dinnanzi a noi abbiamo una nuova sfida. Un altro anno da affrontare, districandoci tra la folle e fallimentare università del 3+2 e dei crediti, correndo dietro alla preparazione degli esami delle sessioni, cercando un riparo accettabile dal caro-tutto (affitti, tasse, libri, alimenti, etc; vita), impattando con le prime reali conseguenze dei tagli del ministro Gelmini. Salterà il calderone confezionato dal ministro Gelmini, sprovvisto di una reale idea di scuola e università, nell'addizione maledetta di un mix di interessi particolari ed intenti esecrabili. I primi a muoversi sono stati i precari e le precarie della scuola, soprattutto al Sud, dove i tagli hanno messo realmente e da subito a repentaglio i fragili equilibri di reddito delle famiglie. Gli uffici scolastici sono stati occupati, si è saliti sui tetti: mobilitazioni efficaci e capaci di fare centro nel cuore del problema, mandando in subbuglio gli uffici e giocando sui nuovi rapporti di forza conquistati, rompendo la tradizione della testimonianza di protesta. E' ora che anche l'Onda si rimbocchi le maniche. Prendiamo le tavole da surf.
Lo scorso anno l'Onda ha mosso i primi passi, dimostrando la sua forza e capillarità, la sua capacità di discorso politico, di costruzione del comune, di conflitto sociale. Un movimento di massa che ha attivato migliaia di giovani, che, nella sua anomalia, ha saputo agire essendo sintesi e generalizzazione di bisogni e istanze sociali di un corpo sociale ben più articolato, partendo dal programmatico “noi la crisi non la paghiamo! noi la crisi ve la creiamo!”. Uno spaccato importante della potenza dell'Onda si è dimostrata essere la mobilitazione contro il G8 University Summit di Torino. Un G8 dell'università impresentabile, inaccettabile per l'Onda: che avrebbe dovuto discutere dell'università che viene, distribuendo ricette su come uscire dalla crisi, pretendo sfacciatamente di parlare a nome di altri (che non si vogliono far rappresentare ma che vogliono poter decidere loro!) e di celare il G8 sotto l'ipocrita velina della sostenibilità ambientale... Il barattolo di vernice verde che i rettori pensavano di usare per preservare la presentabilità del loro G8 è stato capovolto dall'Onda, che ha travolto e affossato il summit, spingendo in avanti le sue ragioni. 10mila studenti e studentesse, al corteo del 19 maggio scorso, hanno lasciato il segno dell'incompatibilità con l'esistente, con le sue politiche di amministrazione; scontrandosi con la polizia al Palazzo del Valentino, resistendo alle cariche a suon di gas lacrimogeni, tornando con la vittoria in tasca all'università per una giornata all'insegna del conflitto, dell'indisponibilità a pagare la crisi, della determinazione e bi-sogno di trasformazione dell'università, dell'esistente. 21 giovani dell'Onda sono stati poi arrestati nell'operazione Rewind del procuratore Giancarlo Caselli, servilmente a disposizione del governo Berlusconi, che ne dicano i suoi improbabili fans club o i suoi libroni da santone dell'antimafia parolaia... A Torino gli arresti sono stati 12, tutti giovani studenti e studentesse che hanno diviso con noi la quotidianità dell'università e della mobilitazione contro la riforma Gelmini, che hanno partecipato alle assemblee ed occupato le facoltà, organizzando cortei e dibattiti, che abbiamo incontrato alle macchinette del caffè o nelle aule studio. Grande è stata la solidarietà raccolta per la loro liberazione dal carcere, arrivata sul finire di luglio.
