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lunedì 17 maggio 2010

Mobilitazione contro il Ddl 1905 "Gelmini" sulla riforma dell’Università


Tutta l’università si mobilita per dire NO:

- a tagli che comprometteranno fortemente il diritto allo studio, la qualità di didattica e ricerca e la sicurezza lavorativa di precari ed esternalizzati;

- all’aumento della contribuzione studentesca per coprire i tagli;

- all’emarginazione della ricerca dalle funzioni fondanti delle Università;

- alla deriva aziendalistica e dirigistica delle Università;

- alla marginalizzazione dei ricercatori attuali;

- alla progressiva estensione della precarizzazione della ricerca e della didattica, attualmente già a livelli drammatici.

Si associano nella protesta studenti, ricercatori, professori, precari della ricerca e della didattica ed il personale tecnico amministrativo, sia interno sia esternalizzato: tutti fortemente preoccupati per il futuro, ritengono che l'Università vada riformata ma non a discapito della sua natura pubblica e del rispetto di chi, da anni, lavora al suo interno, anche con forme contrattuali atipiche e prive di tutele.

Per opporsi a questo disegno di legge i ricercatori hanno annunciato la loro indisponibilità a svolgere attività didattica (non obbligatoria per legge): il prossimo anno accademico è quindi seriamente a rischio.

Invitiamo tutti a supportare la protesta aderendo alla Settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio con la sospensione di tutte le attività didattiche (lezioni, esami, ricevimenti) e la partecipazione alle assemblee pubbliche:

    • Giovedì 13 maggio ore 9,15 in Rettorato: Assemblea del personale tecnico amministrativo indetta dalle rappresentanze sindacali;
    • Martedì 18 maggio: Giornata nazionale di mobilitazione con occupazione simbolica del Rettorato. Ritrovo ore 14.00 davanti a Palazzo Nuovo per poi muoversi in corteo fino al Rettorato;
    • Mercoledì 19 maggio: Manifestazione nazionale a Roma davanti al Parlamento;
    • Sabato 22 maggio: Manifestazione cittadina di Università e scuole elementari, medie e superiori.

    giovedì 6 maggio 2010

    6-7 Maggio 2010: Bologna Calls, meeting transnazionale contro il Bologna Process


    [www.uniriot.org] Perché un meeting a Bologna dieci anni dopo il "Bologna Process"? Il meeting del 6 e 7 maggio 2010 si propone di connettere le lotte a livello transnazionale, nella costruzione di un'altra università.

    Nel corso degli ultimi anni le lotte universitarie si sono estese in tutta Europa, opponendosi in maniera decisa alle ultime riforme. Noi studenti, ricercatori e precari di tutte le università europee ci siamo schierati contro la privatizzazione dell'Università e contro un sistema formativo di bassa qualità, reclamando potere decisionale per la nostra formazione e le nostre vite.

    Il contro-summit “Bologna Burns”, convocato a Vienna lo scorso marzo, è stato un momento molto importante per tutti coloro che stanno lottando contro il Bologna Process. Nel corso di questo meeting abbiamo incontrato centinaia di studenti da tutta Europa, interrotto la conferenza dei ministri, condiviso le nostre esperienze di lotta e deciso di creare un network transnazionale per continuare ad opporci al Bologna Process, per trasformare collettivamente e dal basso il nostro sistema formativo creando una nuova università frutto delle nostre lotte e dei nostri desideri.

    Questo è il motivo per cui convochiamo il meeting di Bologna, e invitiamo tutti voi qui il 6 e 7 Maggio.

    Bologna rappresenta da un lato la città nella quale i ministri europei hanno dichiarato guerra all'università pubblica, il simbolo della gerarchizzazione e dello sfruttamento del sistema formativo.

    Ma Bologna è molto di più. Infatti l'università e la città di Bologna hanno visto studenti e precari lottare con forza -così come in molte altre università italiane- contro questo sistema di riforme; lo scorso anno abbiamo costruito e preso parte al movimento dell'Onda Anomala e oggi, ancora una volta, proviamo ad avere uno spazio di resistenza al Bologna Process.

    Vogliamo creare un network di lotte per una formazione diversa, rivendicando il diritto a dei saperi plurali, autonomi, che si producono nella relazione, mettendo in comune conoscenze, pratiche e desideri. Pensiamo possa essere davvero importante incontrarsi a Bologna oggi, per capovolgere il significato del Bologna Process.

    Dieci anni fa ha avuto inizio il processo di privatizzazione e standardizzazione delle università europee, possiamo dire che questi processi sono completamente falliti, perché NOI li abbiamo fatti fallire. Dieci anni dopo NOI abbiamo la possibilità di istituire un nuovo processo di Bologna fatto di lotte e movimenti che mirino alla liberazione della produzione e alla condivisione dei saperi, che spinga gli studenti, così come i ricercatori e i precari di tutta Europa a lottare per ottenere più diritti.


    Il nostro meeting a Bologna nasce anche come risposta ai precedenti incontri di Madrid, Barcellona, Parigi, Londra, e in vista del grande meeting di Bochum.

    Incontrarsi oggi vuol dire anche fare un ulteriore passo in avanti nella nostra auto-organizzazione.

    A Bologna riprenderemo i diversi punti emersi dal “common paper” nato a Vienna, quali: il sabotaggio dei processi di privatizzazione e il sistema delle tasse, la condivisione di saperi differenti, un sistema democratico e una forma di auto-organizzazione all'interno dell'università, e più in generale come creare e rafforzare pratiche e istanze comuni.

    A tale scopo proponiamo un seminario, due workshop tematici e un'assemblea plenaria come spazi nei quali discutere le nostre istanze partendo da molteplici punti di vista.

    Ci auguriamo che in molti verrete a Bologna per condividere insieme questi momenti.

    Costruiamo una nuova università! Facciamolo ora!

