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giovedì 3 dicembre 2009

Il Master di giornalismo finisce in Procura


[www.lastampa.it/torino] Il Tar annulla la selezione per gravi violazioni

di Raphael Zanotti

Una commissione fantasma nominata a babbo morto, quando già aveva corretto le prove e svolto gli orali. Un solo verbale firmato dal presidente in cui non compare né il numero dei commissari né il loro nome. Un candidato che riceve un’e-mail con l’esito del suo esame il giorno prima che sia terminata la correzione. Se non c’è qualcos’altro dietro, si tratta forse del peggior concorso pubblico che l’Università di Torino abbia bandito negli ultimi anni. Un disastro amministrativo tale non solo da costringere il Tar ad annullarlo, ma addirittura a invocare l’intervento della procura della Repubblica per ben tre volte. La selezione incriminata è quella del Master in Giornalismo del settembre 2008: centoventi candidati per venti borse di studio del valore di 10.000 euro l’una. Soldi messi a disposizione da Compagnia di San Paolo, Fondazione Crt e Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Andrea Mazzocca, candidato 27enne, partecipa alle prove scritte. Il 18 settembre 2008 riceve un’e-mail che lo informa della sua esclusione dalla segreteria del Corep, il Consorzio che si occupa della parte amministrativa. Mazzocca chiede di poter visionare le sue prove, gli rispondono che bisogna attendere la conclusione degli orali. Domanda allora di poter assistere a questi ultimi. Glielo impediscono perché «la stanza è troppo piccola anche per un solo uditore». 

A questo punto Mazzocca s’insospettisce. Fa l’accesso agli atti e scopre alcune cose sorprendenti. La commissione, che ha svolto i suoi lavori dal 15 al 26 settembre, è stata nominata dal rettore Ezio Pelizzetti solo il 1° ottobre, cinque giorni dopo la fine dei lavori. La correzione delle prove scritte è terminata il 19 settembre, un giorno dopo l’e-mail a Mazzocca. L’abbinamento prove-candidati è avvenuto nelle segrete stanze senza rappresentanti dei candidati. E pare pure mal fatto visto che Mazzocca disconosce la paternità di uno degli scritti. L’unico verbale esistente della commissione è firmato dal presidente Carlo Marletti, ordinario di Sociologia, e non riporta gli altri componenti Roberto Marvulli (docente di Statistica), Dario Galati (docente di Psicologia), Silvia Scarrone (dipartimento di Scienze Pediatriche), Remo Guerra (consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti), Sergio Ronchetti (ex giornalista de La Stampa), Alessandra Comazzi (segretaria dell’Associazione Stampa Subalpina e collaboratrice de La Stampa) e Vera Schiavazzi (collaboratrice di Repubblica e direttore del Master). Come fosse da solo. Non basta: i commissari sono in numero pari. Per il Tar è illegittimo: solo il numero dispari permette di raggiungere sempre una maggioranza.

Mazzocca chiede l’intervento del rettore, ma questi respinge inspiegabilmente ogni istanza. Allora il ragazzo si rivolge all’avvocato Roberto Longhin e presenta ricorso al Tar. A questo punto il pasticcio, se possibile, peggiora. La commissione fantasma, ormai senza poteri, si autoconvoca e, dopo aver ammesso i gravi vizi, invita Mazzocca a ridare la prova. Si chiama provvedimento in autotutela: se passa, la selezione è salva e il ricorrente perde interesse a coltivare il ricorso. Mazzocca, però, non si presenta, invia un certificato medico, e la commissione lo esclude per la seconda volta. Per il Tar ancora in modo illegittimo. Università e Ordine dei Giornalisti si dicono convinti della correttezza della selezione e annunciano ricorso al Consiglio di Stato nella speranza di salvaguardare i 20 vincitori che stanno concludendo il Master. Il Tar, però, ha già inviato gli atti in procura: «Un atto dovuto - riferisce il consigliere relatore Alfonso Graziano -. Non commento l’episodio ma con l’individuazione di uno dei candidati non potevamo fare altrimenti».

sabato 31 ottobre 2009

Bastardi senza onore: per il diritto alla bancarotta



Perché il Ddl Gelmini non ci merita. Editoriale Uniriot di Gigi Roggero per UniRiot

Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull’università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di “Ministero” ci si riferisca a quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in realtà l’altro Ministero – cioè dell’economia e delle finanze – è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.

