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martedì 4 maggio 2010

Università, una settimana di blocco I ricercatori: "Per noi nessun futuro"


[www.repubblica.it] Dal 17 al 22 maggio è previsto uno stop della didattica in tutti gli atenei italiani. Il 19 una manifestazione davanti al Parlamento 

di Manuel Massimo

Un fatto è certo: se i ricercatori decideranno di non salire in cattedra molti corsi di laurea non potranno partire per mancanza dei requisiti minimi di docenza. L'offerta formativa del prossimo anno accademico è dunque legata a doppio filo alla piega che prenderà il disegno di legge Gelmini sull'Università, ora all'esame della Commissione Istruzione del Senato. La principale questione che tiene banco - completamente bypassata dal ddl e non proposta neanche in uno degli 800 emendamenti presentati - riguarda la figura del ricercatore universitario cui non viene riconosciuto lo status giuridico di docente, nonostante siano proprio i ricercatori a ricoprire attualmente il 40% della didattica ufficiale.

La mobilitazione. L'assemblea dei ricercatori del 29 aprile a Milano, con delegazioni da 32 atenei italiani, ha confermato la settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, con blocco della didattica, occupazione simbolica degli atenei il 18 e manifestazione nazionale davanti al Parlamento mercoledì 19. Se il disegno di legge dovesse passare senza modifiche sostanziali, l'assemblea ha inoltre ribadito "l'indisponibilità a tutte le forme di didattica frontale non obbligatoria richiamando formalmente i nuclei di valutazione a non considerare i ricercatori per la formulazione dell'offerta formativa 2010/2011".

Il documento. Al termine dell'assemblea è stata approvata una mozione unitaria in cui si esprime "forte preoccupazione" per i contenuti del ddl, in particolare per "la precarizzazione della ricerca" e per "la deriva aziendalistica e dirigistica delle università". I punti più "caldi" che sono stati discussi riguardano la riorganizzazione delle fasce di docenza e le progressioni di carriera, senza dimenticare l'inquadramento della nuovissima figura pre-ruolo introdotta dal ddl, quella del "ricercatore a tempo determinato" che dura al massimo 6 anni (3+3).

Tenure track. Un tema strettamente connesso alla figura del ricercatore a tempo determinato è quello della cosiddetta tenure track, ovvero il percorso certo dell'immissione in ruolo. Una certezza in realtà molto aleatoria: in base al ddl, trascorsi i due trienni previsti e ottenuta l'abilitazione, gli atenei "possono procedere" alla loro chiamata diretta con funzioni di professore associato. Ma senza l'assegnazione di risorse specifiche e  in mancanza di un'adeguata programmazione negli anni la stabilizzazione resta legata a mere ragioni di budget. In un sistema, peraltro, già sottofinanziato.

Senza status. La riforma Gelmini articola la docenza in due fasce (ordinari e associati) e non prevede che i ricercatori abbiano lo status di "docenti". Secondo il coordinatore del Cnru (Coordinamento nazionale ricercatori universitari) Marco Merafina si tratta di un'evidente disparità: "Vogliamo una rimodulazione delle fasce di docenza verso una piramide effettiva, non con una larghissima base fatta di precari. Per questo dove sussistano i requisiti di didattica e ricerca chiediamo che i ricercatori siano inquadrati come docenti di seconda fascia cioè associati, senza oneri per lo Stato".

Ruolo unico. Di tutt'altro avviso è Alessandro Ferretti, ricercatore del Dipartimento di Fisica sperimentale dell'Università di Torino e portavoce del Coordinamento UniTo: "Chiediamo un ruolo unico della docenza che non implichi una subordinazione gerarchica all'interno dell'ateneo. Se i ricercatori dovessero diventare professori associati 'ope legis' sarebbe disastroso soprattutto per i giovani precari della ricerca: il ruolo verrebbe saturato e l'università non assumerebbe più nessuno". E aggiunge: "Una cosa è certa: non ci interessa fare i professori ordinari tra le macerie, senza un'università pubblica che funzioni".

Il dialogo necessario. I nodi da sciogliere e gli aspetti da limare sono molteplici e - in vista della votazione in aula a Palazzo Madama (prevista per il 18 maggio) - si moltiplicano le richieste di incontri e chiarimenti. Si profila un tavolo tecnico al ministero dell'Università che coinvolga tutte le componenti interessate, per affrontare le questioni più spinose.

lunedì 3 maggio 2010

Unito, l'università è in crisi!


[www.infoaut.org]
La protesta contro la riforma Gelmini all'università di Torino continua! Ricercatori studenti e precari ottengono una presa di posizione ufficiale del senato accademico!