    PROGRAMMA

    Giovedì 6 Maggio - Aula 3 (Via Zamboni 38)
    h. 9.30: Introduzione - Uniriot network
    h. 10-13.30: Conferenza
    "Il Bologna Process nella doppia crisi: produzione dei saperi e movimenti nell'Università globale”
    Introduzione: Gigi Roggero (edu-factory collective - Università di Bologna)
    Relatori: Martin Birkner (Grundrisse Vienna); Joan Miquel Gual (Universidad Nómada - Exit Barcelona); Alexei Penzin (Chto Delat - Institute of Philosophy of the Russian Academy of Sciences of Moscow); Patrick Cuninghame (Universidad autonoma metropolitana, Città del Messico).
    h. 15-19: Make Bologna History!
    Workshops:
    "Conoscenza, didattica e ricerca"
    "Precarietà, sfruttamento e mercato della formazione"

    Venerdì 7 Maggio - Aula 3 (Via Zamboni 38)

    h. 10-14: Assemblea Plenaria
    Durante il meeting ci sarà una connessione via skype con gli studenti di Bochum che stanno organizzando l' “Education European Congress”.

    martedì 4 maggio 2010

    Università, una settimana di blocco I ricercatori: "Per noi nessun futuro"


    [www.repubblica.it] Dal 17 al 22 maggio è previsto uno stop della didattica in tutti gli atenei italiani. Il 19 una manifestazione davanti al Parlamento 

    di Manuel Massimo

    Un fatto è certo: se i ricercatori decideranno di non salire in cattedra molti corsi di laurea non potranno partire per mancanza dei requisiti minimi di docenza. L'offerta formativa del prossimo anno accademico è dunque legata a doppio filo alla piega che prenderà il disegno di legge Gelmini sull'Università, ora all'esame della Commissione Istruzione del Senato. La principale questione che tiene banco - completamente bypassata dal ddl e non proposta neanche in uno degli 800 emendamenti presentati - riguarda la figura del ricercatore universitario cui non viene riconosciuto lo status giuridico di docente, nonostante siano proprio i ricercatori a ricoprire attualmente il 40% della didattica ufficiale.

    La mobilitazione. L'assemblea dei ricercatori del 29 aprile a Milano, con delegazioni da 32 atenei italiani, ha confermato la settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, con blocco della didattica, occupazione simbolica degli atenei il 18 e manifestazione nazionale davanti al Parlamento mercoledì 19. Se il disegno di legge dovesse passare senza modifiche sostanziali, l'assemblea ha inoltre ribadito "l'indisponibilità a tutte le forme di didattica frontale non obbligatoria richiamando formalmente i nuclei di valutazione a non considerare i ricercatori per la formulazione dell'offerta formativa 2010/2011".

    Il documento. Al termine dell'assemblea è stata approvata una mozione unitaria in cui si esprime "forte preoccupazione" per i contenuti del ddl, in particolare per "la precarizzazione della ricerca" e per "la deriva aziendalistica e dirigistica delle università". I punti più "caldi" che sono stati discussi riguardano la riorganizzazione delle fasce di docenza e le progressioni di carriera, senza dimenticare l'inquadramento della nuovissima figura pre-ruolo introdotta dal ddl, quella del "ricercatore a tempo determinato" che dura al massimo 6 anni (3+3).

    Tenure track. Un tema strettamente connesso alla figura del ricercatore a tempo determinato è quello della cosiddetta tenure track, ovvero il percorso certo dell'immissione in ruolo. Una certezza in realtà molto aleatoria: in base al ddl, trascorsi i due trienni previsti e ottenuta l'abilitazione, gli atenei "possono procedere" alla loro chiamata diretta con funzioni di professore associato. Ma senza l'assegnazione di risorse specifiche e  in mancanza di un'adeguata programmazione negli anni la stabilizzazione resta legata a mere ragioni di budget. In un sistema, peraltro, già sottofinanziato.

    Senza status. La riforma Gelmini articola la docenza in due fasce (ordinari e associati) e non prevede che i ricercatori abbiano lo status di "docenti". Secondo il coordinatore del Cnru (Coordinamento nazionale ricercatori universitari) Marco Merafina si tratta di un'evidente disparità: "Vogliamo una rimodulazione delle fasce di docenza verso una piramide effettiva, non con una larghissima base fatta di precari. Per questo dove sussistano i requisiti di didattica e ricerca chiediamo che i ricercatori siano inquadrati come docenti di seconda fascia cioè associati, senza oneri per lo Stato".

    Ruolo unico. Di tutt'altro avviso è Alessandro Ferretti, ricercatore del Dipartimento di Fisica sperimentale dell'Università di Torino e portavoce del Coordinamento UniTo: "Chiediamo un ruolo unico della docenza che non implichi una subordinazione gerarchica all'interno dell'ateneo. Se i ricercatori dovessero diventare professori associati 'ope legis' sarebbe disastroso soprattutto per i giovani precari della ricerca: il ruolo verrebbe saturato e l'università non assumerebbe più nessuno". E aggiunge: "Una cosa è certa: non ci interessa fare i professori ordinari tra le macerie, senza un'università pubblica che funzioni".

    Il dialogo necessario. I nodi da sciogliere e gli aspetti da limare sono molteplici e - in vista della votazione in aula a Palazzo Madama (prevista per il 18 maggio) - si moltiplicano le richieste di incontri e chiarimenti. Si profila un tavolo tecnico al ministero dell'Università che coinvolga tutte le componenti interessate, per affrontare le questioni più spinose.

    Anno accademico corsi a rischio


    [www.lastampa.it/torino]
    L'Università: senza ricercatori pronti a fermarci

    di Andrea Rossi


    Caro ministro, in queste condizioni esiste il concreto rischio che il prossimo anno accademico non possa cominciare». Forse toni e sfumature non saranno questi. Forse il concetto sarà più articolato, denso di riferimenti. Ma il senso è chiaro, netto: se le premesse sono queste l’Università di Torino l’anno prossimo potrebbe non essere in condizione di far partire i corsi. È la prima volta che succede. Ed è la prima volta che il Senato accademico dà mandato al rettore di minacciare l’interruzione di corsi, esami e lezioni.

    Nessun ateneo italiano - nonostante le difficoltà siano uguali per tutti - aveva finora compiuto questo passo. Ieri l’ha fatto Torino, mossa che è l’immagine plastica di un’università che vive in apnea, decisa ieri sera dal Senato al termine di una seduta tesa, con circa 200 tra ricercatori e studenti in presidio, una breve irruzione, e qualche parola al vetriolo tra il rettore Ezio Pelizzetti e alcuni studenti. Il rettore lo va dicendo da almeno un paio d’anni, quando la scure dei tagli ha cominciato a farsi pesante: «Siamo l’ateneo più sottofinanziato d’Italia». Non basta: da qualche settimana in via Po il clima è ulteriormente peggiorato. Colpa della nuova mannaia che colpirà il Fondo di funzionamento ordinario nel 2011. E del disegno di legge Gelmini, ora all’esame del Parlamento che - tra le tante norme contestate dal mondo accademico - istituisce la figura del ricercatore a tempo determinato, novità che ha fatto montare su tutte le furie gli oltre 900 ricercatori dell’università.