Il Ddl è suddiviso in tre parti: governance, meritocrazia, personale accademico. È un progetto di aziendalizzazione dell’università, potrebbe dire qualcuno. Preferiamo però non concedere con troppa facilità all’avversario la perversa dignità di una parola che – per accordarci subito con il leit motiv del testo – non “meritano”, né per intelligenza né per coraggio strategico. Vediamo infatti in cosa concretamente consiste la via italiana all’aziendalizzazione, da tempo sognata dagli algidi ideologi della Bocconi e del Corriere della Sera. Da sempre, si sa, le imprese italiane hanno avuto un ruolo parassitario rispetto al sistema formativo, succhiando forza lavoro istruita e non versando una lira prima e un euro poi; i baroni, dal canto loro, hanno potuto riprodurre privilegi e posizioni di rendita, affidate loro dallo Stato.

Questo Ddl cerca forse di modificare il ruolo del privato-parassita e scalfire le rendite di posizione del pubblico-feudale? Niente affatto. Anzi, rafforza entrambi. Da un lato, garantisce alle aziende la condizione migliore per continuare a succhiare indisturbate senza investimento e senza rischio. L’articolo 2, che disegna “organi e articolazione delle università”, attribuisce maggior peso decisionale al consiglio di amministrazione, che deve essere composto da “personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di un’esperienza professionale di alto livello”, con una “non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico” (lettera g). Insomma, il piccolo o medio imprenditore del Nord-est, iperspecializzato nella produzione di un pezzo ultraspecifico nella filiera globale dell’occhiale o dello scarpone da montagna, che sfrutta ad alta intensità forza lavoro a bassa scolarizzazione o pagata come tale anche quando non lo è (i migranti), non verserà certo soldi nelle esangui casse degli atenei. In compenso, potrebbe però condizionarne la politica e le scelte: se nel brevissimo periodo servono tecnici specializzati in un campo di cui si fa fatica perfino a pronunciare il nome, perché non aprire un corso di laurea a veloce obsolescenza finché il mercato non sarà saturo e tagliare inutili e costosi dipartimenti, che non servono nemmeno a sfornare un operaio specializzato?

I baroni, dal canto loro, possono rallegrarsi delle “norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento”. L’istituzione dell’“abilitazione scientifica nazionale” per i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale, è decisa da una commissione nazionale formata mediante sorteggio tra professori ordinari. Ciò che viene fatta passare per una norma che scavalca le lobby accademiche locali, non solo lascia l’“abilitazione” nelle mani delle cricche degli ordinari a livello nazionale, ma poche pagine più avanti (articolo 9, comma 2, lettera c) fa rientrare dalla finestra ciò che era apparentemente uscito dalla porta. La decisione finale, infatti, spetta alle commissioni locali composte da ordinari e, nel caso dei ricercatori, da alcuni associati. Il posto da ricercatore, poi, come già stabilito dalla legge Moratti nel 2005 è posto in esaurimento, quindi sostituito da contratti di soli tre anni rinnovabili – previa valutazione – un’unica volta, aumentando così la ricattabilità dei ricercatori stessi nel vincolo individuale con il docente di potere. Inutile dire che la frase “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica” ricorre, in questi articoli come in tutto il testo, in modo ossessivo come premessa e sostanza. Non solo: se non ci sono adeguate risorse, professori e ricercatori possono essere “collocati a riposo”. Amen.

In questo quadro di governance di un’università abbandonata alla sua inerziale rovina, gli studenti devono essere resi complici della nave che affonda: i loro “rappresentanti” vengono quindi “integrati” come stakeholder (del fallimento), ovviamente subalterni e privi di potere decisionale. Non solo: di fronte alla “razionalizzazione” dei fondi (forma elegantemente manageriale per definire la mannaia che, brandita dai consigli di amministrazione, si abbatte sulle risorse residue del sistema formativo), gli studenti devono dimostrarsi “meritevoli”. Ciò garantisce l’accesso ai prestiti d’onore, nome curioso con cui si etichetta quel sistema del debito che, fallito negli Stati Uniti, è alla radice della crisi contemporanea. Ma è il Ministero (quello dell’economia e delle finanze, prima ancora di quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca), attraverso il “Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove nazionali standard”, a disciplinare i ferrei criteri per avere accesso al prestito. Insomma, ci sono molte più possibilità con “Win for Life”! Vorremmo a questo punto poterci dedicare a dimostrare come il lessico della meritocrazia sia la mistificante retorica che rovescia la realtà del declassamento e della precarietà nelle illusioni giustizialiste di un mitologico mercato non corrotto e di una competizione moralmente pulita. Purtroppo dobbiamo partire da molto più indietro, dicendo che la meritocrazia (come le riforme) non si fa a costo zero: il caso americano e i miliardi di dollari pubblici e privati investiti nelle università sono un noto esempio. In altri termini, in Italia va innanzitutto evidenziato che la meritocrazia, prima ancora di tutto il resto che si può dire su di essa, funziona al contrario, ovvero è ciò che giustifica i tagli – pardon, la razionalizzazione. Anziché essere un (peraltro discutibile) premio per pochi, significa peggioramento delle condizioni di vita e dequalificazione del sapere per tutti. Al limite, stabilisce una gerarchia per vedere a chi andrà molto male e a chi meno.

