Visualizzazione post con etichetta tagli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tagli. Mostra tutti i post

domenica 27 dicembre 2009

La fine dell'università?!


[articoli da ww.ilmanifesto.it]

Atenei al lumicino

Molte università non hanno ancora utilizzato i fondi del governo Prodi per indire nuovi concorsi. Su 1050 posti, banditi solo 424. E se l'attuale maggioranza continua la politica dei tagli nascondendosi dietro lo scudo fiscale, l'opposizione del Pd rimane in mezzo al guado

di Roberto Ciccarelli

Sui 1050 posti finanziati nel 2008 dalla seconda tranche dei fondi Mussi per il reclutamento straordinario dei ricercatori, le università ne hanno banditi solo 424. Nessuno però ha ancora celebrato i relativi concorsi, né si hanno notizie certe sulla composizione delle commissioni esaminatrici.

La tabella curata dall'associazione «20 maggio», del «Forum lavoro» del Pd e pubblicata in questa pagina fotografa la situazione al 14 dicembre scorso. Si scopre così che alcuni tra i principali atenei italiani ricevono i finanziamenti, ma rinviano i concorsi. Bologna (0 su 55 previsti), Federico II di Napoli (0 su 50), Palermo (0 su 38), Tor Vergata di Roma (0 su 32), Torino (l'università 0 su 44 e il Politecnico 0 su 27). Alcuni lo hanno fatto, ma in parte, come il Politecnico di Milano (10 su 32). La Sapienza ha invece realizzato l'en plein (72 su 72).

Uno stillicidio dovuto, in primo luogo, alla confusione sulle regole della composizione delle commissioni giudicatrici. Tutti i bandi che partiranno dopo il 31 dicembre, oltre a quelli già operativi, rischiano di essere bloccati a causa dell'assenza di una normativa sulle procedure di reclutamento.

In realtà, le regole ci sarebbero. Sono quelle stabilite dalla legge 1/09: un professore ordinario o associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando, due ordinari sorteggiati in una lista di afferenti al settore disciplinare di riferimento. Niente prove scritte, né colloquio orale, solo valutazione dei titoli o seminario del candidato per esporre il progetto di ricerca. Insomma, quello che dovrebbe essere il pane quotidiano per i ricercatori una volta approvata la riforma Gelmini.

Gli atenei non sembrano però avere molta intenzione di anticipare una riforma che deve essere ancora discussa in parlamento. Bergamo e Parma, ad esempio, il bando con le nuove norme l'hanno fatto, ma hanno evitato di citare il limite massimo delle pubblicazioni da presentare alla commissione. Invece a Roma il rettore della Sapienza Frati assicura che il limite è stato fissato a 12.

A chi ha fatto confusione, il ministro Mariastella Gelmini ha intimato di modificare i bandi. Al momento solo 8 atenei hanno risposto, mentre emergono altre anomalie. C'è chi infatti fa la prova scritta e non quella orale. E chi, invece, intende valutare il candidato in base alla discussione del suo seminario.

Anche i 696 posti (sui 2100 previsti dalla terza tranche dei fondi Mussi) finanziati martedì 22 dicembre dal Miur soffriranno degli stessi problemi. Il taglio, peraltro già annunciato il 13 novembre scorso, si spiega con il fatto che, rispetto alle due precedenti tranche, è saltato il cofinanziamento obbligatorio degli atenei previsto dalla finanziaria del 2007.

L'assegno statale erogato per la terza tranche verrà misurato sul costo medio del ricercatore (57.446 euro, pari a 0,5 punti organico) e non sul suo costo iniziale che è molto più basso, come è stato fatto per i concorsi precedenti. Questa misura si è resa necessaria per evitare che le università gestiscano un aiuto ministeriale decrescente nel tempo, obbligandole ad impegnare risorse che aumentano le spese complessive.

Sembra essere questa la motivazione del blocco attuale, ma non bisogna dimenticare un'altra condizione: le tranche successive alla prima del 2007 dovrebbero essere utilizzate anche per il pagamento degli stipendi dei ricercatori assunti.

Stando alla tabella pubblicata sul sito www.miur.it alla Sapienza di Roma andranno 41 posti, a Bologna 39, al Politecnico di Milano 36. Questa ripartizione dei fondi ha premiato le università «virtuose» concentrate nelle grandi città e nel nord del paese. La classifica stilata lo scorso novembre dal ministero ha attribuito 523,4 milioni di euro di incentivi al merito previsti sul fondo di finanziamento ordinario (Ffo) di 7,2 miliardi nel 2009. Bologna, Napoli e Torino (oltre che la Sapienza) sono ai primissimi posti per la didattica e per la ricerca.

Anche a condizioni favorevoli, non sarà facile convincere questi atenei virtuosi ad assumere. Ogni nuova assunzione continuerà ad essere valutata alla luce delle spese generali. Se queste ultime supereranno il rapporto tra le spese del personale e il finanziamento annuale l'ateneo rischia il blocco del reclutamento.

Uno degli orientamenti che la conferenza dei rettori (Crui) potrebbe decidere di adottare è di usare i fondi Mussi per fini diversi dall'assunzione dei ricercatori. È questo l'avviso del rettore di Trento (0 posti su 16 banditi) che però andrebbe verificato, dato che i fondi Mussi possono essere impiegati solo per i concorsi dei ricercatori. Il rischio, invece, si chiama «perenzione», una norma che impone la spesa dei fondi entro 3 anni dall'erogazione. Pena il loro ritorno nelle casse del ministero dell'Economia. Se non si fa in fretta, presto o tardi i concorsi previsti non potranno essere celebrati.