    Più della metà ha già deciso - e messo a verbale in Consiglio di facoltà - che dall’anno prossimo rinuncerà alla didattica, si occuperà soltanto di ricerca, «come prevede la legge». Molti Consigli di facoltà hanno sostenuto una protesta che sta dilagando in tutta Italia. Le facoltà che ancora non si sono pronunciate si preparano a fare altrettanto. Risultato? Visto che i ricercatori, oltre a occuparsi di ricerca, tengono molti corsi, spesso fondamentali, senza di loro le facoltà non sono in grado di garantire l’offerta formativa ai loro studenti. Alberto Conte, preside della facoltà di Scienze e presidente della commissione Organico d’ateneo, è stato chiaro fin dall’inizio della mobilitazione: «Senza ricercatori non possiamo garantire il funzionamento delle facoltà».

    La protesta, divampata tre mesi fa proprio a Scienze, ieri è arrivata in Senato, spinta dal coordinamento dei ricercatori, dai rappresentanti degli studenti e da alcuni presidi e senatori. E, dopo una lunga discussione, è stato approvato il testo presentato dai ricercatori. «Si doveva intervenire due mesi fa, perché la nostra mobilitazione è partita da tempo e il ddl è già in discussione in Parlamento», spiega Alessandro Ferretti, ricercatore a Fisica. «Ora siamo quasi agli sgoccioli, ma il segnale del Senato è comunque importante». «Era giusto che si seguisse questo percorso per gradi - precisa Conte - dalle singole facoltà al Senato».

    Adesso tocca al rettore Pelizzetti. Ma il mandato del Senato sembra chiaro: con almeno 450 ricercatori sulle barricate e i tagli in arrivo non si può più andare avanti.

    Spazio occupato, il Fuan è cacciato!


    A seguito della mobilitazione di decine di studenti oggi è stato occupato uno spazio al piano terra di Palazzo Nuovo. Questo spazio, probabilmente a causa di pressioni provenienti dal Consiglio Regionale, avrebbe dovuto essere assegnato dall’università al Fuan (nota organizzazione di estrema destra oggi interna al Pdl) in vista delle elezioni nazionali del CNSU. Come studenti di Palazzo Nuovo crediamo che la gestione degli spazi che vengono assegnati ai collettivi e alle associazioni che realmente sono presenti e fanno politica all’interno dell’università non possa essere ostaggio di raccomandazioni fatte da pseudo cariche istituzionali. Crediamo, inoltre, che la situazione di militarizzazione che si è venuta a creare all’interno dell’università oggi (un centinaio tra poliziotti in borghese e reparti antisommossa schierati in ogni angolo dell’atrio) sia uno spettacolo indegno per chi come noi pensa che l’università debba essere uno spazio per il libero scambio di conoscenze e produzione di saperi critici e non una vetrina dove farsi pubblicità. Al Fuan, che si presenta nelle sedi universitarie solo durante i periodi di campagna elettorale e che sostiene la scellerata riforma voluta dal Governo che taglia i fondi all’università lasciandola in una situazione drammatica, consigliamo di cercare altre strade. L’università è di chi la vive quotidianamente e lotta per la sua difesa. Tutti gli altri sono avvoltoi.

    Studenti e studentesse antifascist*

    lunedì 3 maggio 2010

    Unito, l'università è in crisi!


    [www.infoaut.org]
    La protesta contro la riforma Gelmini all'università di Torino continua! Ricercatori studenti e precari ottengono una presa di posizione ufficiale del senato accademico!

    Un nutrito presidio ha quest'oggi ottenuto che il senato accademico approvasse alcune delle rivendicazioni portate da ricercatori, precari e studenti. Non tutto è stato facile e scontato: il senato accademico, da sempre incline a evadere le istanze spinte dal basso, ha inizialmente cercato di procrastinare e relegare a margine la discussione sui punti all'ordine del giorno riguardanti la protesta no Gelmini. I presidianti non si sono fatti però cogliere impreparati: hanno deciso di bloccare la seduta del senato e, mettendo alle strette il rettore Pelizzetti, hanno ottenuto precise garanzie che fosse discusso quanto richiesto il prima possibile.

    Alla fine della giornata si può parlare di risultato raggiunto, sebbene ancora in parte. Il senato accademico ha approvato una mozione fortemente critica sul ddl Gelmini e il rettore comunicherà al ministero dell'università e della ricerca che esistono concrete possibilità che il prossimo anno accademico non possa iniziare! Insoddisfacente invece la risposta per quanto riguarda la norma, interna all'ateneo torinese, per cui i ricercatori avrebbero l'obbligo di svolgere almeno 60 ore di didattica, che si vorrebbe far ritirare, rimandata ad una successiva commissione.

    Tutta la giornata è da leggersi nel quadro della protesta che i ricercatori strutturati (sostenuti anche dai ricercatori precari e dagli studenti) stanno portando avanti. Se anche queste ore obbligatorie fossero abolite allora la protesta basata sull'indisponibilità all'attività didattica non obbligatoria avrebbe effetti ancora più forti. L'obiettivo è sempre far ritirare il ddl Gelmini, la lotta non finisce certo oggi!

    Oltre all'indisponibilità che sempre più si diffonde, nel mese di maggio si avranno altre importanti iniziative come la settimana di agitazione tra il 17 ed il 22: in alcune facoltà torinesi (di fatto) sarà bloccata ogni attività didattica, durante la quale si espliciterà ancora l'agitazione tramite azioni e assemblee...!

    venerdì 30 aprile 2010

    I ricercatori: «Stop alle lezioni»


    [www.ilmanifesto.it] A Milano l'assemblea nazionale

    di Roberto Ciccarelli

    Dal prossimo ottobre rifiuteranno di tenere lezione e bloccheranno i corsi di laurea se nel disegno di legge Gelmini sull'università non cambieranno le norme che regoleranno la governance degli atenei, non saranno ritirati i tagli al fondo ordinario (Ffo) degli atenei e non saranno modificate quelle che ostacolano la carriera dei ricercatori e aggravano il precariato. Lo ha stabilito l'assemblea organizzata ieri alla Statale di Milano dai ricercatori universitari dei 72 atenei mobilitati contro il Ddl. «Se dovesse passare - afferma Alessandro Ferretti, fisico dell'università di Torino - rifiuteremo ogni incarico didattico non obbligatorio, limitandoci a tutoraggio e laboratori così come prevede la legge».