Un nutrito presidio ha quest'oggi ottenuto che il senato accademico approvasse alcune delle rivendicazioni portate da ricercatori, precari e studenti. Non tutto è stato facile e scontato: il senato accademico, da sempre incline a evadere le istanze spinte dal basso, ha inizialmente cercato di procrastinare e relegare a margine la discussione sui punti all'ordine del giorno riguardanti la protesta no Gelmini. I presidianti non si sono fatti però cogliere impreparati: hanno deciso di bloccare la seduta del senato e, mettendo alle strette il rettore Pelizzetti, hanno ottenuto precise garanzie che fosse discusso quanto richiesto il prima possibile.

Alla fine della giornata si può parlare di risultato raggiunto, sebbene ancora in parte. Il senato accademico ha approvato una mozione fortemente critica sul ddl Gelmini e il rettore comunicherà al ministero dell'università e della ricerca che esistono concrete possibilità che il prossimo anno accademico non possa iniziare! Insoddisfacente invece la risposta per quanto riguarda la norma, interna all'ateneo torinese, per cui i ricercatori avrebbero l'obbligo di svolgere almeno 60 ore di didattica, che si vorrebbe far ritirare, rimandata ad una successiva commissione.

Tutta la giornata è da leggersi nel quadro della protesta che i ricercatori strutturati (sostenuti anche dai ricercatori precari e dagli studenti) stanno portando avanti. Se anche queste ore obbligatorie fossero abolite allora la protesta basata sull'indisponibilità all'attività didattica non obbligatoria avrebbe effetti ancora più forti. L'obiettivo è sempre far ritirare il ddl Gelmini, la lotta non finisce certo oggi!

Oltre all'indisponibilità che sempre più si diffonde, nel mese di maggio si avranno altre importanti iniziative come la settimana di agitazione tra il 17 ed il 22: in alcune facoltà torinesi (di fatto) sarà bloccata ogni attività didattica, durante la quale si espliciterà ancora l'agitazione tramite azioni e assemblee...!

venerdì 30 aprile 2010

I ricercatori: «Stop alle lezioni»


[www.ilmanifesto.it] A Milano l'assemblea nazionale

di Roberto Ciccarelli

Dal prossimo ottobre rifiuteranno di tenere lezione e bloccheranno i corsi di laurea se nel disegno di legge Gelmini sull'università non cambieranno le norme che regoleranno la governance degli atenei, non saranno ritirati i tagli al fondo ordinario (Ffo) degli atenei e non saranno modificate quelle che ostacolano la carriera dei ricercatori e aggravano il precariato. Lo ha stabilito l'assemblea organizzata ieri alla Statale di Milano dai ricercatori universitari dei 72 atenei mobilitati contro il Ddl. «Se dovesse passare - afferma Alessandro Ferretti, fisico dell'università di Torino - rifiuteremo ogni incarico didattico non obbligatorio, limitandoci a tutoraggio e laboratori così come prevede la legge».

La scelta di rinunciare alla didattica ricorda quanto è successo in Francia un paio d'anni fa quando i maitre-à-conference sospesero per un anno intero la didattica e gli esami. L'impressione è che abbia aumentato la forza contrattuale del movimento che ieri si è dotato anche di un coordinamento nazionale. Se ne sono accorti a Roma dove due giorni fa si è tenuto al Miur un incontro interlocutorio tra i ricercatori e Alessandro Schiesaro, il responsabile della segreteria tecnica che sta curando la stesura della legge. La conclusione che i partecipanti ne hanno tratto è che i tagli imposti dal Ministro dell'Economia Tremonti sono definitivi e porteranno nel 2011 ad una decurtazione del 14,7 per cento del finanziamento degli atenei. Questa situazione porterà nel giro di pochi mesi l'intero sistema al collasso. Già oggi, infatti, il costo degli stipendi del personale è superiore ai fondi ministeriali.

L'università non è solo incapace di assumere nuovi ricercatori e di fare progredire la carriera di quelli strutturati, ma non potrà affrontare la gestione quotidiana al punto che molti atenei sono in bilancio provvisorio.

Nell'assemblea di ieri era diffusa la consapevolezza che l'Italia stia progettando la fine della propria università moderna. Contro questo scenario inquietante, ma realistico, i ricercatori propongono un contratto unico di ricerca garantito che abolisca il precariato garantendo le tutele giuridiche fondamentali ai più giovani; un ruolo unico della docenza, articolato su tre fasce, che permetta la progressione della carriera dei ricercatori a tempo indeterminato e la retribuzione di ogni impegno didattico ulteriore rispetto alla ricerca; un reclutamento straordinario previo rifinanziamento del sistema.

«Non siamo un movimento che si batte per la difesa dell'esistente e non chiediamo una sanatoria che faccia i ricercatori tutti associati - afferma Stefano Simonetta, membro del Cda della Statale di Milano e ricercatore in storia della filosofia medioevale - Puntiamo a fare emergere la contraddizione di un sistema che è sempre meno finanziato e si regge sul volontariato di migliaia di precari che non hanno voce e di altrettanti ricercatori che la Gelmini vuole mettere in esaurimento nel 2013».