Ora dinnanzi a noi abbiamo una nuova sfida. Un altro anno da affrontare, districandoci tra la folle e fallimentare università del 3+2 e dei crediti, correndo dietro alla preparazione degli esami delle sessioni, cercando un riparo accettabile dal caro-tutto (affitti, tasse, libri, alimenti, etc; vita), impattando con le prime reali conseguenze dei tagli del ministro Gelmini. Salterà il calderone confezionato dal ministro Gelmini, sprovvisto di una reale idea di scuola e università, nell'addizione maledetta di un mix di interessi particolari ed intenti esecrabili. I primi a muoversi sono stati i precari e le precarie della scuola, soprattutto al Sud, dove i tagli hanno messo realmente e da subito a repentaglio i fragili equilibri di reddito delle famiglie. Gli uffici scolastici sono stati occupati, si è saliti sui tetti: mobilitazioni efficaci e capaci di fare centro nel cuore del problema, mandando in subbuglio gli uffici e giocando sui nuovi rapporti di forza conquistati, rompendo la tradizione della testimonianza di protesta. E' ora che anche l'Onda si rimbocchi le maniche. Prendiamo le tavole da surf.
Le sforbiciate del ministro Gelmini e le prime conseguenze della legge 133
Quando, quest'anno, abbiamo rimesso, o messo per la prima volta, piede in università ci siamo imbattuti in biblioteche chiuse, guide dello studente fantasma, tasse aumentate, sessioni intermedie sparite. Non possiamo che ricondurre la diminuzione e il peggioramento dei servizi, che ha generato queste situazioni tragicomiche, ma soprattutto inaccettabili, al passaggio alla fase operativa dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) introdotti con la tristemente nota legge 133, meglio conosciuta come “riforma” Gelmini, ovvero la legge contro cui gli studenti e le studentesse del movimento dell’Onda di tutta Italia si sono scagliati lo scorso anno. Vediamo di cosa si tratta.
L’enorme quantità di tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (700mila euro nel 2010), che andrà ad aumentare progressivamente nei prossimi anni, ci lascia subito presagire dove voglia mirare la ministra Gelmini. Dopo aver lasciato gli atenei con l’acqua alla gola, portandoli ad intraprendere tutti i possibili tagli ai servizi per gli studenti, nella speranza di non essere costretti a fallire, proprio prima di annegare gli offre la possibilità di diventare fondazioni di diritto privato. Quindi i privati prenderanno ancora più piede nell’amministrazione degli atenei dove il consiglio di amministrazione assumerà sempre maggiore potere anche sulla didattica e sulla ricerca, estinguendo così anche una pallida illusione di trasmissione più o meno libera e autonoma dei saperi (comunque da sempre soggetta alla farsa dell'ideologia della neutralità del sapere!).
Proprio qui avviene la fusione perfetta tra il potere economico e baronale all’interno dell’università e la retorica dello svecchiamento praticata dalla ministra, talvolta affiancata da una sedicente crociata contro i baroni, si mostra per ciò che è: l’ennesimo paravento. Si parla di fusione perché, a fianco all’entrata dei privati nell’università, la legge prevede il blocco del turnover, ogni 5 ordinari che vanno in pensione se ne assume 1, provvedendo così ad accentrare il potere decisionale, anche per quanto riguarda i concorsi accademici, nelle mani di pochi professori. A quanto pare questo blocco oltre a penalizzare sensibilmente la ricerca e la didattica renderà l’università ancora di più un posto per vecchi, alla faccia dello svecchiamento promesso dalla ministra! Diventa ancora più evidente il clima di disinvestimento sulla ricerca e sulla didattica presente in Italia che si contraddice con diversi stati del mondo, che recentemente hanno messo in primo piano l’aumento di fondi pubblici all’istruzione, anche laddove vi era stato un sistema notoriamente privato. Non occorre una sfera di cristallo per accorgersi che questa linea di tagli non porterà altro che alla deriva. Soprattutto questa riforma è anche un tornare indietro, perché il progressivo aumento delle tasse e la trasformazione in fondazione renderà l’istruzione universitaria inaccessibile a quanti non saranno in grado di stare dietro agli aumenti. Per queste ragioni la legge 133 si inserisce al culmine di in un quadro di riforme volte a smantellare l’università pubblica rappresentandone il punto di non ritorno.