    La scelta di rinunciare alla didattica ricorda quanto è successo in Francia un paio d'anni fa quando i maitre-à-conference sospesero per un anno intero la didattica e gli esami. L'impressione è che abbia aumentato la forza contrattuale del movimento che ieri si è dotato anche di un coordinamento nazionale. Se ne sono accorti a Roma dove due giorni fa si è tenuto al Miur un incontro interlocutorio tra i ricercatori e Alessandro Schiesaro, il responsabile della segreteria tecnica che sta curando la stesura della legge. La conclusione che i partecipanti ne hanno tratto è che i tagli imposti dal Ministro dell'Economia Tremonti sono definitivi e porteranno nel 2011 ad una decurtazione del 14,7 per cento del finanziamento degli atenei. Questa situazione porterà nel giro di pochi mesi l'intero sistema al collasso. Già oggi, infatti, il costo degli stipendi del personale è superiore ai fondi ministeriali.

    L'università non è solo incapace di assumere nuovi ricercatori e di fare progredire la carriera di quelli strutturati, ma non potrà affrontare la gestione quotidiana al punto che molti atenei sono in bilancio provvisorio.

    Nell'assemblea di ieri era diffusa la consapevolezza che l'Italia stia progettando la fine della propria università moderna. Contro questo scenario inquietante, ma realistico, i ricercatori propongono un contratto unico di ricerca garantito che abolisca il precariato garantendo le tutele giuridiche fondamentali ai più giovani; un ruolo unico della docenza, articolato su tre fasce, che permetta la progressione della carriera dei ricercatori a tempo indeterminato e la retribuzione di ogni impegno didattico ulteriore rispetto alla ricerca; un reclutamento straordinario previo rifinanziamento del sistema.

    «Non siamo un movimento che si batte per la difesa dell'esistente e non chiediamo una sanatoria che faccia i ricercatori tutti associati - afferma Stefano Simonetta, membro del Cda della Statale di Milano e ricercatore in storia della filosofia medioevale - Puntiamo a fare emergere la contraddizione di un sistema che è sempre meno finanziato e si regge sul volontariato di migliaia di precari che non hanno voce e di altrettanti ricercatori che la Gelmini vuole mettere in esaurimento nel 2013».

    I ricercatori mobilitati sono in media poco più che quarantenni entrati da poco in ruolo. Davanti a sé hanno ancora una trentina d'anni di carriera bloccata e la prospettiva di una pensione dimezzata rispetto all'ultimo stipendio. Da Ancona a Firenze, da Como-Varese a Bari, ciò che li unisce è la coscienza di essere finiti in un vicolo cieco. Una sensazione non molto diversa da quella che matura nel ceto medio italiano da quando è iniziata la crisi. Nei loro discorsi la precarizzazione delle aspettative professionali viene accompagnata sempre dalla certezza che un intero sistema è destinato al fallimento.

    «La formazione che daremo agli studenti, e ai loro fratelli minori, sarà sempre peggiore - conclude Simonetta - Nei prossimi anni, dopo il pensionamento in massa degli ordinari, la faranno ricercatori sempre più anziani e demotivati insieme a precari sempre più precarizzati.». «Già oggi - ribadisce Pietro Graglia ricercatore a scienze politiche della Statale - copriamo il 40 per cento della didattica ufficiale, pur non essendo obbligati per legge a svolgere tale compito».

    I numeri della protesta si allargano quotidianamente in particolare nelle facoltà scientifiche dove la maggioranza dei ricercatori ha già ritirato la propria disponibilità a tenere lezione. Lo stesso orientamento è stato confermato dai dati del sondaggio online diffuso in assemblea a primo mattino che ha raccolto le opinioni di 2363 docenti, ricercatori, precari e studenti in tutto il paese, 819 solo a Milano.

    Tra i molti precari e studenti presenti all'assemblea, c'era Ilaria Agostini del coordinamento ricercatori precari di Firenze e Torino che ha auspicato un'alleanza tra ricercatori, precari e studenti per riformare l'università in maniera solidale. "Dobbiamo evitare una guerra tra poveri. Mi auguro che questa mobilitazione non resti prigioniera di rivendicazioni corporative". Un rischio paventato anche dai ricercatori a tempo indeterminato che preferirebbero allargare la mobilitazione al diritto allo studio e alla creazione di un sistema di welfare per studenti e precari. Questa possibilità di alleanza potrà essere verificata il prossimo 18 maggio quando le associazioni della docenza hanno convocato una giornata di mobilitazione negli atenei e il giorno successivo quando il movimento si è dato appuntamento ad un presidio davanti al Parlamento.

    Ricercatori in lotta, l'assemblea nazionale a Milano


    [www.infoaut.org]
    Centinaia di ricercatori e ricercatrici di 32 atenei del nostro paese si sono ritrovati ieri in assemblea nazionale all'università di Milano sancendo un ulteriore passaggio dell'opposizione alla riforma Gelmini dell'università, sull'onda delle loro mobilitazioni degli ultimi mesi, agendo un'"indisponibilità" mancata durante le mobilitazioni dell'Onda ma che oggi può andare a costituire il volano per un'agitazione che viene, nelle università, per il mese di maggio... nella prospettiva di incamerare benzina per andare spediti verso il  prossimo autunno.

    Il comunicato conclusivo, messo in rete quest'oggi, della riunione nazionale, alla quale hanno partecipato anche studenti docenti e lavoratori, che lancia la settimana di mobilitazione negli atenei che va dal 17 al 22 maggio.

    martedì 27 aprile 2010

    Atenei, i fantasmi della cattedra Migliaia i collaboratori nascosti


    [www.repubblica.it]
    Nessuno ha mai calcolato esattamente quanti siano, ma senza prendere una lira assistono i "loro" docenti, aiutano a preparare le tesi e spesso insegnano

    di Manuel Massimo

    Non affannatevi a cercarli sugli elenchi ufficiali o nelle banche dati del Miur: loro per l'anagrafe del Ministero dell'Università non esistono. Sono i tantissimi collaboratori di cattedra che "danno una mano" negli atenei, rigorosamente gratis e senza alcun riconoscimento di fatto del loro status. In concreto aiutano i docenti nelle piccole faccende pratiche (come fare ricevimento e correggere le tesi) ma in molti casi salgono anche in cattedra, tenendo lezioni e interrogando agli esami. In gergo si chiamano assistenti ma la definizione non rende bene l'idea dei loro compiti reali: spesso si tratta di factotum, "tappabuchi" a costo zero per tamponare le falle del sistema universitario, che intervengono laddove c'è bisogno.

