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lunedì 8 marzo 2010

Assemblea dei ricercatori nel cortile del rettorato


Caro Collega Ricercatore,

il disegno di legge 'Gelmini' per l'Università (in fase di discussione al Senato) prevede alcune norme molto discutibili sull'organizzazione generale degli atenei. I ricercatori, insieme ai precari, saranno particolarmente penalizzati: nell'eventualità che la legge venga approvata così com'è la figura del ricercatore a tempo indeterminato andrà ad esaurimento, e verrà sostituita dal ricercatore a tempo determinato (3+3 anni).

Dopo i sei anni, per rimanere all'interno dell'Università il ricercatore a TD avrà come unica possibilità quella di diventare professore associato.

I futuri concorsi per associato saranno molto pochi (per i tagli al turnover e ai finanziamenti delle leggi 133/08 e 1/09). Quindi, non solo molti ricercatori a TD si troveranno senza un lavoro alla scadenza del contratto, ma l'esigenza di assumerne il maggior numero possibile andrà a discapito delle prospettive di carriera degli attuali ricercatori a TI.

Oltre a ciò, nel DdL ci sono molti punti oscuri. E' prevista l'eliminazione della ricostruzione di carriera, il ridisegnamento delle progressioni stipendiali e la ridefinizione degli obblighi didattici: temi che saranno delegati interamente al Governo, e quindi di fatto sottratti al dibattito.

Si sono già intraprese alcune azioni di protesta: a Cagliari e a Napoli i ricercatori hanno già rinunciato ai carichi didattici dell’anno in corso e/o dell’anno prossimo.

A Torino, i ricercatori della Facoltà di Scienze riuniti in assemblea il 18 febbraio hanno deciso per protesta di non partecipare alle commissioni di laurea estive e di rinunciare sin d’ora ai carichi didattici per l’A.A. 2010-2011, affermando che tale indisponibilità potrà essere revocata solo se il Governo intraprenderà passi significativi verso il superamento dei succitati problemi.

In seguito a questa assemblea, il Consiglio di Facoltà di Scienze MFN ha votato una mozione (all’unanimità, con due astenuti) che esprime la sua solidarietà alla protesta e invita il Rettore a farsi portavoce del disagio e delle preoccupazioni dei suoi membri.

Entro il 15 marzo i ricercatori della facoltà di Scienze consegneranno in presidenza le rinunce ai carichi didattici per l’anno prossimo.

Per informare tutti i ricercatori dell’Ateneo sull’iniziativa in corso e discutere le modalità di estensione anche alle altre Facoltà, vi invitiamo a partecipare ad una

ASSEMBLEA
Lunedì 8 marzo alle 14:15 nel cortile del Rettorato, via Verdi 8
(in concomitanza con la riunione del Senato Accademico)
L’assemblea è aperta anche ai non ricercatori

Coordinamento dei ricercatori UniTo

domenica 31 gennaio 2010

Atenei, la rivolta dei "lettori"


[www.lastampa.it/torino]
“Precari e sottopagati”, pronti i ricorsi. Rischio di risarcimento per 100 milioni

di Andrea Rossi

Nelle università tengono i corsi di lingua straniera, ricevono gli studenti, fanno gli esami. Ma non sono docenti. Sono tecnici da 900 euro al mese, come i bidelli. «Non fanno ricerca», si difendono i rettori. «Ma insegniamo», attaccano loro, i lettori. La battaglia va avanti da vent’anni, e da un po’ si combatte nelle aule di tribunale. Ora rischia di sommergere gli atenei sotto una valanga di ricorsi e risarcimenti per almeno cento milioni di euro. Pochi giorni fa l’università di Padova è stata condannata a pagare oltre cinque milioni di stipendi arretrati a 14 ex lettori che il tribunale ha equiparato a ricercatori a tempo indeterminato.

Vent’anni fa, era il 1989, la Corte di Giustizia europea stabilì che il trattamento riservato dall’Italia ai lettori era discriminatorio: avrebbero dovuto essere equiparati ai ricercatori. Ma l’Italia tirò avanti, il governo approvò un decreto con cui dal rango di assistenti li degradava a tecnici amministrativi. L’Europa alzò di nuovo la voce. E l’Italia, per tutta risposta, regolarizzò i lettori di sei università e cambiò nome a tutti gli altri: da lettori a collaboratori esperti linguistici. «Li sistemeremo poco alla volta», dissero nel 1994. Non l’hanno mai fatto. E la Corte è intervenuta altre cinque volte. «In origine era una questione interpretativa. Negli anni è diventata violazione del diritto comunitario», spiega il professor Lorenzo Picotti, avvocato e docente di Diritto penale a Verona. La prima causa l’ha vinta lui - tra i lettori c’era anche lo scrittore inglese Tim Parks - ora è il legale di riferimento dei 1200 lettori in Italia.