Il rigore di bilancio imposto dal ministro delle finanze Giulio Tremonti con le leggi 126 e 133 inizia a mostrare i primi effetti. Anche in presenza di fondi sicuri, gli atenei stanno a guardare. Sono troppe le incertezze legate al finanziamento pubblico, al punto che preferiscono bloccare le attività per non essere penalizzati in futuro.

Nel 2010 gli atenei, virtuosi e non virtuosi, faranno a meno di 278 milioni di euro. È ciò che rimane del taglio all'Ffo di 678 milioni, compensato dai 400 milioni provenienti dallo scudo fiscale. Un caos destinato ad aumentare nel 2013, quando il taglio dell'Ffo raggiungerà 1,5 miliardi di euro e nessuno sa ancora con quali risorse pareggiarlo.
___________________

La logica suicida e bipartisan del centrosinistra

di Marco Bascetta

«Credo che la riforma dell'università possa diventare il primo esempio di riforma condivisa con l'opposizione», dichiarava al Corriere della sera qualche giorno fa il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini. Malauguratamente è proprio così e non c'è da stupirsene. Infatti, aggiungendovi un po' di retorica bacchettona e una buona dose di arroganza, il ministro altro non ha fatto che muoversi lungo la rotta tracciata, ormai molti anni orsono, dal centrosinistra, da Zecchino e da quel Luigi Berlinguer del quale oggi riscuote il plauso. Una rotta che, di riforma in riforma, ha condotto l'università italiana all'attuale naufragio. Ma le menti fini del centrosinistra ragionano come quei liberisti argentini che di fronte alla bancarotta del paese ne attribuivano la causa all' insufficiente applicazione di quelle ricette, a loro care, che avevano appunto condotto l'Argentina alla catastrofe.

Dopo decenni di chiacchere sul riavvicinamento tra il sistema della formazione e il mercato del lavoro la disoccupazione intellettuale prospera, per giunta in un clima di drammatico impoverimento culturale; dopo la frenetica moltiplicazione di assurdi insegnamenti e master psichedelici che avrebbero dovuto soddisfare la domanda di «professionalità» della società postmoderna, gli sprechi e la cialtroneria accademica si sono moltiplicati senza freni; dopo ripetuti appelli alle virtù salvifiche del privato non si è vista una lira, né uno stimolo degno di nota, semmai il proliferare di appetiti parassitari e messe in scena pubblicitarie; infine il sistema delle laure brevi, con il suo lessico bancario di debiti e di crediti, si è rivelato, ormai per ammissione di tutti, un fallimento devastante tanto sul piano dell'occupazione quanto su quello della formazione culturale. E, di fronte a tutto questo, l'onorevole Luigi Berlinguer esclama: brava Gelmini, continua su questo sentiero luminoso che con tanta lungimiranza abbiamo tracciato!

Certo ci sono i tagli e il populismo utilitarista del ministro Tremonti che andrebbero arginati. Ma è mai possibile che i tecnocrati e i sopraffini negoziatori del Pd alla Enrico Letta non riescano a capire ciò che è chiaro anche all'ultima matricola e cioè che i «tagli» sono la riforma? Sono cioè un principio di redistribuzione e accentramento del potere destinato a rafforzare il baronato accademico e l'esecutivo ministeriale, nonché un'imprenditoria privata pigra, ignorante e avida di sovvenzioni. Per sottolineare quanto il governo tenga alla ricerca (quella di qualità sia chiaro, non quella che non si capisce dove vada a parare), la Gelmini ricorda le agevolazioni fiscali per 850 milioni previste a favore delle imprese che «studiano novità», meglio se coinvolgendo una università. Non ci vuole troppa fantasia per vedere frotte di conigli saltare dal cappello e legioni di inventori dell'acqua calda con astuto partner accademico raccomandarsi ai custodi ministeriali del merito e batter cassa. Mentre le risorse degli atenei si estinguono e il blocco del turn over e dei contratti di ricerca consolida i privilegi della gerontocrazia universitaria.

Negli ultimi vent'anni, a partire dal movimento della Pantera e fino all'alta marea dell'Onda, solo dalla protesta degli studenti e dei ricercatori precari è venuta una parola di saggezza, un principio di razionalità, un'analisi lucida e precisa dei processi in corso. E solo da lì (e da forze intellettuali autonome dagli schieramenti politici) ci si può attendere un contrasto efficace alla miseria bipartisan che si sta preparando per l'università italiana.

giovedì 29 ottobre 2009

Il secondo troncone della riforma Gelmini sull'Università


(clicca sull'immagine per leggere e scaricare la riforma Gelmini sull'Università)

mercoledì 28 ottobre 2009

Via libera dal governo alla riforma dell'Università


[www.repubblica.it] Bisognerà rivedere statuti, snellire cda e senato accademici, ridurre facoltà, inserire esterni nei nuclei valutazione. Il ricercatore diventerà a tempo determinato, cambierà la modalità di elezione dei rettori arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli

di SALVO INTRAVAIA

ROMA
- Riforma dell'università in quattro mosse: governance, valutazione della qualità, reclutamento e diritto allo studio. Il governo vara il provvedimento che dovrebbe rilanciare il sistema universitario nazionale, premiare il merito e razionalizzare le risorse. La palla passa ora al Parlamento che dovrà dire la sua e trasformare in legge i 15 articoli contenuti nella proposta. Il ministro, Mariastella Gelmini, e il collega dell'Economia, Giulio Tremonti, non nascondono la soddisfazione per la "coraggiosa" riforma. Mentre gli studenti dell'Unione degli universitari contestano le novità e invitano l'esecutivo a "eliminare i tagli al Fondo di finanziamento ordinario e a finanziare borse di studio, edilizia universitaria e progetti per la cittadinanza studentesca".