    Un fenomeno molto vasto che interessa di fatto tutti gli atenei italiani: quale rettore può sostenere che nella sua università non ci sia almeno un "collaboratore di cattedra" che lavora gratis nei locali dell'ateneo? Probabilmente nessuno ci metterebbe la mano sul fuoco. Soprattutto perché non è mai stato fatto un censimento: non avendo alcun inquadramento contrattuale si fa semplicemente finta che queste migliaia di persone non esistano, veri e propri fantasmi della cattedra.

    Il precariato "ufficiale" censito dal Miur risale al 2008 ed è di 38mila unità, inclusi assegnisti e contrattisti; ma dei collaboratori "senza alcun riconoscimento formale" e dei cultori della materia che non percepiscono alcunché non c'è traccia. Un dato attendibile sul fenomeno nella sua complessità lo fornisce l'Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari), che a novembre del 2009 commentando il Ddl governativo sull'Università stimava in 70-80mila "i ricercatori precari che attualmente sono nell'Università, con un trattamento economico minimale o nullo, in condizioni di subalternità scientifica rispetto ai 'maestri' che li hanno reclutati".

    Come si comincia. A scegliere è il professore: di solito il collaboratore di cattedra è un suo neolaureato che ha fatto una tesi particolarmente brillante e che aspira a mantenere un contatto con l'università. Intanto perché "fa curriculum" e poi anche perché è il mezzo più immediato per rientrare in facoltà - magari in attesa di un bando di dottorato - e cominciare a capire dall'interno come funzionano gli ingranaggi del sistema accademico: un'alchimia fatta di pesi e contrappesi, di cose da fare e altre da evitare.

    Identikit del collaboratore. La casistica è piuttosto varia, le motivazioni che spingono un giovane a "regalare" tempo e lavoro al suo docente-benefattore sono molteplici: c'è chi punta sull'entusiasmo e vuole continuare a insegnare, sperando in un suo futuro inserimento stabile (in realtà molto remoto); chi vuole invece rimanere in contatto con i centri di ricerca e per farlo cerca di trovare un posto al sole all'ombra della cattedra. Ma non manca chi, secondo la logica spicciola del "do ut des", aspira semplicemente a fare il portaborse del barone di turno, in attesa che questa fedeltà venga adeguatamente ripagata in ambito accademico. In tutti i casi la molla che spinge a intraprendere questa strada è il fattore "prestigio" che deriva dal poter spendere il nome dell'università e della collaborazione con la cattedra: un valore aggiunto che non ha prezzo.

    Studenti: amici/nemici. I collaboratori di cattedra generano sentimenti ambivalenti negli studenti che si relazionano con loro in due momenti "topici" della propria carriera universitaria. Il primo è all'esame: i giovani assistenti - spesso coetanei dei ragazzi che interrogano - in caso di eccessiva severità entrano nel mirino degli studenti (nei corridoi della facoltà ma anche su Facebook, dove esistono gruppi come "Qui odiamo gli assistenti universitari"). L'altro momento clou è nell'iter del lavoro di tesi: i collaboratori "invisibili" che seguono con diligenza i laureandi della cattedra ottengono un posticino nei ringraziamenti, con il loro nome stampato accanto a quello di amici e parenti. Una piccola attestazione "ufficiosa" che loro all'università ci lavorano per davvero, nonostante si faccia finta di non vederli.

    giovedì 22 aprile 2010

    Gli indisponibili del Politecnico di Torino


    [www.infoaut.org]
    Occupato il rettorato dell'altra università torinese. Lavoratori e precari sempre più indisponibili...

    Se qualche settimana fa erano stati i ricercatori dell'università di Torino, con la loro dichiarazione di indisponibilità in vista del prossimo anno accademico, a smuovere le acque delle università del nostro paese, imponendo soprattutto sotto il naso delle autorità accademiche problematiche rimaste irrisolte (se non peggiorate!), quest'oggi, a prendere maggiore intensità è stato il focolaio del Politecnico, sempre nella città piemontese.

    Annunciato già da diversi giorni, dopo una serie di assemblee tenutesi in ateneo, lo sciopero proclamato dalle 10 alle 12 dalle Rsu ha ottenuto il risultato sperato, probabilmente andando anche al di la delle previsioni per quanto riguarda le adesioni del personale tecnico-amministrativo e dei precari. Questa mattina il presidio nel cortile interno dell'università di corso Duca degli Abruzzi si è man mano fatto più partecipato, centinaia di lavoratori precari e studenti han deciso prima di fare un corteo interno e poi di andare ad occupare il rettorato!

    Hanno preteso di parlare con il rettore Profumo, occupando la sua "stanza dei bottoni", luogo dal quale da tempo partono promesse che poi puntualmente non vengono mantenute... Le richieste che il personale tecnico-amministrativo esercita da mesi sono rimaste disattese, il che è ancora più inaccettabile dinnanzi al progetto di ristrutturazione pensato dal direttore amministrativo Periti, disegnato senza nessuna condivisione con coloro che ne sono i destinatari... L'occupazione del rettorato sembra aver colpito nel segno, visto che il rettore Profumo, questa volta, messo con le spalle al muro dalla forza della protesta, ha dovuto aprire alle rivendicazioni del personale tecnico-amministrativo, assumendo impegni pubblicamente...

    Nel pomeriggio si è poi tenuto il senato accademico, dentro il quale sono riusciti a guadagnarsi la parola anche i precari del Politecnico, che si sono presentati in delegazione (una cinquantina) dentro la sala dove si stava tenendo la seduta, strappando il risultato che al prossimo senato si discuta del destino dei ricercatori precari dell'ateneo, nella minaccia (come fatto dai colleghi dell'altro ateneo torinese) di blocco dell'anno venturo...

    ...si allunga la lista e la determinazione di chi si è "proclamato indisponibile"...

    mercoledì 21 aprile 2010

    Sciopero al Poli, domani chiusi aule e uffici


    [www.lastampa.it/torino]
    Nel mirino il direttore amministrativo, i sindacati: «Non rispetta gli accordi»

    di Andrea Rossi


    Le segreterie? Chiuse. Le aule? Sbarrate? I dipartimenti? Senza segretari né addetti. I laboratori? Senza tecnici. Le segreterie studenti? Vuote, nessuno a ricevere gli iscritti, chiarire dubbi e stampare moduli. Tutte le altre segreterie? Chiuse. Le biblioteche? Porte sbarrate: niente libri in consultazione, né prestiti. Sarà difficile persino fare una fotocopia, perché al centro stampa potrebbe non esserci nessuno.