I ricercatori mobilitati sono in media poco più che quarantenni entrati da poco in ruolo. Davanti a sé hanno ancora una trentina d'anni di carriera bloccata e la prospettiva di una pensione dimezzata rispetto all'ultimo stipendio. Da Ancona a Firenze, da Como-Varese a Bari, ciò che li unisce è la coscienza di essere finiti in un vicolo cieco. Una sensazione non molto diversa da quella che matura nel ceto medio italiano da quando è iniziata la crisi. Nei loro discorsi la precarizzazione delle aspettative professionali viene accompagnata sempre dalla certezza che un intero sistema è destinato al fallimento.

«La formazione che daremo agli studenti, e ai loro fratelli minori, sarà sempre peggiore - conclude Simonetta - Nei prossimi anni, dopo il pensionamento in massa degli ordinari, la faranno ricercatori sempre più anziani e demotivati insieme a precari sempre più precarizzati.». «Già oggi - ribadisce Pietro Graglia ricercatore a scienze politiche della Statale - copriamo il 40 per cento della didattica ufficiale, pur non essendo obbligati per legge a svolgere tale compito».

I numeri della protesta si allargano quotidianamente in particolare nelle facoltà scientifiche dove la maggioranza dei ricercatori ha già ritirato la propria disponibilità a tenere lezione. Lo stesso orientamento è stato confermato dai dati del sondaggio online diffuso in assemblea a primo mattino che ha raccolto le opinioni di 2363 docenti, ricercatori, precari e studenti in tutto il paese, 819 solo a Milano.

Tra i molti precari e studenti presenti all'assemblea, c'era Ilaria Agostini del coordinamento ricercatori precari di Firenze e Torino che ha auspicato un'alleanza tra ricercatori, precari e studenti per riformare l'università in maniera solidale. "Dobbiamo evitare una guerra tra poveri. Mi auguro che questa mobilitazione non resti prigioniera di rivendicazioni corporative". Un rischio paventato anche dai ricercatori a tempo indeterminato che preferirebbero allargare la mobilitazione al diritto allo studio e alla creazione di un sistema di welfare per studenti e precari. Questa possibilità di alleanza potrà essere verificata il prossimo 18 maggio quando le associazioni della docenza hanno convocato una giornata di mobilitazione negli atenei e il giorno successivo quando il movimento si è dato appuntamento ad un presidio davanti al Parlamento.

giovedì 22 aprile 2010

Gli indisponibili del Politecnico di Torino


[www.infoaut.org]
Occupato il rettorato dell'altra università torinese. Lavoratori e precari sempre più indisponibili...

Se qualche settimana fa erano stati i ricercatori dell'università di Torino, con la loro dichiarazione di indisponibilità in vista del prossimo anno accademico, a smuovere le acque delle università del nostro paese, imponendo soprattutto sotto il naso delle autorità accademiche problematiche rimaste irrisolte (se non peggiorate!), quest'oggi, a prendere maggiore intensità è stato il focolaio del Politecnico, sempre nella città piemontese.

Annunciato già da diversi giorni, dopo una serie di assemblee tenutesi in ateneo, lo sciopero proclamato dalle 10 alle 12 dalle Rsu ha ottenuto il risultato sperato, probabilmente andando anche al di la delle previsioni per quanto riguarda le adesioni del personale tecnico-amministrativo e dei precari. Questa mattina il presidio nel cortile interno dell'università di corso Duca degli Abruzzi si è man mano fatto più partecipato, centinaia di lavoratori precari e studenti han deciso prima di fare un corteo interno e poi di andare ad occupare il rettorato!

Hanno preteso di parlare con il rettore Profumo, occupando la sua "stanza dei bottoni", luogo dal quale da tempo partono promesse che poi puntualmente non vengono mantenute... Le richieste che il personale tecnico-amministrativo esercita da mesi sono rimaste disattese, il che è ancora più inaccettabile dinnanzi al progetto di ristrutturazione pensato dal direttore amministrativo Periti, disegnato senza nessuna condivisione con coloro che ne sono i destinatari... L'occupazione del rettorato sembra aver colpito nel segno, visto che il rettore Profumo, questa volta, messo con le spalle al muro dalla forza della protesta, ha dovuto aprire alle rivendicazioni del personale tecnico-amministrativo, assumendo impegni pubblicamente...

Nel pomeriggio si è poi tenuto il senato accademico, dentro il quale sono riusciti a guadagnarsi la parola anche i precari del Politecnico, che si sono presentati in delegazione (una cinquantina) dentro la sala dove si stava tenendo la seduta, strappando il risultato che al prossimo senato si discuta del destino dei ricercatori precari dell'ateneo, nella minaccia (come fatto dai colleghi dell'altro ateneo torinese) di blocco dell'anno venturo...