Prendiamo i cosiddetti percorsi di “eccellenza”. Negli Stati Uniti sono delle classi riservate alle élite in cui gli studenti vengono a contatto con lo star system dell’università globale. In Italia si rinomina il vecchio corso di laurea come percorso di eccellenza, recintandone l’accesso, e si abbassa ulteriormente la già scarsa qualità dei restanti piani di studio, che sono resi ancor più rigidi e insulsi. Nella facoltà di lettere della Sapienza – per citare il pachidermico caso di un ateneo all’affannosa rincorsa di furbesche soluzioni che consentano di scalare qualche posizione nella gerarchia rovesciata della cosiddetta “qualità” ed “efficienza”, cioè a ridurre un poco i pesanti tagli subiti nella scorsa estate – si è trovata la formula del debito in accesso, di cui gravare gli studenti (la maggior parte) che non abbiano sostenuto prove soddisfacenti nei test di ingresso.

La “meritocrazia” è così utilizzata per scaricare sugli studenti la mancanza di qualità dei docenti, ovvero per preservare le posizioni di rendita dei baroni. Solo che si pone ora la questione: come si ripiana il debito?

Con corsi aggiuntivi, che peserebbero sulle già dissestate casse dell’ateneo? O esigendo un numero maggiore di crediti di quello previsto, allungando così i tempi della laurea triennale, procurando costi aggiuntivi e mandando ulteriormente in fumo il già svanito obiettivo della riforma del 3+2, cioè l’eliminazione del “fuoricorsismo”?

Nessuno sa rispondere. Nel frattempo, però, lo studente – con o senza “merito” – deve essere formato ad essere precario indebitato. E la crisi dell’università, così dice il coro unanime da via Solferino a viale Trastevere, passando per senati accademici e consigli di amministrazione, la paghino gli studenti attraverso l’aumento delle tasse!

Per mobilitarsi contro un progetto di questo tipo, non si possono certo scavare le trincee attorno alla difesa di ciò che non è difendibile, cioè quel pubblico che si è combinato con il privato nello smantellare il sistema formativo. Bisogna attaccare. Innanzitutto riappropriandosi di reddito e di un nuovo welfare non solo rispetto alle amministrazioni locali e statali, ma anche ai nuovi attori che gestiscono la segmentazione della ricchezza sociale. È necessario occupare le banche, le finanziarie e le istituzioni che fanno i “prestiti d’onore”, non per bloccare l’emissione del credito, ma per non ripianare il debito. Diritto alla bancarotta per i precari, ecco la parola d’ordine. Riappropriarsi delle risorse oggi congelate nel rapporto pubblico-privato, significa impostare correttamente la questione della valutazione: non come gerarchizzazione competitiva della forza lavoro, recinzione della conoscenza e giustificazione del declassamento (leggi meritocrazia), ma in quanto processo di produzione di un sapere di qualità e decisione completamente all’interno della cooperazione sociale. Un sapere di eccellenza in quanto comune. Tale questione già vive dentro i percorsi di autoformazione e autoriforma: ora deve diventare istituzione, riappropriarsi dei dipartimenti, rivendicare quell’’“autovalutazione” che (come detto chiaramente nell’articolo 5) si vorrebbe prerogativa solo dei baroni. Qui la posta in gioco è una nuova organizzazione dei saperi, dopo l’ormai consumata crisi delle discipline moderne: compito troppo importante per lasciarlo nelle mani dei funzionari pubblici e privati.

Allora, distinguendoci irreversibilmente dalle resistenza conservatrici che difendono gli ultimi brandelli della “torre d’avorio” per mantenere la vigenza dei rapporti feudali, diciamo che la Gelmini si è dimostrata pavida e pusillanime, incapace di attaccare interessi parassitari e rendite di posizione. Contro i riformisti metafisici, diciamo che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: annunciano di voler cambiare tutto per non mutare nulla. Coprono l’assenza di idee sull’università con un vacuo linguaggio manageriale, efficientista e razionalizzante, à la Giavazzi, e/o con le retoriche della lotta ai corrotti per salvare un sistema che produce esso stesso corruzione, à la Perotti. Da questo doppio movimento critico e radicale, si situa l’alterità di una resistenza che è immediata trasformazione, di una autoriforma che ha respiro strategico perché si incarna nell’onda del sapere vivo. Insomma, noi che la combattiamo, sappiamo che l’aziendalizzazione è una cosa seria. In attesa di trovare un nemico all’altezza, diciamo con chiarezza che questa “riforma” dell’università si chiama, banalmente, truffa.

venerdì 30 ottobre 2009

Il bluff della riforma Gelmini

Offensiva mediatica del mainstream per magnificare una riforma dell'Università che è un bluff, una truffa! Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore guidano la crociata...