    Tutto fermo. Forse è il primo caso di sciopero «ad personam». Di sicuro rischia di paralizzare il Politecnico per un giorno. Domani il personale tecnico e amministrativo di corso Duca degli Abruzzi - più le cinque sedi decentrate, cioè Vercelli, Verres, Alessandria, Mondovì e Biella - incrocia le braccia, e lo fa con un bersaglio preciso: il direttore amministrativo Enrico Periti, in carica da circa dieci mesi.

    Le Rsu hanno proclamato due ore di serrata, dalle 10 alle 12, che però potrebbero estendersi al pomeriggio, quando si riunirà il Senato accademico. Ai quasi 900 tecnici e amministrativi si aggiungeranno i 750 precari della ricerca, «da mesi in attesa di un tavolo di trattativa per vederci riconoscere diritti essenziali», scelta che minaccia di aggravare la situazione sul fronte didattica, visto che molti - oltre a lavorare nei dipartimenti - insegnano, ricevono gli studenti e seguono le tesi. Professori e studenti, insomma, rischiano di restare soli, privi di una rete di sostegno e supporto indispensabile.

    Una serrata così - per ragioni interne - al «Poli» non la vedevano dal 1998. «È una mossa necessaria, perché il clima è diventato pesante», spiega Rino Lamonaca, uno dei rappresentanti sindacali al Politecnico. «C’è un atteggiamento dirigista e decisionista che non tiene conto del parere dei lavoratori e nemmeno li consulta, come invece prevede la legge».

    Il riferimento è al direttore amministrativo Periti. Piacentino, 45 anni, laureato in Scienze politiche, è arrivato a settembre prendendo il posto di Marco Tomasi, nominato direttore generale del ministero dell’Università. «Il suo arrivo ha decretato un cambio radicale nei rapporti interni all’ateneo - racconta Patrizia Lai, un’altra delegata sindacale -. Accordi precedentemente firmati, come la stabilizzazione di venti colleghi precari, sono stati stralciati. È stata varata una riorganizzazione interna: con il blocco del turnover e i prepensionamenti si è ridotto l’organico tecnico, si sono accorpati dipartimenti creando così personale in esubero da destinare a settori rimasti scoperti. Il tutto in maniera unilaterale».

    Altro episodio che ha alimentato il clima di rivolta è il calendario per il prossimo anno accademico. L’ateneo chiuderà i battenti per 16 giorni. Così si pensa di risparmiare 200 mila euro. «Peccato che la riorganizzazione interna e il calendario per legge siano questioni che andrebbero discusse con i lavoratori. Così non è stato», fa sapere Antonio Grassedonio delle Rsu. Dall’ateneo, per ora, nessun commento.

    lunedì 19 aprile 2010

    La Corte dei Conti boccia la laurea breve


    [www.rainews24.it]
    La Corte dei Conti boccia la riforma universitaria che ha introdotto il sistema a doppio ciclo, laurea e laurea specialistica (cioè quella breve), spiegando che "non ha prodotto i risultati attesi" nè in termini di aumento dei laureati nè in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa. Anzi, sostiene la magistratura contabile in un Referto sul sistema universitario appena pubblicato, ha generato un sistema incrementale di offerta "con un'eccessiva frammentazione ed una moltiplicazione spesso non motivata dei corsi di studio".

    La Corte dei Conti boccia la riforma universitaria che ha introdotto il sistema a doppio ciclo, laurea e laurea specialistica (cioè quella breve), spiegando che "non ha prodotto i risultati attesi" nè in termini di aumento dei laureati nè in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa. Anzi, sostiene la magistratura contabile in un Referto sul sistema universitario appena pubblicato, ha generato un sistema incrementale di offerta "con un'eccessiva frammentazione ed una moltiplicazione spesso non motivata deic orsi di studio".

    La Corte stima che dopo le riforme del 2004 e del 2007, solo dall'anno accademico 2008-2009, c'è stato un'inversione di tendenza. C'è da segnalare poi "il rilevante fenomeno dell'incremento delle sedi deccentrate e il peso via via crescente nassunto dai professori a contratto esterni ai ruoli universitari". C'è da dire, inoltre, che il sistema non ha migliorato la qualità dell'offerta formativa "anche in termini di più efficace spendibilità del titolo nell'ambito dello spazio comune europeo".

    Per la magistratura contabile, "gli effettivi sbocchi occupazionali che offrono i diversi corsi di laurea dovrebbero guidare l'andamento delle immatricolazioni e l'orientamento degli studenti verso le differenti tipologie di crisi".

    Rettore Pelizzetti: non ti laverai la coscienza con questa Conferenza!


    [www.infoaut.org]
    Si è tenuto oggi pomeriggio il secondo dei tre appuntamenti in cui il Rettore dell'Università di Torino, Ezio Pelizzetti, ha deciso di strutturare (e convocare) la Conferenza d'Ateneo. Conferenza che, se da una parte, è stata un atto dovuto dopo le pesanti pressioni create dalle proteste dei ricercatori e dalle continue rivendicazioni dei precari e degli studenti, dall'altra si voleva presentare come tentativo da parte delle istituzioni accademiche di porsi in modo accondiscendente nei confronti di tutti gli altri soggetti che realmente vivono l'università, un modo per dire che "anche loro" sono contro questo DDL attualmente in discussione in Parlamento.

    Forse, però, non tutto è andato secondo i piani...

    Dopo le relazioni iniziali del Direttore Amministrativo, del Rettore stesso e della professoressa Perroteau (presidente del nucleo di valutazione) che hanno illustrato come e quanto l'università di Torino sia bella e brava nella "gestione della complessità" della crisi in atto, si sono susseguiti numerosi interventi da parte di ricercatori, studenti, precari e persino di qualche docente, che hanno duramente criticato i contenuti e la struttura stessa di questo appuntamento.

    Da tutti è stato sottolineato come il loro modo di porsi altro non è se non una gestione della crisi dell'università, un mettere le pezze qua e là, il tentare di salvare l'insalvabile, il tutto a spese dei soggetti più coinvolti dai tagli, ovvero i precari e gli studenti e di come ben poco questo approccio assomiglia ad una reale presa di posizione contraria alla riforma.

    Molti degli interventi hanno infatti richiamato la ricchezza e le potenzialità di un movimento come quello dell'Onda, movimento che a più riprese aveva chiesto a Rettore e Senato Accademico una presa di posizione radicale (quali, ad esempio, le dimissioni), richieste alle quali si è sempre preferito fare orecchie da mercante. Gli studenti, ma anche i precari e i ricercatori, hanno fatto notare come le istituzioni accademiche si siano imbellettate di termini quali autoriforma (!) e gestione della governance senza però mai porsi il reale problema che sta alla base di questo tracollo dell'università pubblica e hanno accusato le istituzioni accademiche di voler semplicemente mirare a consolidare gerarchie di potere già ben note (e che essi vedono in qualche misura traballare con l'ingresso dei privati nelle sedi decisionali).