...si allunga la lista e la determinazione di chi si è "proclamato indisponibile"...

mercoledì 21 aprile 2010

Sciopero al Poli, domani chiusi aule e uffici


[www.lastampa.it/torino]
Nel mirino il direttore amministrativo, i sindacati: «Non rispetta gli accordi»

di Andrea Rossi


Le segreterie? Chiuse. Le aule? Sbarrate? I dipartimenti? Senza segretari né addetti. I laboratori? Senza tecnici. Le segreterie studenti? Vuote, nessuno a ricevere gli iscritti, chiarire dubbi e stampare moduli. Tutte le altre segreterie? Chiuse. Le biblioteche? Porte sbarrate: niente libri in consultazione, né prestiti. Sarà difficile persino fare una fotocopia, perché al centro stampa potrebbe non esserci nessuno.

Tutto fermo. Forse è il primo caso di sciopero «ad personam». Di sicuro rischia di paralizzare il Politecnico per un giorno. Domani il personale tecnico e amministrativo di corso Duca degli Abruzzi - più le cinque sedi decentrate, cioè Vercelli, Verres, Alessandria, Mondovì e Biella - incrocia le braccia, e lo fa con un bersaglio preciso: il direttore amministrativo Enrico Periti, in carica da circa dieci mesi.

Le Rsu hanno proclamato due ore di serrata, dalle 10 alle 12, che però potrebbero estendersi al pomeriggio, quando si riunirà il Senato accademico. Ai quasi 900 tecnici e amministrativi si aggiungeranno i 750 precari della ricerca, «da mesi in attesa di un tavolo di trattativa per vederci riconoscere diritti essenziali», scelta che minaccia di aggravare la situazione sul fronte didattica, visto che molti - oltre a lavorare nei dipartimenti - insegnano, ricevono gli studenti e seguono le tesi. Professori e studenti, insomma, rischiano di restare soli, privi di una rete di sostegno e supporto indispensabile.

Una serrata così - per ragioni interne - al «Poli» non la vedevano dal 1998. «È una mossa necessaria, perché il clima è diventato pesante», spiega Rino Lamonaca, uno dei rappresentanti sindacali al Politecnico. «C’è un atteggiamento dirigista e decisionista che non tiene conto del parere dei lavoratori e nemmeno li consulta, come invece prevede la legge».

Il riferimento è al direttore amministrativo Periti. Piacentino, 45 anni, laureato in Scienze politiche, è arrivato a settembre prendendo il posto di Marco Tomasi, nominato direttore generale del ministero dell’Università. «Il suo arrivo ha decretato un cambio radicale nei rapporti interni all’ateneo - racconta Patrizia Lai, un’altra delegata sindacale -. Accordi precedentemente firmati, come la stabilizzazione di venti colleghi precari, sono stati stralciati. È stata varata una riorganizzazione interna: con il blocco del turnover e i prepensionamenti si è ridotto l’organico tecnico, si sono accorpati dipartimenti creando così personale in esubero da destinare a settori rimasti scoperti. Il tutto in maniera unilaterale».

Altro episodio che ha alimentato il clima di rivolta è il calendario per il prossimo anno accademico. L’ateneo chiuderà i battenti per 16 giorni. Così si pensa di risparmiare 200 mila euro. «Peccato che la riorganizzazione interna e il calendario per legge siano questioni che andrebbero discusse con i lavoratori. Così non è stato», fa sapere Antonio Grassedonio delle Rsu. Dall’ateneo, per ora, nessun commento.

lunedì 19 aprile 2010

Rettore Pelizzetti: non ti laverai la coscienza con questa Conferenza!


[www.infoaut.org]
Si è tenuto oggi pomeriggio il secondo dei tre appuntamenti in cui il Rettore dell'Università di Torino, Ezio Pelizzetti, ha deciso di strutturare (e convocare) la Conferenza d'Ateneo. Conferenza che, se da una parte, è stata un atto dovuto dopo le pesanti pressioni create dalle proteste dei ricercatori e dalle continue rivendicazioni dei precari e degli studenti, dall'altra si voleva presentare come tentativo da parte delle istituzioni accademiche di porsi in modo accondiscendente nei confronti di tutti gli altri soggetti che realmente vivono l'università, un modo per dire che "anche loro" sono contro questo DDL attualmente in discussione in Parlamento.

Forse, però, non tutto è andato secondo i piani...

Dopo le relazioni iniziali del Direttore Amministrativo, del Rettore stesso e della professoressa Perroteau (presidente del nucleo di valutazione) che hanno illustrato come e quanto l'università di Torino sia bella e brava nella "gestione della complessità" della crisi in atto, si sono susseguiti numerosi interventi da parte di ricercatori, studenti, precari e persino di qualche docente, che hanno duramente criticato i contenuti e la struttura stessa di questo appuntamento.

