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venerdì 26 febbraio 2010
domenica 22 novembre 2009
"Fee hike! We strike!" Studenti della California in rivolta, sgomberato campus Berkeley
[www.infoaut.org] Una settimana di fuoco quella californiana, un assedio alimentato dagli studenti e dalle studentesse dello Stato americano contro l'aumento vertiginoso delle tasse universitarie. La lotta, in piedi già da tempo contro la ristrutturazione in atto (vedi occupazioni assemblee etc dello scorso settembre), è ripartita allargando il fronte d'opposizione, chiedendo il reintegro di 38 dipendenti licenziati causa tagli... "Fee hike! We strike!"
Occupazioni delle università, sit-in nelle strade, scontri con la polizia e arresti degli studenti in rivolta hanno immediatamente seguito la decisione del Board of Regents, il consiglio d'amministrazione che governa il sistema californiano delle università di Stato, di aumentare del 32% le rette annuali delle università californiane! I campus di Berkeley e Santa Cruz si sono ancora una volta dimostrati i più combattivi, in una partita che comunque vede attivi anche tutti gli altri college, da Santa Clara a Los Angeles.
Berkeley in rivolta. A Berkeley, giovedì notte, una cinquantina di studenti ha preso possesso di un edificio dell'ateneo, barricandosi all'interno. La mattina dopo in centinaia si sono radunati fuori per portare il loro appoggio all'occupazione, depositando (prima) una montagna di sacchetti pieni d'immondizia davanti al rettorato. Con il passare delle ore la tensione è andata crescendo, la polizia nel tardo pomeriggio è riuscita ad entrare nel complesso ed a sgomberarlo. Ci sono stati scontri tra studenti e polizia, nel tentativo studentesco di difendere l'occupazione. 40 studenti sono stati arrestati, molti sono stati portati in infermeria con ferite e contusioni.
Santa Cruz e altrove. La protesta di Santa Cruz, è cominciata già mercoledì, culminata nell'occupazione di 2 edifici universitari, dove circa 2mila studenti sono rimasti in assemblea permanente. Gli studentio e le studentesse di Santa Cruz richiedono le dimissioni di Mark Yudof, presidente del Board of Regents. Altri arresti sono stati effettuati nel campus di Davis, dove gli studenti hanno occupato l'aula magna e una cinquantina di loro sono stati denunciati per essersi rifiutati di uscire dalla sede dell'amministrazione. A Los Angeles, giovedì sera, centinaia di universitari hanno protestato contro gli aumenti delle rette e un gruppo ha tentato di impedire ai membri del Board of Regents di uscire dalla riunione, dov'era appena stata presa la decisione. Ovviamente il fermento contro l'aumento delle tasse non è questione solo californiana: dalla Florida a New York le tasse sono aumentate del 15 per cento, Michigan e New Mexico hanno già cominciato a tagliare i corsi ed ad alzare gli oneri...
L'esplosione della protesta. Il Board of Regents è costretto a fronteggiare un taglio di fondi statali di 1 miliardo di dollari... quindi sulle soglie della sua bancarotta è deciso di far salire da 7800 a oltre 10mila dollari il costo annuale dell'iscrizione alle università californiane! La decisione è parte di un disegno fatto di tagli ai bilanci interni, di abolizioni di corsi e riduzioni di personale. Nel frattempo agli studenti e alle studentesse si chiedono 2500 dollari in più, un aumento che porta le rette universitarie a raggiungere il triplo di 10 anni fa!
Wave International. E' quanto mai semplice guardare all'America, a quel che sta avvenendo in termini di ristrutturazioni universitarie, come problematica assolutamente condivisa con quanto abbozzato e implementato altrove, soprattutto dal processo di Bologna in poi in Europa (ma non solo). Aumento delle tasse universitarie, indebitamento studentesco, disciplinamento alla precarietà, negazione di futuro. Queste la radici comuni di un disegno politico internazionale, contro il quale si sta battendo e scontrando un International Wave! E si guardi anche al di là delle lotte degli studenti e dei precari degli Usa e dell'Italia, lo stesso avviene in Grecia, in Austria, in Germania! We won't pay for their crisis!