La nuova governance porta altra aziendalizzazione e sfruttamento, la propaganda anti-baronale compre il rafforzamento del vecchio e marcio sistema, la retorica meritocratica regala ulteriore peggioramento delle precarie condizioni di studio-lavoro-vita!

Segue una selezione di articoli usciti sulla stampa negli ultimi giorni, a dimostrazione dell'interessato coro di unanime soddisfazione che ha accompagnato la presentazione del ddl. A noi il compito di decostruire e capovolgere la propaganda e la retorica innervata... riprendendo le agitazioni nelle facoltà, costruendo un'altra università.

giovedì 29 ottobre 2009

Il secondo troncone della riforma Gelmini sull'Università


(clicca sull'immagine per leggere e scaricare la riforma Gelmini sull'Università)

mercoledì 28 ottobre 2009

Tagli e privatizzazioni, meritocrazia e precarietà: ecco la riforma della Gelmini per l'università!


Stamattina il consiglio dei ministri ha dato il via libera per la discussione in Parlamento del ddl Gelmini per la riforma dell’Università, a cui gli atenei dovranno adeguarsi entro 6 mesi, modificando i propri statuti.

Con l’ormai nota logica della meritocrazia e con un fantomatico e non meglio definito “codice etico” di cui tutti gli atenei dovrebbero dotarsi, questa nuova (?) riforma altro non fa se non mascherare tagli e privatizzazioni e mantenere la situazione precaria dei lavoratori e degli studenti dell’Università.

La figura del ricercatore passa a tempo determinato, con contratti per un massimo di 6 anni (con la formula del 3+3), al termine dei quali potranno, se ritenuti meritevoli, diventare professori associati.

Il senato accademico passa da 50 a 35 membri, perdendo gran parte del suo potere, che viene invece attribuito al consiglio di amministrazione. Il senato accademico potrà proporre le linee scientifiche, ma sarà il Cda, che sarà composto al 40% da privati (e anche il presidente potrà essere un esterno all’ateneo), a decidere le spese da affrontare, seguendo esclusivamente logiche di mercato. Accanto al Cda verrà inoltre introdotta la figura del direttore generale (non più direttore amministrativo), vero e proprio manager del sapere.

Sempre nell’ottica di razionare le spese, le Università, diventate ormai a tutti gli effetti fondazioni private, dovranno attuare accorpamenti delle sedi distaccate ed interi corsi di laurea verranno cancellati: ogni ateneo potrà infatti avere un massimo di 12 facoltà, cosa che vedrà anche un aumento esponenziale dei test di ingresso. Seguendo l’ideologia del merito verrà istituito un “fondo per il merito degli studenti migliori”, che paradossalmente sarà in gestione non al Ministero dell’Istruzione ma bensì a quello dell’Economia. La gestione delle prove nazionali standard, sarà affidata alla Consap spa, un’azienda assicurativa che nulla ha a che spartire con il mondo universitario ma che ancora una volta valuterà gli studenti secondo criteri di merito non meglio specificati.

In questo quadro desolante, gli unici a non essere penalizzati saranno nuovamente i baroni che, anzi, avranno la possibilità di prendere 5 anni di aspettativa per lavorare nel privato, mantenendo il proprio posto di lavoro all’Università. Noi, studenti e studentesse universitari, non abbiamo intenzione di assistere passivamente a questo ennesimo attacco al mondo della formazione, ma continueremo a mobilitarci affinché il ddl sulla riforma dell’Università non venga definitivamente approvato! I provvedimenti del governo e l’atteggiamento subdolo della governance accademica, che si nasconde dietro l’immagine di un’Università del merito non riusciranno ad abbindolarci e a zittire il nostro dissenso!

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.com

Via libera dal governo alla riforma dell'Università


[www.repubblica.it] Bisognerà rivedere statuti, snellire cda e senato accademici, ridurre facoltà, inserire esterni nei nuclei valutazione. Il ricercatore diventerà a tempo determinato, cambierà la modalità di elezione dei rettori arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli

di SALVO INTRAVAIA

ROMA
- Riforma dell'università in quattro mosse: governance, valutazione della qualità, reclutamento e diritto allo studio. Il governo vara il provvedimento che dovrebbe rilanciare il sistema universitario nazionale, premiare il merito e razionalizzare le risorse. La palla passa ora al Parlamento che dovrà dire la sua e trasformare in legge i 15 articoli contenuti nella proposta. Il ministro, Mariastella Gelmini, e il collega dell'Economia, Giulio Tremonti, non nascondono la soddisfazione per la "coraggiosa" riforma. Mentre gli studenti dell'Unione degli universitari contestano le novità e invitano l'esecutivo a "eliminare i tagli al Fondo di finanziamento ordinario e a finanziare borse di studio, edilizia universitaria e progetti per la cittadinanza studentesca".