"La riforma dell'Università presentata oggi dalla Gelmini è estremamente allarmante: la nostra idea di Università è profondamente diversa da quella del Governo Berlusconi", dichiara Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell'Unione, che pronuncia tre secchi No. "No alla delega sul diritto allo studio, No ai Rettori nominati, No agli interessi dei privati nelle università: l'università ha bisogno di più finanziamenti, valutazione e controllo della qualità della didattica, maggiore trasparenza e democrazia. No a riforme - continua Paterna - che salvaguardano gli interessi di pochi".

E si chiede: "Come si può pensare di riformare l'università pubblica con questo indirizzo privatizzante? Se Gasparri ha delle perplessità sulla governance, noi siamo annichiliti dal livello a cui si spinge questa riforma". Secondo gli studenti "il provvedimento è stato presentato oggi senza una reale discussione anche con gli studenti sulla governance, il cui futuro è nelle mani di esterni privati, e sul diritto allo studio, che vedrà l'entrata di test a crocette per avere la borsa di studio e l'indebitamento dei prestiti d'onore". Ma di che si tratta?

Quello che nei prossimi anni si abbatterà sugli atenei italiani assomiglia tanto a uno tsunami. Facoltà ridotte all'osso, abilitazione nazionale per professori e ricercatori e codice etico contro le parentopoli costituiscono il piatto forte della riforma. Ma non solo: la presenza di soggetti esterni (anche privati) negli organismi chiave degli atenei dovrebbe garantire gestioni economiche più oculate e valutazioni più obiettive. Mentre il numero dei ricercatori, reclutati con modalità nuove, crescerà rispetto al totale dei prof. Nell'università modello Gelmini il vero deus ex machina sarà il rettore, che guiderà sia il Senato accademico sia il Consiglio di amministrazione. E gli studenti daranno i voti ai prof.

Per razionalizzare la spesa "gli atenei potranno fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili". Mentre "i bilanci dovranno rispondere a criteri maggiori di trasparenza". I finanziamenti saranno erogati in base alla qualità della didattica e della ricerca. E per gli atenei "in dissesto finanziario" scatta il commissariamento. Per evitare le parentopoli "ci sarà un codice etico sulle incompatibilità e i conflitti di interessi legati a parentele". Il rettore potrà stare in carica, al massimo, otto anni e i due organismi di gestione della vita universitaria (il Senato accademico e il Consiglio di amministrazione) saranno più snelli (meno componenti che in passato) e avranno funzioni distinte: il primo gestirà la didattica, il secondo la spesa. E sarà proprio il Consiglio di amministrazione che avrà quattro membri su dieci esterni. Ogni ateneo dovrà inoltre dotarsi di un Nucleo di valutazione a maggioranza esterna.

La ministra mette anche le mani sui concorsi e sulla qualità dell'insegnamento. Con uno o più decreti legislativi verrà istituita l'Abilitazione scientifica nazionale per docenti e ricercatori, requisito preferenziale per l'insegnamento. Il titolo sarà assegnato da una apposita commissione con autorevoli componenti italiani e stranieri, attraverso la valutazione dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche.

Gli atenei potranno reclutare in tre modi i loro docenti e ricercatori: attraverso una "valutazione comparativa", alla quale non potranno comunque partecipare i docenti (di prima e seconda fascia) dell'ateneo che bandisce la selezione, per chiamata diretta per "chiara fama" o per "chiamata diretta" sic et simpliciter. Un terzo dei posti disponibili verrà coperto da personale interno all'università che bandisce il concorso. La restante parte sarà appannaggio di insegnanti e ricercatori esterni all'ateneo in questione. Il nuovo reclutamento tiene conto dell'esigenza "di favorire la mobilità nazionale e internazionale, oggi quasi azzerata". Per garantire la "qualità del sistema universitario" i prof dovranno garantire un impegno di almeno 1.500 ore annue, di cui 350 dedicate alla didattica.

Verrà inoltre agevolato l'accesso alla carriera accademica dei giovani studiosi. Ecco in che modo. Gli assegni di ricerca saranno rivisti "introdurre maggiori tutele con aumento degli importi e l'abolizione delle borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti". E sarà espressamente vietata la figura del docente a titolo gratuito, "se non per figure professionali di alto livello". Se dopo sei anni (tre+tre) di contratti a tempo determinato il giovane ricercatore "sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come professore associato". Dovrebbe, così, terminare l'odissea dei ricercatori a vita con un forte incremento dello stipendio, che da 1.300 euro mensili passerà a 2.100 euro.

martedì 27 ottobre 2009

"Ci siamo (in parte) ripresi gli appelli!"


La mobilitazione studentesca ha ottenuto, almeno in parte, i suoi risultati. Oggi il consiglio di facoltà di Lettere e Filosofia ha deciso di permettere agli studenti e alle studentesse che devono laurearsi di sostenere gli esami fino a metà febbraio, inoltre è stata ripristinata una finestra esami per tutt* anche ad aprile.

La facoltà aveva deciso di abolire completamente gli appelli di novembre e aprile. Non siamo rimasti fermi di fronte a questo disastro per le nostre vite di studenti-precari, non accettando questa sforbiciata. Oltre alla raccolta firme organizzata dai rappresentanti (2mila adesioni raccolte), il 16 ottobre si è occupata la presidenza di Lettere, dove si è espressa direttamente e in modo determinato, la contrarietà studentesca a questo provvedimento. Azione che ha contato non poco nella discussione del consiglio di facoltà di oggi, infatti molti professori lo hanno riportato come esempio dell'estremo malcontento studentesco. La mobilitazione contro l'abolizione ha dimostrato, ancora una volta, che mentre la passività o la delega acritica favoriscono gli attacchi alla condizione di vita degli studenti, agire in prima persona permette di ottenere dei risultati concreti per tutt*. Come sempre: solo la lotta paga.