Vedi anche:
giovedì 19 novembre 2009
Wave international: "fabbriche del sapere" in lotta
[www.infoaut.org] Solo l'altro giorno la nuova dirompente discesa in piazza degli studenti e delle studentesse dell'Onda nel nostro paese, Torino Milano e Napoli gli epicentri della mobilitazione contro la riforma Gelmini. Ma anche altrove si manifesta il fermento nelle scuole e nelle università, non solamente in Grecia e Austria dove nell'ultimo mese hanno preso le occupazioni e i cortei, ma anche in Germania e negli Stati Uniti. Nel cuore dell'Europa, dopo le straordinarie mobilitazioni dello scorso anno, dentro le quali si decise di occupare i ministeri simbolo della privatizzazione e del declassamento del mondo della formazione, in almeno 50mila sono tornati in piazza (il 17 novembre) per opporsi al disegno principe della ristrutturazione in atto a livello europeo (ma non solo). Oltre l'Atlantico, negli Stati Uniti d'America, seguendo il corso delle mobilitazioni ri-esplose negli atenei americani, che hanno visto, oltre le partecipate occupazioni e assemblee, l'elaborazione di discorso contro la crisi ma anche per la costruzione di un'università altra, si è imbastita una vincente mobilitazione contro la Russell Athletic, in connessione con la lotta dei lavoratori licenziati in Honduras, che hanno ottenuto il loro reintegro. Pubblichiamo di seguito 2 articoli che raccontano delle mobilitazioni universitarie negli Usa ed in Germania.
Russell rinuncia ai licenziamenti, hanno vinto gli studenti
[da www.rainews24.it] "Abbiamo vinto! E siamo sulla homepage del New York Times!". Il sito della United Students Against Sweatshops (Usas, Studenti uniti contro le "fabbriche del sudore") trasuda soddisfazione. E come dargli torto: Russell Athletic, una delle più note case di produzione di abbigliamento casual e sportivo degli USA, ha ceduto, annunciando il reintegro di 1200 lavoratori licenziati in Honduras.
New York - "Abbiamo vinto! E siamo sulla homepage del New York Times!". Il sito della United Students Against Sweatshops ( Usas, Studenti uniti contro le "fabbriche del sudore") trasuda soddisfazione. E come dargli torto: Russell Athletic, una delle più note case di produzione di abbigliamento casual e sportivo degli USA, ha ceduto, annunciando il reintegro di 1200 lavoratori licenziati in Honduras.
La storia, raccontata dal NYT e ripresa da altri media americani, mostra ancora una volta come una forte mobilitazione possa vincere anche l'asprezza dei colossi dell'economia globalizzata. Nello scorso gennaio, Russel Athletic reagisce alla sindacalizzazione dei lavoratori di una fabbrica honduregna comunicando che da quel momento in poi le sue felpe e le sue magliette le avrebbe fatte cucire a qualcun altro. Ma dall'Honduras la notizia arriva via web in America, dove associazioni di studenti fanno propria la battaglia dei lavoratori honduregni per riavere il loro posto di lavoro.
Nasce una catena di solidarietà che attraverso email, Facebook, sms, porta alla mobilitazione di centinaia di giovani in tutti i maggiori atenei universitari americani. La Usas inizia a premere sulle autorità dei campus e gli amministratori del Boston College, di Columbia, Harvard, New York University, Stanford, e di ben 49 college si convincono che sì, hanno ragione i ragazzi: se Russell Athletic non ci ripensa, mette a rischio i contratti di fornitura in esclusiva con le università.
In ballo ci sono le maglie delle squadre di basket, di calcio, di baseball degli atenei, le felpe con il nome dell'università, una delle icone dei campus americani. E soprattutto, milioni di dollari.
Gli studenti non si fermano, portano la loro protesta contro Russell anche alle finali NBA a Orlando e Los Angeles, su Twitter un micidiale passa parola invita tutti a boicottare i prodotti Russell se in Hoduras non arriverà la notiza di un ripensamento. E perfino Warren Buffett si ritrova degli universitari sulla porta di casa, a Omaha, perché una sua società, la Berkshire Hathaway, ha azioni della Fruits of the Loom, affiliata della Russell.