Da tutti è stato sottolineato come il loro modo di porsi altro non è se non una gestione della crisi dell'università, un mettere le pezze qua e là, il tentare di salvare l'insalvabile, il tutto a spese dei soggetti più coinvolti dai tagli, ovvero i precari e gli studenti e di come ben poco questo approccio assomiglia ad una reale presa di posizione contraria alla riforma.

Molti degli interventi hanno infatti richiamato la ricchezza e le potenzialità di un movimento come quello dell'Onda, movimento che a più riprese aveva chiesto a Rettore e Senato Accademico una presa di posizione radicale (quali, ad esempio, le dimissioni), richieste alle quali si è sempre preferito fare orecchie da mercante. Gli studenti, ma anche i precari e i ricercatori, hanno fatto notare come le istituzioni accademiche si siano imbellettate di termini quali autoriforma (!) e gestione della governance senza però mai porsi il reale problema che sta alla base di questo tracollo dell'università pubblica e hanno accusato le istituzioni accademiche di voler semplicemente mirare a consolidare gerarchie di potere già ben note (e che essi vedono in qualche misura traballare con l'ingresso dei privati nelle sedi decisionali).

In gioco, è stato più volte ripetuto, infatti, c'è molto di più dell'essere e mantenere il titolo di "università di eccellenza", dell'interesse corporativo di alcune componenti dell'università, o dell'intraprendere carriere politiche e avviare progetti privati. La posta in palio è infatti molto più alta, perchè in gioco c'è il futuro dell'università pubblica tutta, oltre al futuro di migliaia e migliaia di giovani.

Mentre i precari hanno messo l'accento sulla mancanza di rappresentanza (non erano neanche stati menzionati nell'invito alla conferenza!) e sulla situazione sempre più difficile in cui si vengono a trovare, i ricercatori hanno nuovamente dichiarato la loro indisponibilità a fare più ore di lezione di quelle previste per legge, minacciando dunque la quanto mai reale possibilità che la maggior parte dei corsi (soprattutto le specialistiche delle materie scientifiche) il prossimo anno non partano, in quanto rimarrebbero scoperti un gran numero di insegnamenti.

Tutti gli intervenuti hanno rimarcato la necessità di una risposta immediata e il più possibile unitaria, offrendo per l'ennesima volta la possibilità a Rettore (e company) di diventare parte della soluzione e non del problema (come finora è stato). Mentre i ricercatori hanno chiesto al Rettore e al Senato accademico di fare in modo che la settimana di maggio in cui hanno già previsto di sospendere le loro attività, venga trasformata in una settimana di sospensione completa della didattica a livello di d'ateneo, gli studenti hanno rilanciato la palla sul prossimo autunno, chiedendo al Rettore di convocare una vera e propria Assemblea d'ateneo, in cui sia realmente possibile (senza doversi iscrivere prima, sia per partecipare che per intervenire!) confrontarsi su come opporsi alla riforma.

Il Rettore, in palese difficoltà, non ha ovviamente dato alcuna risposta alle richieste, rimandando tutto al prossimo Senato Accademico e al terzo incontro della Conferenza d'Ateneo, previsto per il 18 maggio.

Ma oggi era davvero chiaro a tutte e tutti che: Pelizzetti... o sei parte della soluzione o sei parte del problema! Non sarà una conferenza a lavarti la coscienza!

venerdì 9 aprile 2010

Non vi laverete la coscienza con questa conferenza!


[cuatorino.blogspot.com] Mentre le conseguenze dei tagli della 133 sono ormai sotto gli occhi di tutti, mentre i disastri del decreto Gelmini stanno per diventare effettivi, le autorità accademiche indicono una mega-conferenza d'ateneo, strutturata su tre giorni, per discutere le conseguenze della riforma e i nuovi assetti di unito.

Una riforma che, basandosi su pesanti tagli di fondi all’istruzione, determina il declassamento dei saperi e la riduzione dei servizi, rende sempre più precaria la condizione di vita e di studio per ricercatori e studenti, apre le porte all’ingresso dei privati nel cda dell’università, mantenendo però intatti i privilegi baronali.

Il  Rettore Pelizzetti, sicuro della tenuta del suo ateneo “meritevole” e incurante delle conseguenze che il ddl avrebbe avuto sul corpo vivo dell'università (studenti, ricercatori, precari della conoscenza, bibliocooperativisti),  non ha mai preso una posizione chiara e decisa contro la  riforma e non ha fatto altro che recepire acriticamente e supinamente le direttive del Ministro.

Da quando, dunque, il “Magnifico” ha  voglia di confrontarsi con le componenti dell'università?

Forse le mobilitazioni in atto e previste per settembre rischiano di far cadere il suo castello di carte, scombinando i suoi piani…

La conferenza indetta per oggi, infatti, ci sembra essere un tentativo di lavarsi le mani dalle responsabilità che i vertici accademici hanno nell'applicazione della riforma e dei tagli, dando una parvenza di dialogo con chi dovrà pagare le conseguenze della crisi di Unito. Potrebbe essere inoltre un tentativo per spegnere la protesta dei ricercatori, magari risolvendo con qualche palliativo la complessa questione che la loro mobilitazione sta portando agli occhi del paese.