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.com

lunedì 26 ottobre 2009

Rivogliamo gli appelli!


Contro l'eliminazione degli appelli di novembre e aprile
nella facoltà di Lettere e Filosofia.

Presidio: "rivogliamo gli appelli!"
ore 13 - Palazzo Venturi
ore 14 - consiglio di facoltà di Lettere e Filosofia

Sono sparite le sessioni d'esame di novembre e di aprile!!! Non è l'incubo di un'agitata notte da studente, ma è ormai la realtà e la notizia si è diffusa in tutta l'università. Queste sessioni intermedie sono state sempre fondamentali per noi tutt*. Infatti, ci permettevano di suddividere il numero spropositato di esami da dare in un anno (anche 12!) in più sessioni. In questo modo ci troveremo invece a dare tantissimi esami in una sola sessione, sperando che le date di due esami non coincidano (come già troppo spesso avviene!). Nessuno ha pensato che queste sessioni sono quelle che permettono a molti di noi di riuscire a stare in regola (o quasi) con gli esami? Pensiamo a tutti quegli studenti che essendo del Nuovo Ordinamento -cioè tutti gli immatricolati prima del 2009- fino a gennaio seguono numerosi corsi. Pensiamo ai beneficiari delle borse di studio, che rischiano di vedersi togliere la borsa per 5 crediti in meno sostenuti in un Anno Accademico! E pensiamo anche agli studenti lavoratori, che hanno la necessità di una più vasta scelta di sessioni per dare gli esami e poter organizzarsi meglio la vita. Tutti gli studenti, senza eccezioni, devono avere la possibilità di gestirsi al meglio il proprio percorso di studi e quindi anche decidere quando sostenere gli esami!

Importante è in ogni caso non perdere mai di vista il quadro generale. Le riforme degli ultimi anni hanno portato allo smantellamento dell'università pubblica, la qualità della didattica è in caduta libera, interi corsi di dottorato non sono stati attivati, ai ricercatori precari sono stati proposti interi corsi a 0 € (!!!) e gli ingenti tagli hanno ridotto i servizi e giustificato un aumento delle tasse per gli studenti. E toglierci DUE sessioni di appelli è solo un altro tassello (meno sessioni = meno esami in un anno = più anni da passare all'università = più tasse da pagare!!!) il cui obiettivo, ancora una volta, è quello scaricare tutti i disagi sulle nostre teste! Infatti è stata una decisione arbitraria del Consiglio di Facoltà, non giustificata da necessità di alcun tipo se non quella di togliere una seccatura ai docenti. Noi non possiamo accettarlo!

Oggi, alle ore 14 nella sala lauree del Palazzetto Lionello Venturi, il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia discuterà se re-introdurre per quest'anno una sessione straordinaria a novembre solo per chi si deve laureare a gennaio. Questo è solo un misero contentino per evitare che tutti gli studenti della facoltà siano incazzati! Ma non è questa la soluzione di cui abbiamo bisogno, noi vogliamo le sessioni per tutt* e non solo per quest'anno!

Per questo invitiamo tutti e tutte a presidiare davanti al Palazzetto Liolello Venturi (via Verdi 25) dalle ore 13!

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.com

venerdì 23 ottobre 2009

Il 23 ottobre l'Onda sciopera!


Il report su InfoAut.org

In occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati di base, gli studenti e le studentesse dell'Onda torinese tornano in piazza.

Nell'"università del merito", non basta il sacrificio,
bisogna immolarsi!

Contro la filastrocca del merito e del sacrificio,
per un'università di tutt* e altra!

venerdi 23 ottobre 2009 - ore 10
presidio sotto la sede della Rai (via Verdi)

La crisi continua a colpire. Nonostante i tentativi del governo di minimizzarne la sua portata, proponendo false soluzioni, nella nostra vita quotidiana gli effetti si fanno sentire, eccome!

Noi studenti e studentesse sentiamo il peso della crisi che ci vorrebbero far pagare, innanzitutto attraverso l’aggravarsi della condizione di precarietà nella quale viviamo. L’aumento dei prezzi di affitti e trasporti, la sempre più limitata accessibilità della cultura, la necessità di aggiungere al carico dello studio il peso di lavori saltuari e malpagati, sono solo alcuni dei problemi che ci troviamo ad affrontare ogni giorno.

Nell’università la crisi si traduce nei tagli della riforma Gelmini-Tremonti, agiti seguendo il principio di una redistribuzione dei fondi rovesciata: prima sono stati operati i tagli e poi sulla base di questi sono stati elaborati presunti criteri di merito per ridistribuire gli spiccioli rimanenti a quegli atenei che si son dimostrati più supini alla logica dell' aziendalizzazione.

Studiare in un ateneo virtuoso, come è ritenuta la nostra università, per noi studenti e le studentesse significa, già da ora, perdita dei servizi necessari per il nostro percorso di studio (aule, biblioteche, alloggi, mense) e dequalificazione dell'offerta formativa data dai ritmi pressanti di “produzione” di esami a cui si è sottoposti.

Non solo, nell'università del merito le tasse aumentano, i corsi meno “gettonati” vengono eliminati, le borse dei dottorati diminuiscono drasticamente e i ricercatori sostengono attività didattica a titolo gratuito.

Gli orari delle biblioteche sono stati ridotti creando un servizio insufficiente. I tagli sull'università colpiscono quindi sia il versante studentesco sia quello dei lavoratori (in particolare precari ed esternalizzati). Infatti molti lavoratori bibliocoperativisti, considerati costi da abbattere, perderanno il posto di lavoro.

Inoltre dobbiamo considerare che moltissimi studenti sono obbligati a lavorare nelle forme piu' disparate. Diventa chiaro quale condizione accomuni studenti e bibliocooperativisti (ma non solo!): la precarietà!