Assediata da mesi, alle prese con il rischio di un evidente svilimento del marchio, associato a delocalizzazione e mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, quest'ultima alla fine si piega: "Riassumiamo i 1300 in Honduras", è l'annuncio che arriva la settimana scorsa e che alla Usas attendevano da mesi.
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Universitari in piazza in 50 città contro il «Piano Bologna»
[da www.ilmanifesto.it] «No al terrorismo di test, piani di studio e limiti di accesso ai master nella fabbrica del sapere»
Berlino - In diverse città tedesche 50mila studenti hanno disertato le lezioni. Chiedono piani di studio meno rigidi nei corsi di laurea brevi (bachelor), la liberalizzazione dell'accesso ai corsi di approfondimento (master), l'abolizione delle tasse di frequenza introdotte nei Länder democristiani. Le dimostrazioni maggiori si sono svolte a Berlino, con più di diecimila studenti in corteo, e a Monaco. L'agitazione è cominciata la settimana scorsa con l'occupazione delle aule magne delle università, e ieri si era estesa a circa 50 città. Due altri appuntamenti in calendario. Martedì prossimo gli studenti si faranno sentire a Lipsia per la conferenza dei rettori. E il 10 dicembre «assedio» alla conferenza dei ministri dell'istruzione dei Länder a Bonn: scuola e università sono in Germania competenza delle regioni, e la frammentazione federalista rende complicata ogni riforma.
Gli studenti non cominciano da zero. Le loro rivendicazioni erano già state al centro di un grosso Bildungstreik (sciopero della pubblica istruzione) il 17 giugno scorso, con più di 200mila studenti nelle piazze di 70 città tedesche. Da allora è rimasta una rete di contatti e di organizzazione, a cui rifarsi. Oggetto del contendere resta il «Processo di Bologna». Il riferimento è alla dichiarazione firmata dieci anni fa nella città italiana da 30 stati, con l'intento di armonizzare i piani di studio in Europa secondo la scansione bachelor-master. Per i bachelor l'accento cadeva sulla employability, ovvero l'orientamento su profili professionali «impiegabili» sul mercato del lavoro.
In Germania spesso è successo che i vecchi contenuti fossero concentrati in sei semestri (tre anni), con uno spezzettamento in «moduli» per ogni capitoletto del sapere, una moltiplicazione di esami e test, obbligo di frequenza. L'università, dicono i critici, si è «scuolizzata», senza che aumentassero le strutture didattiche, né il personale docente. Manca l'agio di guardarsi intorno oltre gli specialismi, e l'opportunità di scegliere cosa approfondire. «Contro il terrorismo dei test nella fabbrica del sapere», recitavano gli striscioni al corteo di ieri a Berlino, oppure «Libertà anche per gli studenti da batteria». L'obiettivo di rendere compatibili i piani di studio non è stato raggiunto. Sembra anzi che ora sia più difficile in Germania passare da un'università all'altra. Manca il tempo per soggiorni di studio all'estero. Né i «baccellieri» trovano subito un posto di lavoro. Molti vorrebbero proseguire con un master, ma i posti di studio sono meno delle richieste, e riservati solo a chi abbia ottimi voti.
A ottobre la conferenza dei ministri regionali dell'istruzione ha deciso di «valutare» se non convenga ritoccare qua e là l'applicazione della riforma. La durata del bachelor potrebbe essere prolungata a sette o otto semestri, per consentire più flessibilità. Ma finora nulla è cambiato. E «Bologna», con gran scorno dei manager del turismo nostrano, continua a essere in Germania sinonimo di caos e decadenza culturale.
lunedì 2 novembre 2009
L'Università come Wall Street
[it.peacereporter.net] Gli atenei privati statunitensi non conoscono crisi e continuano a elargire stipendi milionari ai propri rettori.
Sono precisamente ventitrè i governatori universitari che hanno superato la barriera del milione di dollari percepito nell’anno fiscale 2007-2008.