Forse Pelizzetti inizia ad aver paura di non poter più dire che “va tutto bene” nel momento in cui, a settembre, la metà dei corsi non partirà per l'indisponibilità dei ricercatori a tenere corsi a 0 euro?

Forse inizia a rendersi conto che gli student* non tollereranno a lungo la sua gestione dell'ateneo, che vede accompagnarsi a un aumento esorbitante delle tasse la drastica diminuzione dei servizi? Forse ha capito che ci siamo accorti che le biblioteche hanno orari ridotti, le sessioni d'esame spariscono, i posti nelle residenze universitarie sono sempre più difficili da ottenere, e che tutto questo non ci va bene?

Forse gli è arrivata voce della nostra indisponibilità a rimanere precari a vita e a doverci indebitare per portare avanti il nostro percorso di studi?

Bene. Noi  non abbiamo intenzione di farci prendere in giro ancora a lungo.

I vertici accademici devono sapere che non esistono “percorsi di una riforma possibile”, perché sappiamo bene che i costi che ne derivano sarebbero tutti scaricati sulle nostre spalle, ma soprattutto perchè noi, i costi della loro crisi, non abbiamo più intenzione di pagarli!

Collettivo Universitario Autonomo

venerdì 5 marzo 2010

Università della California in mobilitazione!


[www.infoaut.org]
Ritornano in onda le proteste delle università della California. Da settimane studenti e studentesse sono in mobilitazione, ritessendo le maglie di un'opposizione studentesca partita con vivacità e capillarità già lo scorso autunno, quando campus e atenei erano stati occupati. Proteste nate innanzitutto dinnanzi allo spropositato aumento delle rette universitarie, come imposto dispositivo di rinpinguamento delle casse di un'università in crisi!

Migliaia di studenti delle università e delle scuole superiori sono scesi in piazza ieri in diverse città della California. A Oakland 150 persone sono state arrestate dopo aver bloccato un'autostrada. Ai cortei hanno partecipato anche moltissimi genitori. Centinaia di studenti e studentesse si sono riuniti oggi nel campus di Berkeley, alle porte di San Francisco, per confrontarsi sul come procedere nella mobilitazione contro i tagli ai finanziamenti e gli aumenti delle rette universitarie, solo una settimana fa si erano verificati scontri tra polizia e studenti per le strade della città americana durante un corteo notturno.

La protesta, che si sta ampliando a tutto il Golden State, è nata lo scorso autunno proprio nelle aule di Berkeley ed, in pochi mesi, si è estesa anche nelle altre università del circuito UC, University of California. I conti della California sono in profondo rosso a causa della crisi economica, così il governatore Arnold Schwarzenegger ha ordinato tagli drastici al comparto della formazione, quindi negli atenei le rette sono aumentate del 32%, superando i 10mila dollari, una cifra mai raggiunta in passato!

mercoledì 23 dicembre 2009

L’Università salva con i soldi delle tasse


[www.lastampa.it/torino] L’ateneo raccoglierà 7 milioni in più del 2009

di Andrea Rossi

Facoltà e dipartimenti tirano un sospiro di sollievo. Gli studenti un po’ meno, perché l’Università di Torino ha sì superato senza cedere di schianto uno degli anni più tribolati che si ricordino, ma il peso dei sacrifici è ricaduto soprattutto sugli iscritti. Con le loro tasse sono stati decisivi per evitare che il bilancio del 2009 andasse in passivo. E, nel 2010, permetteranno ancora di mantenere la linea di galleggiamento. Più tasse e meno sostegni: ecco perché il bilancio preventivo che il Senato accademico dovrebbe approvare oggi lascia a dir poco perplessi. La lista Studenti indipendenti - che ha la maggioranza tra i rappresentanti - si dice insoddisfatta, esprime forti critiche e preoccupazioni.

Un anno fa l’ateneo di via Po era stato costretto a varare una manovra lacrime e sangue: 30 milioni di euro da tagliare, trasferimenti dimezzati a facoltà e dipartimenti, spese di rappresentanza e viaggi all’estero pressoché azzerati. Quest’anno si respira un po’: il Fondo di finanziamento ordinario stanziato dal ministero dell’università è di 240 milioni di euro, meno dell’anno scorso. A salvare le casse dell’ateneo è lo stanziamento ordinario previsto proprio in questi giorni dal ministro dell’Economia Tremonti. Totale, 252 milioni, cifra che dovrebbe riuscire a salvare i conti di via Po.