Rifiutiamoci di pagare la crisi dell’università con l’aumento delle tasse e l'annullamento dei servizi, non impegniamo le nostre energie per cercare di adattarci il meglio possibile in quel pantano che è diventata e diventerà l’università. L'università dell'oggi, popolata da baroni e impresari, ha ben pochi motivi per essere difesa così com'è, la conservazione serve ad altri non a noi studenti e studentesse. Quindi l'indicazione da raccogliere ancora è quella elaborata dall'Onda lo scorso autunno, superando la falsa dicotomia tra pubblico e privato (basti pensare: quanti finanziamenti prendono le università private dallo Stato? quanto sono presenti gli agenti privati nell'università pubblica? la risposta è la stessa: molto!), costruendo un'altra università.
Onda virtuosa vs Riforma (im)meritevole
Di ritorno nei nostri atenei dopo l'estate ci ritroviamo a fare i conti con le conseguenze dell'applicazione della riforma Gelmini. In più, chiunque di noi, leggendo i giornali o guardando il telegiornale, avrà sentito parlare dei nuovi provvedimenti sull'università come di una formula magica, le cui parole d'ordine sono: meritocrazia, riduzione degli sprechi, innovazione. Se davvero così fosse, perchè migliaia di studenti ricercatori e lavoratori dell'università sarebbero scesi in piazza denunciando lo smantellamento e l'aziendalizzazione dell'università, intuendo le linee di riforma del ministro, protestando per la condizione di precarietà di vita e di lavoro a cui siamo costretti? Perchè intraprendere la carriera di ricercatore è considerata quasi una mission impossible? Perchè gli studenti parlano di un sapere dequalificato ed espropriato? Forse il movimento dell'Onda mira alla conservazione di un'università sprecona e alla difesa dello smisurato potere del baronato? Non crediamo proprio! Anzi! Ed è per questo che ci sembra fondamentale interrogarci su come si traducono nella pratica queste parole ed a quali logiche sottostanno.
Quale merito? E' stata recentemente diffusa la classifica degli atenei più “meritevoli” in base alla quale verranno redistribuiti i Fondi del Finanziamento Ordinario: gli atenei più “virtuosi” vedranno un aumento della percentuale delle risorse a loro destinate, gli altri una diminuzione. Chiariamo, non si tratta di soldi in più che il ministero destina alle università, ma di una ripartizione al ribasso dei pochi soldi rimanenti dopo i pesanti tagli della legge 133. E poi, chi attribuisce alle università lo status di “meritevoli”? In base a quali parametri? L'Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) è il nuovo organismo, fortemente voluto dalla Gelmini, creato ad hoc per valutare gli atenei secondo criteri di produttività, competitività, solidità finanziaria. Criteri meramente quantitativi che conducono obbligatoriamente alla logica del “si salvi chi può” nella corsa per accaparrarsi i pochi spiccioli rimanenti. Direttiva verso la quale si sacrifica tutto il resto, tutto quel che non rientra in questa logica di comando economicista: la qualità dei saperi, i tempi di studio, la possibilità di determinare il proprio percorso di formazione senza dover sottostare ai vincoli imposti dal mercato, etc. Gli atenei, infatti, per ottenere i finanziamenti, tagliano i corsi meno “gettonati”, restringono le sessioni d'esame, introducono limitanti requisiti d'accesso alle lauree magistrali, riducono i servizi per gli studenti (biblioteche, aule studio e tanto altro! ), aumentano le tasse, stringono sempre più legami con le imprese per attrarne gli investimenti, subordinando necessariamente l'offerta formativa agli interessi di queste ultime. Guardando la classifica dell'Anvur, salta immediatamente all'occhio l'esatta corrispondenza tra quest'ultima e le università facenti parte dell'Aquis, l'associazione degli atenei più produttivi e competitivi che, tramite la partnership di Confindustria, si pone il doppio obiettivo di lanciare l'Italia nel mercato globale della conoscenza e di incentivare la condivisione della proprietà intellettuale fra università e aziende.