"La riforma dell'Università presentata oggi dalla Gelmini è estremamente allarmante: la nostra idea di Università è profondamente diversa da quella del Governo Berlusconi", dichiara Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell'Unione, che pronuncia tre secchi No. "No alla delega sul diritto allo studio, No ai Rettori nominati, No agli interessi dei privati nelle università: l'università ha bisogno di più finanziamenti, valutazione e controllo della qualità della didattica, maggiore trasparenza e democrazia. No a riforme - continua Paterna - che salvaguardano gli interessi di pochi".

E si chiede: "Come si può pensare di riformare l'università pubblica con questo indirizzo privatizzante? Se Gasparri ha delle perplessità sulla governance, noi siamo annichiliti dal livello a cui si spinge questa riforma". Secondo gli studenti "il provvedimento è stato presentato oggi senza una reale discussione anche con gli studenti sulla governance, il cui futuro è nelle mani di esterni privati, e sul diritto allo studio, che vedrà l'entrata di test a crocette per avere la borsa di studio e l'indebitamento dei prestiti d'onore". Ma di che si tratta?

Quello che nei prossimi anni si abbatterà sugli atenei italiani assomiglia tanto a uno tsunami. Facoltà ridotte all'osso, abilitazione nazionale per professori e ricercatori e codice etico contro le parentopoli costituiscono il piatto forte della riforma. Ma non solo: la presenza di soggetti esterni (anche privati) negli organismi chiave degli atenei dovrebbe garantire gestioni economiche più oculate e valutazioni più obiettive. Mentre il numero dei ricercatori, reclutati con modalità nuove, crescerà rispetto al totale dei prof. Nell'università modello Gelmini il vero deus ex machina sarà il rettore, che guiderà sia il Senato accademico sia il Consiglio di amministrazione. E gli studenti daranno i voti ai prof.

Per razionalizzare la spesa "gli atenei potranno fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili". Mentre "i bilanci dovranno rispondere a criteri maggiori di trasparenza". I finanziamenti saranno erogati in base alla qualità della didattica e della ricerca. E per gli atenei "in dissesto finanziario" scatta il commissariamento. Per evitare le parentopoli "ci sarà un codice etico sulle incompatibilità e i conflitti di interessi legati a parentele". Il rettore potrà stare in carica, al massimo, otto anni e i due organismi di gestione della vita universitaria (il Senato accademico e il Consiglio di amministrazione) saranno più snelli (meno componenti che in passato) e avranno funzioni distinte: il primo gestirà la didattica, il secondo la spesa. E sarà proprio il Consiglio di amministrazione che avrà quattro membri su dieci esterni. Ogni ateneo dovrà inoltre dotarsi di un Nucleo di valutazione a maggioranza esterna.

La ministra mette anche le mani sui concorsi e sulla qualità dell'insegnamento. Con uno o più decreti legislativi verrà istituita l'Abilitazione scientifica nazionale per docenti e ricercatori, requisito preferenziale per l'insegnamento. Il titolo sarà assegnato da una apposita commissione con autorevoli componenti italiani e stranieri, attraverso la valutazione dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche.

Gli atenei potranno reclutare in tre modi i loro docenti e ricercatori: attraverso una "valutazione comparativa", alla quale non potranno comunque partecipare i docenti (di prima e seconda fascia) dell'ateneo che bandisce la selezione, per chiamata diretta per "chiara fama" o per "chiamata diretta" sic et simpliciter. Un terzo dei posti disponibili verrà coperto da personale interno all'università che bandisce il concorso. La restante parte sarà appannaggio di insegnanti e ricercatori esterni all'ateneo in questione. Il nuovo reclutamento tiene conto dell'esigenza "di favorire la mobilità nazionale e internazionale, oggi quasi azzerata". Per garantire la "qualità del sistema universitario" i prof dovranno garantire un impegno di almeno 1.500 ore annue, di cui 350 dedicate alla didattica.

Verrà inoltre agevolato l'accesso alla carriera accademica dei giovani studiosi. Ecco in che modo. Gli assegni di ricerca saranno rivisti "introdurre maggiori tutele con aumento degli importi e l'abolizione delle borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti". E sarà espressamente vietata la figura del docente a titolo gratuito, "se non per figure professionali di alto livello". Se dopo sei anni (tre+tre) di contratti a tempo determinato il giovane ricercatore "sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come professore associato". Dovrebbe, così, terminare l'odissea dei ricercatori a vita con un forte incremento dello stipendio, che da 1.300 euro mensili passerà a 2.100 euro.

venerdì 16 ottobre 2009

Il 16 ottobre l'università torna in piazza!