Per questo oggi siamo in particolare a fianco dei lavoratori bibliocooperativisti dell'università e di tutti i precari!

Siamo tutti meritevoli, noi la crisi non la paghiamo!

Onda Anomala Torino

venerdì 16 ottobre 2009

Rivogliamo gli appelli! Occupata la presidenza di Lettere


Al termine dello straripante corteo torinese degli studenti medi (10mila in piazza!), l'Onda universitaria, che ha partecipato alla manifestazione contro riforma Gelmini e crisi, è entrata dentro Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, andando ad occupare la presidenza e la sala lauree di Lettere contro il taglio degli appelli delle sessioni esame di novembre e aprile.

Segue il volantino distribuito durante l'occupazione che è andata a concludere il primo corteo studentesco a Torino.

L’ONDA RIVUOLE GLI APPELLI!
La presidenza di Lettere è occupata, unisciti a noi!


La facoltà di Lettere e filosofia ha tolto le sessioni straordinarie di novembre e aprile, diminuendo così il numero degli appelli durante i quali possiamo sostenere gli esami. Le ragioni sono ignote, anche dal momento che, al di là del lavoro di segreteria, gli appelli non costituiscono voci di spesa, dal momento che i docenti non ricevono un compenso apposito.

Quel che è certo è che annullare le sessioni straordinarie significa impedire a tutti noi un’adeguata organizzazione dei nostri studi, con conseguenze ancora più gravi per chi lavora. Sostenere esami in blocchi da 25 o 30 crediti non è proprio la cosa migliore per chi concepisce lo studio come un’attività volta all’approfondimento, utile non solo per incamerare una serie indefinita di nozioni in vista dell’esame che, nella fretta degli attuali ritmi didattici, non permette neanche una vera elaborazione critica.

Già conosciamo il ritornello: non ci sono soldi, la Gelmini ha tagliato i fondi. Ma nel caso degli appelli non è chiaro dove sia il risparmio, al di là del fatto che tutto ciò è più comodo per i docenti (che, pur in tempi così magri, hanno avuto un aumento di stipendio per decreto). Ma migliaia di persone rischiano di allungare il proprio percorso di studi, in un ateneo dove le tasse sono ulteriormente aumentate e noi studenti siamo sovraccaricati di lavoro in sole tre sessioni annue.

Erano anni che non si vedeva una simile arroganza da parte del consiglio di facoltà, evidentemente ormai sicuro che noi studenti accetteremo qualsiasi cosa senza colpo ferire. Ma non è così. Oggi occupiamo la presidenza per chiedere la reintroduzione degli appelli a novembre e aprile. Se si vuole ostacolare la logica dei tagli, la risposta deve essere di resistenza al governo anche da parte dei docenti, e di rinuncia agli sprechi e ai privilegi che, Gelmini o no, all’università esistono.

OCCUPA CON NOI LA PRESIDENZA DI LETTERE!
SONO IN GIOCO I NOSTRI INTERESSI!

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.org

giovedì 15 ottobre 2009

Contro lo smantellamento delle biblioteche! Assediamo il rettore!


I/le dipendenti delle cooperative Codesscultura e Copat, che gestiscono il servizio reference nelle biblioteche universitarie, hanno indetto un'assemblea in rettorato IL 15 OTTOBRE dalle ore 10 in poi.

Come tutti gli anni non sappiamo che cosa sarà del nostro lavoro, ancora una volta diversi di noi non sanno se a gennaio lavoreranno ancora, anzi ad una nostra collega di psicologia è già stato detto che con il 2010 non avrà più lavoro e stipendio. Che he sarà dei servizi? Alcuni potrebbero chiudere, altri veder ridotto il già striminzito orario di apertura al pubblico!

ECCO CHE I TAGLI DELLA GELMINI COMINICIANO A FARE EFFETTO
E COME SEMPRE SONO I MENO GARANTITI E I SERIVIZI
AGLI STUDENTI ED ALLA RICERCA A PAGARLI!!


Non possiamo più accettare di essere trattati come mere cifre da arrotondare, ogni ora e dipendente perso diventa una dispersione di professionalità (costruite all'interno ed a spese dell'università) e quindi di investimenti pubblici. Se si vuole ridurre il nostro costo allora si sappia che se fossimo assunti dall'Università e non affittati da cooperative il costo di ogni nostra ora lavorata si ridurebbe di 1/3.

L'anno passato le grandi mobilitazioni hanno salvato il sistema universitario dal tracollo finanaziario, ma il ministro gelmini e i suoi tirapiedi non hanno certo rinunciato ai progetti di distruzione dell'Università. Rettore ed amministrazione torinese continuano a non fare nulla per opporsi, trasformandosi prontamente nei liquidatori dell'Università.

Ora noi qualche diritto l'abbiamo ancora ed intendiamo esercitarlo protestando ed opponendoci come abbiamo sempre fatto con successo fino ad oggi contro chi ci vuole liquidare come inutili costi aggiuntivi: proprio un bel esercizio mentre l'amministrazione decide di assuemere 2 nuovi dirigenti con contratto dal costo di più di 100.000€ l'anno!

Intendiamo anche mandare un messaggio chiaro a chi lavoro qui, alcuni in condizioni molto peggiori delle nostre (penso ai prof a contratto per 100 o meno euro l'anno, i portieri la cui paga oraria è di meno di 5€ l'ora): ARRABBIATEVI CON NOI, facciamoci coraggio ed usciamo alla scoperto. Per troppi anni siamo rimasti immobili ad accetare contratti sempre peggiori, mentre pian piano venivano erosi i diritti di chi lavora. Non è possibile che ha pagare i costi della crisi e dei tagli gelmineschi siamo sempre noi.