Il problema è come. Nel 2010 - per effetto della nuova fascia di reddito istituita in estate - l’ateneo raccoglierà dalle tasse universitarie sette milioni di euro in più rispetto al 2009. Lo sforamento del tetto massimo previsto dalla legge, secondo cui le imposte non possono essere superiori al 20 per cento del Fondo di finanziamento ordinario, è certo. Sarebbe il terzo anno consecutivo. Inaccettabile per gli studenti: «Si coprono i tagli del ministero e gli sprechi con i nostri soldi. Inoltre rettore e Senato si erano impegnati a coinvolgere gli studenti nella gestione degli sforamenti». Non è l’unico motivo di preoccupazione: durante i lavori preparatori nelle Commissioni mista e bilancio sono spuntati tagli per 10 milioni alle borse di studio e per 5 alle borse per i dottorati di ricerca. Gli studenti sperano in una correzione di rotta. «Altrimenti voteremo contro».

domenica 15 novembre 2009

Crisi e lotte sull’altra sponda dell’Atlantico


di Gigi Roggero per Uniriot

La canicola, si sa, è il momento migliore per i provvedimentiimpopolari. Così, l’amministrazione della University of California (UC) ha approfittato dei mesi estivi per approvare un programma di aumento delle tasse, licenziamenti, taglio di classi e dipartimenti. Ma questa volta non si tratta di una semplice astuzia del governo pubblico: la crisi sta travolgendo gli atenei degli Stati Uniti, che già da tempohanno cominciato una feroce riduzione dell’organico e delle strutture. 

La risposta è ormai nota: l’occupazione dell’università per combatterequello che studenti e precari sostengono essere il risultato delprocesso di privatizzazione della UC (www.edu-factory.org). Insomma,l’autunno delle università americane è già più caldo dell’estate. Escequindi al momento giusto il numero 21 di “Polygraph”, rivista dicultura e politica gestita dagli studenti di Ph.D del dipartimento diletteratura della Duke University – altra istituzione in cui il ventodella crisi spira forte. Il volume, frutto di una discussionecollettiva avviata nel 2007 con un convegno sul “collasso del saperetradizionale”, è infatti dedicato a Study, Students, Universities.

Nell’introduzione Luka Arsenjuk e Michelle Koerner, curatori del numero, mettono a fuocol’obiettivo: dentro le trasformazioni dell’università, siti diffusi di produzione di conoscenza negli ingranaggi della valorizzazionecapitalistica, bisogna afferrare l’emergenza di una nuova figura dellostudente. Essendo ormai a tutti gli effetti un lavoratore, comeevidenzia Marc Bousquet, vanno comprese le sue forme di soggettivazionee agire politico.

Solo seguendo il filo rosso della pratica di autonomiadell’organizzazione, sostiene Renaud Bécot, è possibile sottrarre ilSessantotto dalla morsa in cui l’hanno stretto l’attacco reazionario ela vuota memorialistica. Come si può, allora, lottare dentro i processidi “finanziarizzazione della vita studentesca” di cui parla MorganAdamson descrivendo il sistema del debito? Per Christopher Newfield larisposta è la riaffermazione del pubblico. Già nel suo prezioso Unmaking the Public University: the 40 Year Assault on the Middle Class(Harvard University Press, 2008), Newfield mostrava come la retorica dell’eccellenza privata si sia alimentata con i soldi e le risorse pubbliche. D’altro canto, proprio i processi di finanziarizzazionesembrano alludere a una progressiva indistinzione dei due termini: lacomune situazione e le politiche delle università travolte dalla crisilo evidenziano efficacemente.

Dunque, se l’appello al pubblicosi risolve spesso nel richiamo all’interesse generale della societàcivile, è opportuno mettere tale categoria in tensione con quella dicomune, su cui si soffermano Isaac Kamola ed Eli Meyerhoff a partire dalle esperienze di resistenza e di autoformazione nella University of Minnesota. Non è questione nominalistica o di suggestione concettuale,ma squisitamente politica: se da un lato si corre il rischio disciogliere le differenze – innanzitutto quella di classe –nell’immagine dell’universale, ovvero dello Stato, dall’altro il temastrategico posto dai movimenti di studenti e precari è l’organizzazione della propria potenza cooperativa autonoma.

Non per trovarepratiche al riparo dalla governance descritta da Stefano Harney e FredMoten, perché – si afferma nell’introduzione – qui davvero “non c’è piùun fuori”; piuttosto, per rompere la cattura agita dalla corporateuniversity e produrre nuove forme istituzionali. Per dirla piùchiaramente, per riappropriarsi e decidere in comune della ricchezzacollettivamente prodotta. L’occupazione della UC dimostra come questitemi siano ormai incarnati nei conflitti. E attorno al nodo di chi pagala crisi si sta già producendo una grande esplosione nelle università americane.

martedì 10 novembre 2009

Sì all'apertura del tavolo sui precari


[torino.repubblica.it] Dopo il Politecnico anche l'Università aprirà un tavolo sulla situazione dei precari della ricerca, rappresentati dalla Flc-Cgil. Ieri, studenti, ricercatori e docenti hanno organizzato un presidio in Rettorato. Una delegazione è stata ricevuta dal rettore, che si è impegnato a portare le istanze in Senato accademico, compresa la forte contrarietà al ddl Gelmini sull'Università. Pelizzetti ha anche ricordato che il bilancio 2009 si chiuderà in positivo, con un leggero avanzo.
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lunedì 2 novembre 2009

L'Università come Wall Street


[it.peacereporter.net] Gli atenei privati statunitensi non conoscono crisi e continuano a elargire stipendi milionari ai propri rettori.