Volevi seguire un corso ma ti è sparito da sotto il naso e ti ha fatto saltare il piano di studi? Hai fatto la certificazione per la “riduzione” delle tasse e ti sei trovato nella nuova settima fascia da 1900 euro? Avevi già programmato gli appelli di novembre ma adesso che li hanno tolti devi dare il doppio degli esami nella metà del tempo? Volevi abitare vicino all'università ma l'unico annuncio che hai trovato è per un monolocale da 400 euro al mese? E sei ora costretto, per avere qualche spicciolo, a distribuire volantini per 4 euro all'ora? Benvenuto nel mondo dell'università e della precarietà...!

La legge 133 ha tagliato drasticamente i fondi destinati agli atenei pubblici e adesso gli effetti iniziano a farsi sentire! Ma il peggio deve ancora venire: la riforma che sarà presentata nelle prossime settimane dal governo Berlusconi spingerà ancora più avanti il processo di privatizzazione dell'università!

Il Consiglio di Amministrazione, che sarà sempre più potente, potrà essere composto per sua buona parte da rappresentanti del mondo delle imprese. Spariranno le facoltà, che verranno accorpate in scuole, scopiazzando il modello americano. Una commissione di docenti ordinari gestirà il concorso per l’abilitazione scientifica nazionale, quindi il potere rimarrà di fatto nella mani dei baroni.

Il tutto infarcito con la retorica della meritocrazia, dove chi viene proclamato meritevole (da chi? in base a quali criteri?) potrà usufruire di quei servizi che saranno quindi negati a tutti gli altri studenti. Ma l'accesso alla casa, alla cultura e ai servizi indispensabili per la vita universitaria crediamo debbano essere diritti riconosciuti a tutti e non qualcosa da "meritare”! Dietro alla meritocrazia del ministro Gelmini si nasconde una realtà preoccupante: dequalificazione della didattica, disinvestimento nella ricerca, addestramento ad un regime di competizione individuale, per incanalare gli studenti e le studentesse, da subito, in un percorso di studi volto all'obbedienza e al sacrificio...

Tutto ciò si inserisce in un attacco generalizzato all'università, che noi riteniamo sia un bene comune per il quale battersi. Simili devastanti progetti stanno già prendendo forma in tutto il mondo della scuola (elementari, medie, superiori).

Per questo motivo partecipiamo al corteo del 16 ottobre insieme agli studenti delle scuole superiori: contro la devastazione del mondo della formazione, per un'università altra! contro la riforma Gelmini, per il libero accesso ai saperi!

Meritiamo di più!

Concentramento ore 9:30 in piazza Arbarello


Onda Anomala Torino

martedì 22 settembre 2009

Berlusconi: ''Riforma dell'università a ottobre''


[www.tuttoscuola.com] Questa mattina si è riunito il Consiglio dei Ministri, che ha approvato la manovra economica del 2010. Nella consueta conferenza stampa al termine della riunione, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha annunciato per ottobre la riforma del sistema universitario, all'insegna del principio del merito: "Intendiamo portare la meritocrazia al centro del sistema accademico, per permettere ai giovani di accedere alla ricerca e all'insegnamento e assicurare la totale trasparenza dei concorsi".

Nella medesima conferenza stampa ha parlato anche il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che ha definito "ineludibile" la voce di spesa per l'università e la ricerca, insieme a quelle relative al 5 per mille, al lavoro e alle missioni di pace.

A questi capitoli di spesa saranno destinati i proventi che deriveranno dallo scudo fiscale e dalla lotta all'evasione.

"La Gelmini non ci merita!"


[www.uniriot.org] Università La Sapienza di Roma. Si apre oggi la campagna contro i test di valutazione obbligatoria: alcune decine di studenti dell'Onda hanno fatto irruzione nelle aule dove stavano per svolgersi i test di valutazione obbligatoria introdotti dalle ultimne direttive ministeriali, distribuendo un fake del test e lanciando lo slogan "La Gelmini non ci merita",  incassando l'approvazione degli studenti presenti. I test di orientamento non sono a numero chiuso, ma comportano per chi ritenuto inadeguato o non meritevole, la cumulazione di un debito formativo al primo anno di università, ancora prima di iniziare i corsi. Inoltre, le tasse pagate per poter svolgere il test verranno indirizzati ad un fondo per le biblioteche e i laboratori universitari. Le università definanziate, afflitte da deficit profondi, prive di servizi ed infrastrutture, fanno pagare la crisi agli studenti!! La contestazione ai test d'ingresso oggi è il primo passo della campagna la Gelmini non ci merita: un modo per dire al Ministro e ai Rettori, Frati tra tutti, che non ha senso parlare di meritocrazia, a fronte di tagli che hanno dequalificato completamente l'università. Una formazione di qualità non è un premio da elargire ai soli meritevoli, ma la base minima  per un'università realmente virtuosa!