Diamo appuntamento a tutt* il giorno 15 ottobre dalle ore 10 in poi in rettorato in assemblea, non dimenticatevi di portare una sedia, per assediare comodamente il rettore!

Lavoratori e lavoratrici delle biblioteche

sabato 26 settembre 2009

Gelmini: soldi scudo fiscale per riforma universita'


[www.ansa.it] Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini che oggi e' intervenuta alla festa del Pdl di Milano ha annunciato che con i soldi recuperati con lo scudo fiscale verra' attuata la riforma dell'universita'. 'I proventi dello scudo fiscale - ha spiegato la Gelmini - serviranno per tre priorita'. Una di queste e' rappresentata proprio dall'universita''. 'Stiamo puntando alla riforma dell'universita' - ha spiegato - perche' alla crisi si risponde non solo immettendo piu' risorse in un sistema che e' guasto ma intervenendo sui problemi nevralgici'. Secondo la Gelmini tra la fine di ottobre e i primi di novembre sara' possibile presentare la riforma dell'universita' che: 'vuole puntare sul ricambio generazionale, sull'apertura ai giovani, sull'efficienza, sulla meritocrazia e su un utilizzo oculato delle risorse'. Il ministro ha quindi difeso il Governo per quanto riguarda le scelte fatte in Finanziaria: 'Non si puo' contestare alla Finanziaria del Governo la mancanza di risorse. Dobbiamo analizzare la situazione con onesta' intellettuale guardando al bilancio delle universita' dove ci sono molti sprechi'.

venerdì 25 settembre 2009

25 settembre: "Io non ci sto!"


Il report su InfoAut.org


Venerdi 25 settembre 2009
ore 16:30, via Verdi

Presidio sotto la sede Rai contro i tagli del ministro Gelmini e il silenzio mediatico sulle drammatiche conseguenze della riforma

Test all'università, ammesso solo il caos


[torino.repubblica.com] Pasticci con le graduatorie, ritardi nelle pubblicazioni, code al call center

di Ottavia Giustetti


Pasticci con le graduatorie, ritardi nelle pubblicazioni, sembrano un po´ arrugginiti gli ingranaggi dell´organizzazione dei test di ammissione alle facoltà scientifiche dell´Università di Torino. Quest´anno come non accadeva da tempo per ragioni tecniche legate al sistema informatico le lamentele degli studenti si sono fatte sentire davvero.

A Farmacia le prime graduatorie pubblicate il 17 settembre si sono rivelate immediatamente sbagliate, e i ragazzi hanno dovuto aspettare il mercoledì successivo per capire se erano stati ammessi oppure no al corso di laurea. Sul sito della facoltà lampeggiava questo messaggio: «Il preside della facoltà di Farmacia, nell´esprimere il proprio rammarico per il disguido occorso, comunica che la graduatoria, già pubblicata, per l´ammissione al corso di laurea in Farmacia per l´a. a. 2009/2010 è stata annullata per problemi tecnici. Verrà pubblicata una nuova graduatoria il giorno 21 settembre 2009». Incidente risolto, ieri è stata la volta delle professioni sanitarie che fanno capo alla facoltà di Medicina. Anche qui un giorno di ritardo nella pubblicazione, e poi un sistema complicato di punteggi che ha generato una specie di triplicazione di risultati. In effetti, la graduatoria generale è unica, ma andando a cercare la propria posizione in ognuno dei tre corsi specifici prescelti (test uguale per tutti, possibilità di indicare tre preferenze) sarà impossibile capire se si è entrati o meno, finché i primi non avranno fatto la propria e scelta e lasciato il posto agli altri nelle due professioni scartate. Insomma, forse nessun errore ma certo un sistema di valutazione di difficile comprensione, che ieri ha mandato in crisi molti ragazzi alle prese con la propria pagina Internet e, tra l´altro, nessuna affissione cartacea. Le linee del call center sembravano in tilt ed era difficilissimo parlare con un operatore. Qualcuno ha denunciato anche un´ora d´attesa.

«Ci hanno presi in giro - dice una delle candidate - chissà se riusciremo a capire se siamo ammessi al corso di laurea oppure no entro i termini previsti per l´immatricolazione». A testimoniare l´agitazione collettiva di questi giorni intorno alle iscrizioni degli studenti, un episodio buffo è accaduto lunedì proprio al centro dell´ex Manifatture Tabacchi: quando Marco Berrì in veste di studente si è presentato per immatricolarsi alla facoltà di Scienze della comunicazione tutti hanno temuto si trattasse di un´incursione delle Iene su segnalazione di qualche ragazzo e sono entrati nel panico. Per poi scoprire con sollievo che la sua missione era invece strettamente personale.

lunedì 21 settembre 2009

"Fondi per gli atenei, così non va" Tutti i numeri contro il ministero


[www.repubblica.it] Gli studenti, e anche qualche rettore, denunciano l'inadeguatezza del meccanismo di ripartizione che penalizza gli atenei più grossi. Ecco perché

di SALVO INTRAVAIA

"GLI ULTIMI saranno i primi", ma quando si tratta di ripartire i fondi agli atenei in base al merito "i primi saranno gli ultimi". E' quanto accade, secondo i ragazzi dell'Udu (l'Unione degli universitari), con la classifica diffusa dal ministro Gelmini lo scorso mese di luglio. In base alla lista pubblicata due mesi fa gli atenei più virtuosi sono quelli di Trento, che incrementa il Fondo di finanziamento ordinario del 12 per cento rispetto all'anno scorso, i due politecnici di Milano e Torino, seguiti dal piccolo ateneo di Siena. Ma gli studenti denunciano l'inadeguatezza del meccanismo di ripartizione delle risorse che penalizza gli atenei più grossi: La Sapienza di Roma in cima a tutti. E spiegano il perché.