    In gioco, è stato più volte ripetuto, infatti, c'è molto di più dell'essere e mantenere il titolo di "università di eccellenza", dell'interesse corporativo di alcune componenti dell'università, o dell'intraprendere carriere politiche e avviare progetti privati. La posta in palio è infatti molto più alta, perchè in gioco c'è il futuro dell'università pubblica tutta, oltre al futuro di migliaia e migliaia di giovani.

    Mentre i precari hanno messo l'accento sulla mancanza di rappresentanza (non erano neanche stati menzionati nell'invito alla conferenza!) e sulla situazione sempre più difficile in cui si vengono a trovare, i ricercatori hanno nuovamente dichiarato la loro indisponibilità a fare più ore di lezione di quelle previste per legge, minacciando dunque la quanto mai reale possibilità che la maggior parte dei corsi (soprattutto le specialistiche delle materie scientifiche) il prossimo anno non partano, in quanto rimarrebbero scoperti un gran numero di insegnamenti.

    Tutti gli intervenuti hanno rimarcato la necessità di una risposta immediata e il più possibile unitaria, offrendo per l'ennesima volta la possibilità a Rettore (e company) di diventare parte della soluzione e non del problema (come finora è stato). Mentre i ricercatori hanno chiesto al Rettore e al Senato accademico di fare in modo che la settimana di maggio in cui hanno già previsto di sospendere le loro attività, venga trasformata in una settimana di sospensione completa della didattica a livello di d'ateneo, gli studenti hanno rilanciato la palla sul prossimo autunno, chiedendo al Rettore di convocare una vera e propria Assemblea d'ateneo, in cui sia realmente possibile (senza doversi iscrivere prima, sia per partecipare che per intervenire!) confrontarsi su come opporsi alla riforma.

    Il Rettore, in palese difficoltà, non ha ovviamente dato alcuna risposta alle richieste, rimandando tutto al prossimo Senato Accademico e al terzo incontro della Conferenza d'Ateneo, previsto per il 18 maggio.

    Ma oggi era davvero chiaro a tutte e tutti che: Pelizzetti... o sei parte della soluzione o sei parte del problema! Non sarà una conferenza a lavarti la coscienza!

    venerdì 9 aprile 2010

    Non vi laverete la coscienza con questa conferenza!


    [cuatorino.blogspot.com] Mentre le conseguenze dei tagli della 133 sono ormai sotto gli occhi di tutti, mentre i disastri del decreto Gelmini stanno per diventare effettivi, le autorità accademiche indicono una mega-conferenza d'ateneo, strutturata su tre giorni, per discutere le conseguenze della riforma e i nuovi assetti di unito.

    Una riforma che, basandosi su pesanti tagli di fondi all’istruzione, determina il declassamento dei saperi e la riduzione dei servizi, rende sempre più precaria la condizione di vita e di studio per ricercatori e studenti, apre le porte all’ingresso dei privati nel cda dell’università, mantenendo però intatti i privilegi baronali.

    Il  Rettore Pelizzetti, sicuro della tenuta del suo ateneo “meritevole” e incurante delle conseguenze che il ddl avrebbe avuto sul corpo vivo dell'università (studenti, ricercatori, precari della conoscenza, bibliocooperativisti),  non ha mai preso una posizione chiara e decisa contro la  riforma e non ha fatto altro che recepire acriticamente e supinamente le direttive del Ministro.

    Da quando, dunque, il “Magnifico” ha  voglia di confrontarsi con le componenti dell'università?

    Forse le mobilitazioni in atto e previste per settembre rischiano di far cadere il suo castello di carte, scombinando i suoi piani…

    La conferenza indetta per oggi, infatti, ci sembra essere un tentativo di lavarsi le mani dalle responsabilità che i vertici accademici hanno nell'applicazione della riforma e dei tagli, dando una parvenza di dialogo con chi dovrà pagare le conseguenze della crisi di Unito. Potrebbe essere inoltre un tentativo per spegnere la protesta dei ricercatori, magari risolvendo con qualche palliativo la complessa questione che la loro mobilitazione sta portando agli occhi del paese.

    Forse Pelizzetti inizia ad aver paura di non poter più dire che “va tutto bene” nel momento in cui, a settembre, la metà dei corsi non partirà per l'indisponibilità dei ricercatori a tenere corsi a 0 euro?

    Forse inizia a rendersi conto che gli student* non tollereranno a lungo la sua gestione dell'ateneo, che vede accompagnarsi a un aumento esorbitante delle tasse la drastica diminuzione dei servizi? Forse ha capito che ci siamo accorti che le biblioteche hanno orari ridotti, le sessioni d'esame spariscono, i posti nelle residenze universitarie sono sempre più difficili da ottenere, e che tutto questo non ci va bene?

    Forse gli è arrivata voce della nostra indisponibilità a rimanere precari a vita e a doverci indebitare per portare avanti il nostro percorso di studi?

    Bene. Noi  non abbiamo intenzione di farci prendere in giro ancora a lungo.

    I vertici accademici devono sapere che non esistono “percorsi di una riforma possibile”, perché sappiamo bene che i costi che ne derivano sarebbero tutti scaricati sulle nostre spalle, ma soprattutto perchè noi, i costi della loro crisi, non abbiamo più intenzione di pagarli!

    Collettivo Universitario Autonomo

    Ribadiamo il no alla riforma Gelmini!


    In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio. No al ddl Gelmini- No ai tagli

    - Contro la politica dei tagli operati all'intero comparto della conoscenza (scuola, formazione, ricerca, università, formazione artistica e musicale), contro la  riforma antidemocratica del sistema universitario;
    - Contro il DDL Gelmini, contro il cancellamento della terza fascia docente e l'istituzionalizzazione della precarietà nell'accesso al ruolo.

    Il 9 aprile l'Amministrazione e Senato Accademico dell'Universita' di Torino indicono la prima di una serie di Conferenze di Ateneo per, così dichiarano, “aprire la discussione con il personale e gli studenti”. Questo mentre lo stesso Ateneo ha chiuso unilateralmente l'unico tavolo di confronto sulla precarietà con i sindacati e i coordinamenti dei precari e dei lavoratori esternalizzati (bibliotecooperativisti) e i rappresentanti degli studenti. Il tavolo di confronto deve essere riaperto!