L'intervista ad Isabella, studentessa dell'Onda romana

lunedì 21 settembre 2009

"Fondi per gli atenei, così non va" Tutti i numeri contro il ministero


[www.repubblica.it] Gli studenti, e anche qualche rettore, denunciano l'inadeguatezza del meccanismo di ripartizione che penalizza gli atenei più grossi. Ecco perché

di SALVO INTRAVAIA

"GLI ULTIMI saranno i primi", ma quando si tratta di ripartire i fondi agli atenei in base al merito "i primi saranno gli ultimi". E' quanto accade, secondo i ragazzi dell'Udu (l'Unione degli universitari), con la classifica diffusa dal ministro Gelmini lo scorso mese di luglio. In base alla lista pubblicata due mesi fa gli atenei più virtuosi sono quelli di Trento, che incrementa il Fondo di finanziamento ordinario del 12 per cento rispetto all'anno scorso, i due politecnici di Milano e Torino, seguiti dal piccolo ateneo di Siena. Ma gli studenti denunciano l'inadeguatezza del meccanismo di ripartizione delle risorse che penalizza gli atenei più grossi: La Sapienza di Roma in cima a tutti. E spiegano il perché.

E negli ultimi giorni, a denunciare il criterio che avvantaggia gli atenei del Nord arrivano anche i rettori. Roberto Sani, rettore dell'università di Macerata, lo ha fatto pochissimi giorni fa presentanto alla stampa un dossier. "Che si propone - si legge nel dossier - come un convinto e doveroso atto di denuncia riguardo ad una procedura di valutazione del 'merito' nelle Università italiane che, tanto sotto il profilo formale, quanto, in particolare, dal punto di vista sostanziale, presenta gravi limiti e palesi incongruenze, tali da risultare un'iniziativa destinata non certo a far compiere un passo in avanti al sistema universitario e ad affermare al suo interno quell'autentica e quanto mai necessaria e urgente cultura della valutazione che noi per primi auspichiamo". Qualche settimana prima le lamentele arrivavano dai rettori degli atenei pugliesi che contestano duramente i tagli al Ffo.

Ma di che cosa si tratta? I primi di gennaio il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, annuncia che per premiare gli atenei più virtuosi dal 2009 una quota del Fondo che il governo assegna agli atenei verrà ripartito in base al merito. Si tratta di circa 523 milioni di euro, pari al 7 per cento dei 7 miliardi e mezzo di euro assegnati ogni anno alle università italiane. Il 26 luglio scorso, il ministro rende nota la classifica con i primi e gli ultimi della classe, quasi tutti atenei del Sud. Ma non spiega come e perché i primi sono i più virtuosi e gli ultimi i più spendaccioni. Promettendo di pubblicare dati criteri e metodologie pochi giorni più tardi: il 29 luglio. Ma da allora non si è saputo più nulla. Soltanto i rettori e i direttori amministrativi degli atenei hanno avuto accesso ai numeri.

Qualche giorno fa, gli studenti dell'Udu di Parma si sono messi di buona volontà e hanno rifatto i conteggi, secondo la stessa metodologia dettata dal ministero. Due agli aspetti sondati per assegnare le risorse: qualità della ricerca e della didattica. Nel primo caso si è tenuto conto delle valutazioni del Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali, del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente e della capacità delle università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. La qualità della didattica è stata valutata in base: "Alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo". E ancora: alla quantità di studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2 terzi degli esami del primo anno e alla possibilità data agli studenti "di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati".

I ragazzi dell'Udu, stilando la classifica degli atenei più virtuosi (in base al coefficiente Qt, la Qualità totale dell'ateneo) scoprono che l'università romana La Sapienza è al secondo posto, preceduta soltanto dall'ateneo di Bologna. Mentre nella lista presentata alla stampa si trova al 45° posto. A Bologna va un po' meglio prima nella lista elaborata dai ragazzi e al 18° posto nella classifica del ministero. "Qualcosa non funziona", si sono detti i ragazzi. Ecco perché. La quota ripartita in base al merito (il 7 per cento) è frutto di un eguale prelevamento sui singoli fondi degli atenei. La Sapienza, che ha un fondo di 577 milioni l'anno, deve così cedere quasi 40 milioni che poi, nonostante si trovi al secondo posto con un coefficiente di merito pari superiore a 6,4 non riesce a riprendersi. Ben diverso è il destini dell'ateneo di Trento, che cede appena 4 milioni ma poi ritrovandosi al 19° posto, con un coefficiente di merito di poco inferiore a 2, riesce a riprendersene ben 10. Ma allora, "chi viene premiato realmente e in base a quale merito", si chiedono gli studenti e non solo. Il meccanismo si inceppa perché le risorse assegnate in base al "merito" non sono aggiuntive ma quelle prelevate agli stessi atenei. I più grossi danno di più alla "cassa comune" (il fondo del 7 per cento) e non riescono anche riprenderseli neppure se sono al primo posto.