E negli ultimi giorni, a denunciare il criterio che avvantaggia gli atenei del Nord arrivano anche i rettori. Roberto Sani, rettore dell'università di Macerata, lo ha fatto pochissimi giorni fa presentanto alla stampa un dossier. "Che si propone - si legge nel dossier - come un convinto e doveroso atto di denuncia riguardo ad una procedura di valutazione del 'merito' nelle Università italiane che, tanto sotto il profilo formale, quanto, in particolare, dal punto di vista sostanziale, presenta gravi limiti e palesi incongruenze, tali da risultare un'iniziativa destinata non certo a far compiere un passo in avanti al sistema universitario e ad affermare al suo interno quell'autentica e quanto mai necessaria e urgente cultura della valutazione che noi per primi auspichiamo". Qualche settimana prima le lamentele arrivavano dai rettori degli atenei pugliesi che contestano duramente i tagli al Ffo.

Ma di che cosa si tratta? I primi di gennaio il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, annuncia che per premiare gli atenei più virtuosi dal 2009 una quota del Fondo che il governo assegna agli atenei verrà ripartito in base al merito. Si tratta di circa 523 milioni di euro, pari al 7 per cento dei 7 miliardi e mezzo di euro assegnati ogni anno alle università italiane. Il 26 luglio scorso, il ministro rende nota la classifica con i primi e gli ultimi della classe, quasi tutti atenei del Sud. Ma non spiega come e perché i primi sono i più virtuosi e gli ultimi i più spendaccioni. Promettendo di pubblicare dati criteri e metodologie pochi giorni più tardi: il 29 luglio. Ma da allora non si è saputo più nulla. Soltanto i rettori e i direttori amministrativi degli atenei hanno avuto accesso ai numeri.

Qualche giorno fa, gli studenti dell'Udu di Parma si sono messi di buona volontà e hanno rifatto i conteggi, secondo la stessa metodologia dettata dal ministero. Due agli aspetti sondati per assegnare le risorse: qualità della ricerca e della didattica. Nel primo caso si è tenuto conto delle valutazioni del Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali, del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente e della capacità delle università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. La qualità della didattica è stata valutata in base: "Alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo". E ancora: alla quantità di studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2 terzi degli esami del primo anno e alla possibilità data agli studenti "di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati".

I ragazzi dell'Udu, stilando la classifica degli atenei più virtuosi (in base al coefficiente Qt, la Qualità totale dell'ateneo) scoprono che l'università romana La Sapienza è al secondo posto, preceduta soltanto dall'ateneo di Bologna. Mentre nella lista presentata alla stampa si trova al 45° posto. A Bologna va un po' meglio prima nella lista elaborata dai ragazzi e al 18° posto nella classifica del ministero. "Qualcosa non funziona", si sono detti i ragazzi. Ecco perché. La quota ripartita in base al merito (il 7 per cento) è frutto di un eguale prelevamento sui singoli fondi degli atenei. La Sapienza, che ha un fondo di 577 milioni l'anno, deve così cedere quasi 40 milioni che poi, nonostante si trovi al secondo posto con un coefficiente di merito pari superiore a 6,4 non riesce a riprendersi. Ben diverso è il destini dell'ateneo di Trento, che cede appena 4 milioni ma poi ritrovandosi al 19° posto, con un coefficiente di merito di poco inferiore a 2, riesce a riprendersene ben 10. Ma allora, "chi viene premiato realmente e in base a quale merito", si chiedono gli studenti e non solo. Il meccanismo si inceppa perché le risorse assegnate in base al "merito" non sono aggiuntive ma quelle prelevate agli stessi atenei. I più grossi danno di più alla "cassa comune" (il fondo del 7 per cento) e non riescono anche riprenderseli neppure se sono al primo posto.

domenica 20 settembre 2009

Le sforbiciate del ministro Gelmini e le prime conseguenze della legge 133


Quando, quest'anno, abbiamo rimesso, o messo per la prima volta, piede in università ci siamo imbattuti in biblioteche chiuse, guide dello studente fantasma, tasse aumentate, sessioni intermedie sparite. Non possiamo che ricondurre la diminuzione e il peggioramento dei servizi, che ha generato queste situazioni tragicomiche, ma soprattutto inaccettabili, al passaggio alla fase operativa dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) introdotti con la tristemente nota legge 133, meglio conosciuta come “riforma” Gelmini, ovvero la legge contro cui gli studenti e le studentesse del movimento dell’Onda di tutta Italia si sono scagliati lo scorso anno. Vediamo di cosa si tratta.

L’enorme quantità di tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (700mila euro nel 2010), che andrà ad aumentare progressivamente nei prossimi anni, ci lascia subito presagire dove voglia mirare la ministra Gelmini. Dopo aver lasciato gli atenei con l’acqua alla gola, portandoli ad intraprendere tutti i possibili tagli ai servizi per gli studenti, nella speranza di non essere costretti a fallire, proprio prima di annegare gli offre la possibilità di diventare fondazioni di diritto privato. Quindi i privati prenderanno ancora più piede nell’amministrazione degli atenei dove il consiglio di amministrazione assumerà sempre maggiore potere anche sulla didattica e sulla ricerca, estinguendo così anche una pallida illusione di trasmissione più o meno libera e autonoma dei saperi (comunque da sempre soggetta alla farsa dell'ideologia della neutralità del sapere!).