    Gli Atenei devono prendere una posizione netta contro l'intero DDL Gelmini, e rimettere in discussione i tagli del D. Lgs 133/2008 e 1/2009 opponendosi con ogni mezzo.

    Il problema dei precari della ricerca e docenza ha superato ogni livello di guardia: ogni giorno decine di precari, essenziali per il prestigio dell'ateneo perdono il lavoro per la scadenza del contratto e vengono immessi in un mercato del lavoro asfittico e privo di prospettive. La precarietà non si limita a colpire la ricerca e la docenza dell'Ateneo: sono ancora troppi i precari tecnici ed amministrativi e i lavoratori esternalizzati. Sono proprio i bibliotecooperativisti le prime vittime dei tagli governativi ai bilanci delle Università.

    Chiediamo a livello nazionale un piano di reclutamento straordinario dapprima, e ciclico e ordinario che entri poi a regime. Cosi' come e' necessario da subito a livello locale provvedimenti di emergenza per evitare l'allontanamento di migliaia di precari della ricerca e docenza e dei servizi dall'Universita' di Torino.

    In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio
    Troviamoci a Palazzo Nuovo alle ore 12
    per raggiungere il rettorato dell'Università degli Studi via Verdi, 8

    giovedì 8 aprile 2010

    Il nostro ricordo di Romano Alquati


    Come studentesse e studenti universitari, abbiamo conosciuto la figura di Romano per lo più attraverso la lettura dei suoi testi, soprattutto nei nostri seminari di autoformazione. Chi incontra il suo pensiero, i suoi scritti, ne rimane profondamente segnato: per l'altezza delle sue intuizioni, per come non fornisca mai risposte preconfezionate e prestabilite, ma per come si sforzi (e ci sforzi) di costruire, con grande lucidità, delle domande per una lettura dell'esistente.

    L'abbiamo visto emergere con forza soprattutto nel campo d'indagine e d'intervento politico a noi più vicino, quello dell'università, e più in generale in quello della formazione, che egli per primo aveva intuito come così centrale nella nostra società e nelle metamorfosi del capitalismo.

    Spesso si sente dire, banalmente, che i suoi testi sono difficili ed incomprensibili, ma non può che essere un luogo comune, o se si preferisce, una scusante per non doversi confrontare con la complessità dei suoi ragionamenti. I suoi contributi sono invece estremamente stimolanti e hanno avuto la capacità di vedere più in là rispetto all'immediato presente. Si può avere, è vero, una qualche piccola difficoltà iniziale, che però si scioglie nel momento in cui si riesce ad entrare all'interno delle sue riflessioni, fatte di soggetti e termini nuovi. Questa è la grande forza dei suoi testi: li lasci con la sensazione di aver appreso qualcosa in più, di aver qualcosa su cui ragionare, da rielaborare e con cui osservare con uno sguardo maggiormente interrogativo e consapevole i processi e le trasformazioni che ti circondano.

    Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ci ha raccontato che è sempre stata una figura anomala, soprattutto all'interno dell'università. Non si è mai voluto adagiare alle logiche baronali, né tanto meno a quelle delle facili pubblicazioni. Ha sempre visto il suo lavoro in università come un lavoro alla pari di altri, tenendo sempre presente il suo essere un militante politico. È stato un professore capace, acuto, lucido, mai interessato alla carriera accademica e che mai ha smesso di sporcarsi le mani, un formatore nel senso migliore del termine.

    Si potrebbero certamente dire molte altre cose su Romano, su quest'intellettuale politico (uno degli ultimi ancora degni di questo nome) straordinario, autenticamente contro-corrente, ma quello per cui noi vogliamo ringraziarlo di più è per averci offerto degli strumenti utili per leggere la realtà e quello che ci circonda.

    Come universitar* e compagn*, la nostra volontà è ora quella di costruire presto un momento di discussione e di dibattito significativo sulla figura di Romano Alquati e su tutto quello che ci ha lasciato, proprio perchè è stata una delle figure più innovative che l'università di Torino ha avuto senza, probabilmente, averne mai colto e accettato l'importanza.

    Ciao e grazie, Romano!
    Continueremo a camminare con te per realizzare un sogno comune...

    Collettivo Universitario Autonomo

    Anche a Madrid: "Bologna burns!"


    L'appello degli studenti e delle studentesse di Madrid

    Traduzione a cura del Collettivo Universitario Autonomo di Torino

    In Spagna sono stati forti i movimenti studenteschi che si sono condendati nella lotta per una università popolare e fuori dagli interessi di mercato. Durante l'anno scorso il movimento ha visto il suo apice maggiore: decine di facoltà occupate in tutto lo Stato, le strade delle città inondate da manifestazioni con migliaia di studenti, inchieste, azioni, dibattiti... il movimento ha fatto di tutti gli strumenti a sua disposizione per rendere visibile le sue domande. Però il governo del Partito socialista spagnolo ha risposto con polizia e repressione nei confronti degli studenti. Prova di ciò sono i 58 studenti catalani arrestati nello sgombero dell'Università di Barcellona che sono in attesa di essere processati.

    Quest'anno, per poter costruire un controvertice a aprile si è creata a Madrid la piattaforma "Bologna Fucking Up Group", in contrapposizione al "Bologna Follow-Up Group", il gruppo di monitoraggio incaricato di valutare l'attuazione del processo di Bologna nei diversi Stati e indicare le nuove linee da seguire. La piattaforma riunisce sia le assemblee di studenti sia le organizzazioni studentesche che si oppongono al processo di mercificazione dell'università.

    Studenti fuori dallo Stato spagnolo verranno a Madrid al controvertice. In questo modo come Bologna Fuckin Up Group vogliamo lanciare un appello internazionale a tutti gli studenti e attivisti che si oppongono al processo di Bologna e lottano per configurare un'alternativa reale. La loro falsa unità nel perseguimento di interessi e vantaggi per pochi non è paragonabile alla nostra unione che si compie attraverso la solidarietà della lotta. Ci siamo uniti a Vienna, uniamoci anche a Madrid.

    per info sulla mobilitazione:

    martedì 6 aprile 2010

    Altro numero di BARAONDA!


    Cercala negli spazi occupati di Palazzo Nuovo!
    Sui tavoli delle aule studio e delle biblioteche universitarie!
    Sulle panchine e sulle macchinette del caffè della tua facoltà!
    Chiedi di lei, trovala, leggila, falla conoscere, facci sapere cosa ne pensi, collabora con noi!

    per info: baraondatorino@gmail.com
    prossima redazione di BARAONDA: prossimo 5 maggio allo spazio UniLotta alle ore 14:30, vieni!

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