domenica 20 settembre 2009

Onda virtuosa vs Riforma (im)meritevole


Di ritorno nei nostri atenei dopo l'estate ci ritroviamo a fare i conti con le conseguenze dell'applicazione della riforma Gelmini. In più, chiunque di noi, leggendo i giornali o guardando il telegiornale, avrà sentito parlare dei nuovi provvedimenti sull'università come di una formula magica, le cui parole d'ordine sono: meritocrazia, riduzione degli sprechi, innovazione. Se davvero così fosse, perchè migliaia di studenti ricercatori e lavoratori dell'università sarebbero scesi in piazza denunciando lo smantellamento e l'aziendalizzazione dell'università, intuendo le linee di riforma del ministro, protestando per la condizione di precarietà di vita e di lavoro a cui siamo costretti? Perchè intraprendere la carriera di ricercatore è considerata quasi una mission impossible? Perchè gli studenti parlano di un sapere dequalificato ed espropriato? Forse il movimento dell'Onda mira alla conservazione di un'università sprecona e alla difesa dello smisurato potere del baronato? Non crediamo proprio! Anzi! Ed è per questo che ci sembra fondamentale interrogarci su come si traducono nella pratica queste parole ed a quali logiche sottostanno.

Quale merito? E' stata recentemente diffusa la classifica degli atenei più “meritevoli” in base alla quale verranno redistribuiti i Fondi del Finanziamento Ordinario: gli atenei più “virtuosi” vedranno un aumento della percentuale delle risorse a loro destinate, gli altri una diminuzione. Chiariamo, non si tratta di soldi in più che il ministero destina alle università, ma di una ripartizione al ribasso dei pochi soldi rimanenti dopo i pesanti tagli della legge 133. E poi, chi attribuisce alle università lo status di “meritevoli”? In base a quali parametri? L'Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) è il nuovo organismo, fortemente voluto dalla Gelmini, creato ad hoc per valutare gli atenei secondo criteri di produttività, competitività, solidità finanziaria. Criteri meramente quantitativi che conducono obbligatoriamente alla logica del “si salvi chi può” nella corsa per accaparrarsi i pochi spiccioli rimanenti. Direttiva verso la quale si sacrifica tutto il resto, tutto quel che non rientra in questa logica di comando economicista: la qualità dei saperi, i tempi di studio, la possibilità di determinare il proprio percorso di formazione senza dover sottostare ai vincoli imposti dal mercato, etc. Gli atenei, infatti, per ottenere i finanziamenti, tagliano i corsi meno “gettonati”, restringono le sessioni d'esame, introducono limitanti requisiti d'accesso alle lauree magistrali, riducono i servizi per gli studenti (biblioteche, aule studio e tanto altro! ), aumentano le tasse, stringono sempre più legami con le imprese per attrarne gli investimenti, subordinando necessariamente l'offerta formativa agli interessi di queste  ultime. Guardando la classifica dell'Anvur, salta immediatamente all'occhio l'esatta corrispondenza tra quest'ultima e le università facenti parte dell'Aquis, l'associazione degli atenei più produttivi e competitivi che, tramite la partnership di Confindustria, si pone il doppio obiettivo di lanciare l'Italia nel mercato globale della conoscenza e di incentivare la condivisione della proprietà intellettuale fra università e aziende.

Un'altra volta, un'altra onda... E in tutto questo, quale considerazione per noi studenti che ogni giorno viviamo l'università, contribuendo attivamente alla produzione di quei saperi? Ad un'attenta lettura, l'ideologia del merito si rivela l'alibi costruito per mascherare il processo di dequalificazione dei saperi, del disinvestimento in ogni ambito della formazione, della precarizzazione delle nostre vite. A pagare le conseguenze di un modello di università già in crisi (del quale certamente non sentiremo la mancanza!) dovremmo essere noi studenti e precari... La presunta (perchè ancora disarticolata e non avente un'idea di nuova istituzione università), infatti, non intacca minimamente gli attuali equilibri di potere che vedono i baroni mantenere i privilegi di sempre. L'Onda riparte nella sua irrapresentabilità ed autonomia nel decidere il proprio futuro, riparte dal fallimento di un modello universitario che essa stessa ha contribuito a mettere in crisi, rivelandone le contraddizioni e mettendo le basi, nelle occupazioni e nei cortei, nei seminari di autoformazione e nelle assemblee, per la costruzione di un'altra università. Nel frattempo, attraverso i suoi strilloni mediali, il ministro Gelmini annuncia che all'inizio di ottobre presenterà il decreto sul secondo troncone di riforma dell'università. Ministri, baroni, burocrati, rettori: procuratevi canotti e braccioli, per almeno provare a salvarvi.