Considerando solo lo spettro delle principali Università di ricerca della nazione oggetto di censimento la media degli stipendi annuali per l’anno in esame è di 627,750 dollari. Ciò è quanto rivelato dal Chronicle, prestigioso giornale degli atenei statunitensi, nel suo consueto rapporto annuale sulle retribuzioni nel campo universitario. Fuori media statistica è il fisico Shirley Ann Jackson (in foto) presidentessa del Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, New York, che si attesta come testa di serie numero uno fra i paperoni dei college avendo dichiarato al fisco statunitense ben 1,598,247 dollari. Subito dietro, l'ex direttrice della Commissione federale di regolamentazione nucleare, si piazzano David J. Sargent della Suffolk University di Boston con un reddito di 1,496,593 dollari e Seadman Upham dell’Università di Tulsa sul terzo gradino del podio con 1,485,275 dollari.
L'esempio di Wall Street. Non è passato neanche un anno, era il 4 febbraio scorso, da quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva denunciato i bonus dei top manager di Wall Strett come “il massimo dell’irresponsabilità” nei confronti dei contribuenti statunitensi. Allora sotto esame c’erano i fondi pubblici destinati al salvataggio delle aziende a rischio crack le quali, però, continuavano ad elargire somme da capogiro ai propri Ceo. Per prevenire l’onta dello spreco durante la crisi il presidente aveva ufficializzato la decisione di porre un tetto di 500mila dollari agli stipendi dei funzionari delle sette aziende risollevate grazie agli aiuti federali stanziati da Washington – ma non ancora restituiti - : Aig, Bank of America, Citigroup, General Motors, Gmac, Chrysler, Chrysler Financial. Lo scorso 22 ottobre il presidente è tornato sull’argomento definendo gli introiti e i bonus percepiti dai funzionari aziendali come “offese ai nostri valori”. Il dato positivo è stato che Obama ha pronunciato quelle parole proprio nel momento in cui il procuratore Kennet Feinberg, noto come lo “zar degli stipendi”, stava annunciando un taglio del 50% a tutte le maxi-retribuzioni.
Gli stipendi crescono... Bisognerà aspettare ancora un anno per sapere se l’ammonimento dei democratici a Wall Street abbia o meno inciso sulla voce “stipendi” dei bilanci universitari. Per ora il trend di incremento delle paghe sembra non conoscere soluzione di continuità attestandosi ad un più 5.5 percento rispetto allo stesso periodo di riferimento dell’anno precedente. Oltre i ventitrè rettori milionari, il rapporto delChronicle ha rivelato che 110 funzionari universitari hanno guadagnato oltre i 500mila dollari. Il dato rimane sorprendente anche se si allarga il campione dell’inchiesta e si considerano oltre i top college di ricerca anche le altre Università private. Su 419 istituti oggetto di rilevazione la media degli stipendi dei rettori è stata di 358,746 dollari, il 6.5 percento in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi cinque anni, e al netto dell’inflazione, l’aumento è stato del 14 percento.
Secondo Jeffrey Selingo, direttore del Chronicle, l’ingenza di tali salari è dovuta al fatto che “questo è il mercato ed è sempre più difficile trovare persone all’altezza di questi compiti. E 'importante ricordare – ha aggiunto Selingo - che questi pacchetti a pagamento sono stati fissati prima della crisi economica iniziata lo scorso autunno. Da allora molti rettori hanno tagliato il loro stipendio per finanziare le borse di studio”.
...le tasse universitarie pure. Non si sa ancora se questa mossa d’onestà dei rettori gioverà alle tasche degli studenti. L’unico dato di fatto attualmente inconfutabile è che alla frenata autoimposta sui propri onorari dai signori dell’educazione universitaria privata, è corrisposto un proporzionale aumento delle rette d’iscrizione. Il rapporto ha evidenziato che in 58 Università private le spese annuali a carico dello studente hanno superato, in cinque anni, la quota di 50mila dollari fra tasse scolastiche, libri, vitto e alloggio, che equivale all’11 percento rispetto all’anno scorso e al 19.6 percento medio in cinque anni, al netto dell’inflazione.
Antonio Marafioti
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