Un'altra volta, un'altra onda... E in tutto questo, quale considerazione per noi studenti che ogni giorno viviamo l'università, contribuendo attivamente alla produzione di quei saperi? Ad un'attenta lettura, l'ideologia del merito si rivela l'alibi costruito per mascherare il processo di dequalificazione dei saperi, del disinvestimento in ogni ambito della formazione, della precarizzazione delle nostre vite. A pagare le conseguenze di un modello di università già in crisi (del quale certamente non sentiremo la mancanza!) dovremmo essere noi studenti e precari... La presunta (perchè ancora disarticolata e non avente un'idea di nuova istituzione università), infatti, non intacca minimamente gli attuali equilibri di potere che vedono i baroni mantenere i privilegi di sempre. L'Onda riparte nella sua irrapresentabilità ed autonomia nel decidere il proprio futuro, riparte dal fallimento di un modello universitario che essa stessa ha contribuito a mettere in crisi, rivelandone le contraddizioni e mettendo le basi, nelle occupazioni e nei cortei, nei seminari di autoformazione e nelle assemblee, per la costruzione di un'altra università. Nel frattempo, attraverso i suoi strilloni mediali, il ministro Gelmini annuncia che all'inizio di ottobre presenterà il decreto sul secondo troncone di riforma dell'università. Ministri, baroni, burocrati, rettori: procuratevi canotti e braccioli, per almeno provare a salvarvi.
Precari e università... stessi tagli, stessa precarietà!
Ci troviamo di fronte ad una vera e propria campagna di rottamazione della scuola pubblica. Se già nelle finanziarie 2007 e 2008 (eseguite dal ministro Padoa Schioppa del governo Prodi) erano stati previsti tagli complessivi per 47mila posti, di cui 42mila docenti e 5mila personale ATA, a fine di quest’anno la ministra Gelmini si propone di portare a conclusione la seconda parte della sua contestatissima riforma, per un totale di 42mila posti in meno per i docenti e 15mila per il personale ATA. Queste cifre fanno ancora più rabbrividire se ci spingiamo oltre e calcoliamo il totale dei licenziamenti entro il 2012: 109.341 insegnanti in meno e 47.500 personale ATA senza lavoro. Numeri questi che sembrano un bollettino di guerra e consegnano alla disoccupazione centinaia di migliaia di persone, per non contare le pesanti ripercussioni che tutto ciò avrà sul mondo della scuola, logisticamente e didatticamente.
Anche Torino subirà pesanti conseguenze e pare si parli di circa 3mila insegnati che già da quest’anno rimarranno senza lavoro. La mobilitazione contro i tagli cresce in tutta Italia, soprattutto al Sud dove le condizioni di vita sono già estremamente precarie a causa della crisi e di una situazione più complessiva penalizzata da decenni di malgoverno. A Nord la mobilitazione non è però assente e diverse sono le città che, fin prima dell’inizio delle scuole, hanno organizzato iniziative di protesta e presidi.
Oggi le scuole primarie sembrano esser state riportate al triste modello del ventennio fascista: maestro unico, ora di religione obbligatoria e al pari delle altre materie, tetto massimo del 30% di immigrati nelle classi e ciliegina su questa torta avvelenata, divieto annunciato di “fare politica” all’interno delle scuole, quando per fare politica la ministra intende la voglia degli insegnanti e del personale scolastico di offrire la migliore formazione possibile, a garanzia dei bisogni degli studenti e delle loro famiglie.
È evidente come il governo stia ripensando a tutto il funzionamento del mondo della formazione avendo come unico criterio pratico-progettuale quello contabile e amministrativo. Tagli ai finanziamenti, riduzione dell’offerta didattica, rifiuto di soddisfare i reali bisogni di chi la scuola la frequenta (abolizione di corsi d’italiano per immigrati, accompagnamento a studenti con disabilità e/o difficoltà nell’apprendimento ecc…), blocco delle assunzioni per i precari e classi sovraffollate, sono solo una parte di quello che ci aspetta. Non servono a molto le varie dichiarazioni fatte dai vari ministri, per giustificare questi disastri, nelle quali si vanta l’utilizzo di criteri finalizzati alla qualità e alla sostenibilità della scuola. Gli obiettivi e le conseguenze di questa manovra economica (e delle precedenti) sono oramai palesemente chiare e disastrose.