Quando si sono stancati, e le cause sono partite, ai giudici non è rimasto che applicare le sentenze europee. «Se l’Italia avesse rispettato il primo pronunciamento la partita si sarebbe chiusa in pochi mesi», racconta Picotti. «Invece ha ingigantito il bubbone. E ora ne paga le conseguenze: si è creato un effetto valanga. Con gli atenei in bolletta le conseguenze saranno deflagranti». La contesa oltretutto rischia di sfociare in caso diplomatico: domani David Petrie, il presidente dell’Associazione dei lettori di lingua straniera in Italia, incontrerà a Londra il ministro britannico per l’Europa Chris Bryant. «I rettori italiani continuano a non riconoscere gli scatti d’anzianità e i diritti fondamentali».

Finché l’Europa ha sbraitato l’università ha fatto finta di non sentire. «Siamo stati costretti a fare causa», racconta Petrie. Ed è stato come rimuovere il coperchio di una pentola a pressione. Ricorsi su ricorsi, tutti vinti. A oggi ci sono una quindicina di cause aperte. Forse è giusto così. Il preside della facoltà di Lingue di Torino Paolo Bertinetti lo ammette con amarezza: «C’è una totale indifferenza. Vanno in pensione e non li sostituiscono. Li pagano una miseria. È vero, sono equiparati ai tecnici; ma vogliamo confrontare il mediocre trattamento che ricevono con quello dei tecnici di laboratorio nelle facoltà scientifiche?».

A Padova, dopo la sentenza, si sono rivolti al ministero dell’Università. Del resto gli atenei applicano una legge dello Stato, perché devono pagare di tasca loro? Il rettore Giuseppe Zaccaria ha chiesto uno stanziamento ad hoc per evitare il rischio di un deficit di bilancio. «Finora, con un grande rigore, siamo riusciti a mantenere sane le finanze. Ma questa sentenza rischia di metterci in crisi». Petrie e gli altri 1200 lettori non sembrano per niente pentiti: «Per vent’anni si sono rifiutati persino di riceverci. Non è rimasto che rivolgerci ai giudici».

mercoledì 23 dicembre 2009

L’Università salva con i soldi delle tasse


[www.lastampa.it/torino] L’ateneo raccoglierà 7 milioni in più del 2009

di Andrea Rossi

Facoltà e dipartimenti tirano un sospiro di sollievo. Gli studenti un po’ meno, perché l’Università di Torino ha sì superato senza cedere di schianto uno degli anni più tribolati che si ricordino, ma il peso dei sacrifici è ricaduto soprattutto sugli iscritti. Con le loro tasse sono stati decisivi per evitare che il bilancio del 2009 andasse in passivo. E, nel 2010, permetteranno ancora di mantenere la linea di galleggiamento. Più tasse e meno sostegni: ecco perché il bilancio preventivo che il Senato accademico dovrebbe approvare oggi lascia a dir poco perplessi. La lista Studenti indipendenti - che ha la maggioranza tra i rappresentanti - si dice insoddisfatta, esprime forti critiche e preoccupazioni.

Un anno fa l’ateneo di via Po era stato costretto a varare una manovra lacrime e sangue: 30 milioni di euro da tagliare, trasferimenti dimezzati a facoltà e dipartimenti, spese di rappresentanza e viaggi all’estero pressoché azzerati. Quest’anno si respira un po’: il Fondo di finanziamento ordinario stanziato dal ministero dell’università è di 240 milioni di euro, meno dell’anno scorso. A salvare le casse dell’ateneo è lo stanziamento ordinario previsto proprio in questi giorni dal ministro dell’Economia Tremonti. Totale, 252 milioni, cifra che dovrebbe riuscire a salvare i conti di via Po.

Il problema è come. Nel 2010 - per effetto della nuova fascia di reddito istituita in estate - l’ateneo raccoglierà dalle tasse universitarie sette milioni di euro in più rispetto al 2009. Lo sforamento del tetto massimo previsto dalla legge, secondo cui le imposte non possono essere superiori al 20 per cento del Fondo di finanziamento ordinario, è certo. Sarebbe il terzo anno consecutivo. Inaccettabile per gli studenti: «Si coprono i tagli del ministero e gli sprechi con i nostri soldi. Inoltre rettore e Senato si erano impegnati a coinvolgere gli studenti nella gestione degli sforamenti». Non è l’unico motivo di preoccupazione: durante i lavori preparatori nelle Commissioni mista e bilancio sono spuntati tagli per 10 milioni alle borse di studio e per 5 alle borse per i dottorati di ricerca. Gli studenti sperano in una correzione di rotta. «Altrimenti voteremo contro».