Proprio qui avviene la fusione perfetta tra il potere economico e baronale all’interno dell’università e la retorica dello svecchiamento praticata dalla ministra, talvolta affiancata da una sedicente crociata contro i baroni, si mostra per ciò che è: l’ennesimo paravento. Si parla di fusione perché, a fianco all’entrata dei privati nell’università, la legge prevede il blocco del turnover, ogni 5 ordinari che vanno in pensione se ne assume 1, provvedendo così ad accentrare il potere decisionale, anche per quanto riguarda i concorsi accademici, nelle mani di pochi professori. A quanto pare questo blocco oltre a penalizzare sensibilmente la ricerca e la didattica renderà l’università ancora di più un posto per vecchi, alla faccia dello svecchiamento promesso dalla ministra! Diventa ancora più evidente il clima di disinvestimento sulla ricerca e sulla didattica presente in Italia che si contraddice con diversi stati del mondo, che recentemente hanno messo in primo piano l’aumento di fondi pubblici all’istruzione, anche laddove vi era stato un sistema notoriamente privato. Non occorre una sfera di cristallo per accorgersi che questa linea di tagli non porterà altro che alla deriva. Soprattutto questa riforma è anche un tornare indietro, perché il progressivo aumento delle tasse e la trasformazione in fondazione renderà l’istruzione universitaria inaccessibile a quanti non saranno in grado di stare dietro agli aumenti. Per queste ragioni la legge 133 si inserisce al culmine di in un quadro di riforme volte a smantellare l’università pubblica rappresentandone il punto di non ritorno.

Rifiutiamoci di pagare la crisi dell’università con l’aumento delle tasse e l'annullamento dei servizi, non impegniamo le nostre energie per cercare di adattarci il meglio possibile in quel pantano che è diventata e diventerà l’università. L'università dell'oggi, popolata da baroni e impresari, ha ben pochi motivi per essere difesa così com'è, la conservazione serve ad altri non a noi studenti e studentesse. Quindi l'indicazione da raccogliere ancora è quella elaborata dall'Onda lo scorso autunno, superando la falsa dicotomia tra pubblico e privato (basti pensare: quanti finanziamenti prendono le università private dallo Stato? quanto sono presenti gli agenti privati nell'università pubblica? la risposta è la stessa: molto!), costruendo un'altra università.

Precari e università... stessi tagli, stessa precarietà!


Ci troviamo di fronte ad una vera e propria campagna di rottamazione della scuola pubblica. Se già nelle finanziarie 2007 e 2008 (eseguite dal ministro Padoa Schioppa del governo Prodi) erano stati previsti tagli complessivi per 47mila posti, di cui 42mila docenti e 5mila personale ATA, a fine di quest’anno la ministra Gelmini si propone di portare a conclusione la seconda parte della sua contestatissima riforma, per un totale di 42mila posti in meno per i docenti e 15mila per il personale ATA. Queste cifre fanno ancora più rabbrividire se ci spingiamo oltre e calcoliamo il totale dei licenziamenti entro il 2012: 109.341 insegnanti in meno e 47.500 personale ATA senza lavoro. Numeri questi che sembrano un bollettino di guerra e consegnano alla disoccupazione centinaia di migliaia di persone, per non contare le pesanti ripercussioni che tutto ciò avrà sul mondo della scuola, logisticamente e didatticamente.

Anche Torino subirà pesanti conseguenze e pare si parli di circa 3mila insegnati che già da quest’anno rimarranno senza lavoro. La mobilitazione contro i tagli cresce in tutta Italia, soprattutto al Sud dove le condizioni di vita sono già estremamente precarie a causa della crisi e di una situazione più complessiva penalizzata da decenni di malgoverno. A Nord la mobilitazione non è però assente e diverse sono le città che, fin prima dell’inizio delle scuole, hanno organizzato iniziative di protesta e presidi.

Oggi le scuole primarie sembrano esser state riportate al triste modello del ventennio fascista: maestro unico, ora di religione obbligatoria e al pari delle altre materie, tetto massimo del 30% di immigrati nelle classi e ciliegina su questa torta avvelenata, divieto annunciato di “fare politica” all’interno delle scuole, quando per fare politica la ministra intende la voglia degli insegnanti e del personale scolastico di offrire la migliore formazione possibile, a garanzia dei bisogni degli studenti e delle loro famiglie.

È evidente come il governo stia ripensando a tutto il funzionamento del mondo della formazione avendo come unico criterio pratico-progettuale quello contabile e amministrativo. Tagli ai finanziamenti, riduzione dell’offerta didattica, rifiuto di soddisfare i reali bisogni di chi la scuola la frequenta (abolizione di corsi d’italiano per immigrati, accompagnamento a studenti con disabilità e/o difficoltà nell’apprendimento ecc…), blocco delle assunzioni per i precari e classi sovraffollate, sono solo una parte di quello che ci aspetta. Non servono a molto le varie dichiarazioni fatte dai vari ministri, per giustificare questi disastri, nelle quali si vanta l’utilizzo di criteri finalizzati alla qualità e alla sostenibilità della scuola. Gli obiettivi e le conseguenze di questa manovra economica (e delle precedenti) sono oramai palesemente chiare e disastrose.

Questo attacco ai precari e alla scuola è, in realtà, solo una parte di quello che è un affronto generalizzato contro il sistema della formazione. Dimostrazione di ciò è tutto quel che le università in lotta hanno combattuto lo scorso anno: tentativo di smantellamento dell’università pubblica attraverso tagli indiscriminati, riduzione del turnover dei docenti, riduzione del personale di servizio e la possibilità data ai privati e alle imprese di entrare ancora maggiormente nel cuore della vita e della gestione universitaria. La rottamazione della scuola e l’aziendalizzazione dell’università si inseriscono in un contesto generale di crisi economico-finanziaria che ha prodotto un’insicurezza generale, ha incrementato il tasso di disoccupazione ed ha acuito la fatica di molte famiglie ad arrivare a fine mese. Questo quadro ci obbliga, come detto in apertura, a rimboccarci le maniche anche all'università, insieme alle scuole, insieme ai soggetti sociali che questa crisi non la voglion proprio pagare!