Questo attacco ai precari e alla scuola è, in realtà, solo una parte di quello che è un affronto generalizzato contro il sistema della formazione. Dimostrazione di ciò è tutto quel che le università in lotta hanno combattuto lo scorso anno: tentativo di smantellamento dell’università pubblica attraverso tagli indiscriminati, riduzione del turnover dei docenti, riduzione del personale di servizio e la possibilità data ai privati e alle imprese di entrare ancora maggiormente nel cuore della vita e della gestione universitaria. La rottamazione della scuola e l’aziendalizzazione dell’università si inseriscono in un contesto generale di crisi economico-finanziaria che ha prodotto un’insicurezza generale, ha incrementato il tasso di disoccupazione ed ha acuito la fatica di molte famiglie ad arrivare a fine mese. Questo quadro ci obbliga, come detto in apertura, a rimboccarci le maniche anche all'università, insieme alle scuole, insieme ai soggetti sociali che questa crisi non la voglion proprio pagare!
Anche Torino subirà pesanti conseguenze e pare si parli di circa 3mila insegnati che già da quest’anno rimarranno senza lavoro. La mobilitazione contro i tagli cresce in tutta Italia, soprattutto al Sud dove le condizioni di vita sono già estremamente precarie a causa della crisi e di una situazione più complessiva penalizzata da decenni di malgoverno. A Nord la mobilitazione non è però assente e diverse sono le città che, fin prima dell’inizio delle scuole, hanno organizzato iniziative di protesta e presidi.
Oggi le scuole primarie sembrano esser state riportate al triste modello del ventennio fascista: maestro unico, ora di religione obbligatoria e al pari delle altre materie, tetto massimo del 30% di immigrati nelle classi e ciliegina su questa torta avvelenata, divieto annunciato di “fare politica” all’interno delle scuole, quando per fare politica la ministra intende la voglia degli insegnanti e del personale scolastico di offrire la migliore formazione possibile, a garanzia dei bisogni degli studenti e delle loro famiglie.
È evidente come il governo stia ripensando a tutto il funzionamento del mondo della formazione avendo come unico criterio pratico-progettuale quello contabile e amministrativo. Tagli ai finanziamenti, riduzione dell’offerta didattica, rifiuto di soddisfare i reali bisogni di chi la scuola la frequenta (abolizione di corsi d’italiano per immigrati, accompagnamento a studenti con disabilità e/o difficoltà nell’apprendimento ecc…), blocco delle assunzioni per i precari e classi sovraffollate, sono solo una parte di quello che ci aspetta. Non servono a molto le varie dichiarazioni fatte dai vari ministri, per giustificare questi disastri, nelle quali si vanta l’utilizzo di criteri finalizzati alla qualità e alla sostenibilità della scuola. Gli obiettivi e le conseguenze di questa manovra economica (e delle precedenti) sono oramai palesemente chiare e disastrose.
Questo attacco ai precari e alla scuola è, in realtà, solo una parte di quello che è un affronto generalizzato contro il sistema della formazione. Dimostrazione di ciò è tutto quel che le università in lotta hanno combattuto lo scorso anno: tentativo di smantellamento dell’università pubblica attraverso tagli indiscriminati, riduzione del turnover dei docenti, riduzione del personale di servizio e la possibilità data ai privati e alle imprese di entrare ancora maggiormente nel cuore della vita e della gestione universitaria. La rottamazione della scuola e l’aziendalizzazione dell’università si inseriscono in un contesto generale di crisi economico-finanziaria che ha prodotto un’insicurezza generale, ha incrementato il tasso di disoccupazione ed ha acuito la fatica di molte famiglie ad arrivare a fine mese. Questo quadro ci obbliga, come detto in apertura, a rimboccarci le maniche anche all'università, insieme alle scuole, insieme ai soggetti sociali che questa crisi non la voglion proprio pagare!
BARAONDA, fanzine e oltre
BARAONDA è la fanzine degli studenti e delle studentesse dell'Onda torinese. Un progetto di comunicazione e ricerca, plasmato e arricchito anche in rete (con questo blog), volto ad approfondire le questioni e le mobilitazioni legate al terreno dell'università. La redazione può essere contattata all'indirizzo mail: baraondatorino@gmail.com.
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