Sono precisamente ventitrè i governatori universitari che hanno superato la barriera del milione di dollari percepito nell’anno fiscale 2007-2008.
Considerando solo lo spettro delle principali Università di ricerca della nazione oggetto di censimento la media degli stipendi annuali per l’anno in esame è di 627,750 dollari. Ciò è quanto rivelato dal Chronicle, prestigioso giornale degli atenei statunitensi, nel suo consueto rapporto annuale sulle retribuzioni nel campo universitario. Fuori media statistica è il fisico Shirley Ann Jackson (in foto) presidentessa del Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, New York, che si attesta come testa di serie numero uno fra i paperoni dei college avendo dichiarato al fisco statunitense ben 1,598,247 dollari. Subito dietro, l'ex direttrice della Commissione federale di regolamentazione nucleare, si piazzano David J. Sargent della Suffolk University di Boston con un reddito di 1,496,593 dollari e Seadman Upham dell’Università di Tulsa sul terzo gradino del podio con 1,485,275 dollari.

L'esempio di Wall Street. Non è passato neanche un anno, era il 4 febbraio scorso, da quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva denunciato i bonus dei top manager di Wall Strett come “il massimo dell’irresponsabilità” nei confronti dei contribuenti statunitensi. Allora sotto esame c’erano i fondi pubblici destinati al salvataggio delle aziende a rischio crack le quali, però, continuavano ad elargire somme da capogiro ai propri Ceo. Per prevenire l’onta dello spreco durante la crisi il presidente aveva ufficializzato la decisione di porre un tetto di 500mila dollari agli stipendi dei funzionari delle sette aziende risollevate grazie agli aiuti federali stanziati da Washington – ma non ancora restituiti - : Aig, Bank of America, Citigroup, General Motors, Gmac, Chrysler, Chrysler Financial. Lo scorso 22 ottobre il presidente è tornato sull’argomento definendo gli introiti e i bonus percepiti dai funzionari aziendali come “offese ai nostri valori”. Il dato positivo è stato che Obama ha pronunciato quelle parole proprio nel momento in cui il procuratore Kennet Feinberg, noto come lo “zar degli stipendi”, stava annunciando un taglio del 50% a tutte le maxi-retribuzioni.

Gli stipendi crescono... Bisognerà aspettare ancora un anno per sapere se l’ammonimento dei democratici a Wall Street abbia o meno inciso sulla voce “stipendi” dei bilanci universitari. Per ora il trend di incremento delle paghe sembra non conoscere soluzione di continuità attestandosi ad un più 5.5 percento rispetto allo stesso periodo di riferimento dell’anno precedente. Oltre i ventitrè rettori milionari, il rapporto delChronicle ha rivelato che 110 funzionari universitari hanno guadagnato oltre i 500mila dollari. Il dato rimane sorprendente anche se si allarga il campione dell’inchiesta e si considerano oltre i top college di ricerca anche le altre Università private. Su 419 istituti oggetto di rilevazione la media degli stipendi dei rettori è stata di 358,746 dollari, il 6.5 percento in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi cinque anni, e al netto dell’inflazione, l’aumento è stato del 14 percento.
Secondo Jeffrey Selingo, direttore del Chronicle, l’ingenza di tali salari è dovuta al fatto che “questo è il mercato ed è sempre più difficile trovare persone all’altezza di questi compiti. E 'importante ricordare – ha aggiunto Selingo - che questi pacchetti a pagamento sono stati fissati prima della crisi economica iniziata lo scorso autunno. Da allora molti rettori hanno tagliato il loro stipendio per finanziare le borse di studio”.

...le tasse universitarie pure. Non si sa ancora se questa mossa d’onestà dei rettori gioverà alle tasche degli studenti. L’unico dato di fatto attualmente inconfutabile è che alla frenata autoimposta sui propri onorari dai signori dell’educazione universitaria privata, è corrisposto un proporzionale aumento delle rette d’iscrizione. Il rapporto ha evidenziato che in 58 Università private le spese annuali a carico dello studente hanno superato, in cinque anni, la quota di 50mila dollari fra tasse scolastiche, libri, vitto e alloggio, che equivale all’11 percento rispetto all’anno scorso e al 19.6 percento medio in cinque anni, al netto dell’inflazione.

Antonio Marafioti