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martedì 30 marzo 2010

Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani - Milano, 29 aprile 2010


Ai colleghi RU delle Università Italiane

- visto l’andamento del dibattito in Senato sul DDL 1905, che rischia di penalizzare ulteriormente il sistema universitario italiano e colpire in particolare il ruolo e la funzione degli attuali ricercatori universitari,

- vista la diffusione della protesta a livello nazionale e la ricaduta in documenti ufficiali della CRUI,

- in vista della ripresa dei lavori in Commissione Cultura e Bilancio sul DDL 1905 S (Gelmini),

i ricercatori degli atenei di Cagliari Milano Napoli e Torino

propongono

un’Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani (strutturati e precari)

in cui discutere:

- un documento nazionale di analisi delle maggiori criticità della situazione dell’università italiana e dei contenuti del DdL Gelmini

- una lista condivisa di richieste prioritarie di modifica al DDL 1905 S.

- le azioni possibili (già intraprese / da intraprendere) per evitare che il testo venga approvato nella forma attuale e per riavviare il ragionamento sul Sistema universitario Italiano

- una estensione nazionale della dichiarazione di indisponibilità alla didattica non dovuta ai sensi della L. 382 /80

Tutte le università italiane sono invitate a partecipare attraverso proprie rappresentanze e a organizzare assemblee preparatorie in ciascun ateneo.

Una proposta di piattaforma verrà diffusa quanto prima.

L’assemblea si terrà a Milano in data 29/4/2010.

I ricercatori degli atenei di Cagliari, Milano, Napoli e Torino

venerdì 22 gennaio 2010

Documento dell'assemblea nazionale degli studenti medi di Torino


Nei giorni 9 e 10 gennaio si è tenuta a Torino, presso il csoa Askatasuna, l'assemblea nazionale degli studenti medi.


Nella prima giornata le diverse delegazioni di studenti presenti si sono riunite in un'assemblea plenaria durante la quale ha avuto luogo un confronto sulle diverse pratiche di mobilitazione attuate durante il trascorso autunno, a partire da una prima analisi della riforma Gelmini, del ddl Aprea e dell'attuale crisi economica e politica italiana ed europea, temi che sono andati ad introdurre una seconda giornata di tavoli di lavoro seguiti da un'ultima assemblea di chiusura.

Per prima cosa l’assemblea ha ritenuto essenziale partire dal contesto storico nel quale gli ultimi provvedimenti scolastici si inseriscono a partire dalla legge dell'autonomia scolastica introdotta da Berlinguer alla fine degli anni '90, con la quale si dava inizio ad una sempre più marcata concorrenzialità tra i diversi istituti superiori, e che apriva la strada alle riforme successive. Dal 2001 ad oggi, con i ministri Moratti, Fioroni e Gelmini abbiamo visto un accentuarsi dell'entità dei tagli ai fondi destinati all'istruzione pubblica (in particolare per quanto riguarda medie superiori e università), parallelamente ad un’ aziendalizzazione degli istituti e una gerarchizzazione del corpo insegnanti che, diviso in diverse fasce (tra le quali vi è una differenza salariale fino al 30%), trova in cima alla piramide un dirigente scolastico con funzioni di amministratore delegato.

Questo accentramento di potere in particolare nelle mani del preside vede la sua realizzazione nel ruolo di disciplinamento della forza lavoro che la scuola ha assunto negli ultimi decenni. È facile infatti rendersi conto di come la formazione degli studenti sia sempre più messa in secondo piano rispetto al desiderio dei docenti di tenerci immobilizzati nella normale routine scolastica, con minacce di sospensione o di bocciatura con il cinque in condotta, nel caso in cui dimostriamo la volontà di esprimere una voce critica.
A questo punto si rende però necessario ragionare sull'ambivalenza contraddittoria della scuola che, se da una parte tende ad essere il recinto di riproduzione di una forza lavoro docile e addomesticata, già proiettata verso una vita di precarietà al momento dell'entrata sul mercato del lavoro, dall'altra parte si ritrova ad essere un bacino di soggettività in grado di riprodurre sapere critico. Ne consegue quindi la necessità di riappropriarsi di quegli spazi fisici e di tempo necessari, all'interno delle scuole, per produrre conflittualità e organizzare la lotta, creando diversi momenti assembleari sia a livello d'istituto che cittadino.

L’analisi sul movimento dell’onda anomala, che nell’ambito degli studenti medi ha avuto la sua nascita e il suo apice nell’autunno dell’anno passato, ha riportato da ogni città riscontri simili. Infatti quel movimento che si presentava come una grande anomalia spontanea, accompagnata dalle speranze del potere di una sua caduta repentina quanto lo era stata la sua ascesa, è riuscito a radicare una soggettività intimamente antagonista che si è poi realizzata nell' ”onda perfetta” al g8 dell’università di Torino e nella mobilitazione di quest’ anno. Proprio quest’ultimo autunno ha dimostrato come gli studenti medi siano stati in grado di dare continuità al movimento, con numeri sicuramente inferiori a quelli passati, ma con determinazione e capacità messe in campo più consapevoli.

Questo salto qualitativo è stato determinato non solo dalla capacità di cogliere i diversi aspetti della riforma Gelmini, ma di inserirla nell'attuale stato di crisi economica e del welfare italiano andando a rilanciare, a seconda delle necessità territoriali, diverse campagne per la riappropriazione di tutti quei diritti e bisogni che ogni giorno vediamo via via come sempre più inaccessibili e dei quali dovremmo invece poter usufruire liberamente. Partendo dal diritto ad un sapere libero, senza dover incorrere ogni anno in spese proibitive per acquistare i libri di scuola, passando per i mezzi pubblici, fino ad arrivare a ciò che riguarda il tempo al di fuori dello studio: abbiamo pagato tanto, ora ci riprendiamo tutto quello che ci spetta senza mezze misure né trattative. In particolare, l’assemblea torinese ha individuato nella data del 20 febbraio un'altra giornata di mobilitazione nazionale sulla riappropriazione.

Altro argomento trattato dai tavoli di lavoro è stato il clima di repressione sempre più marcata con la quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni, incarnata dai presidi all'interno degli istituti e dalle varie questure in piazza. Nei rapporti con queste ultime si è delineata soprattutto la volontà di muoversi con una risposta a “muso duro”, comune a tutto il territorio nazionale, che contrasti apertamente le intenzioni della digos di “cercare amici” tra il movimento, e che chiarisca alle guardie l’impossibilità per loro di trovare spazi di complicità con i militanti.

L’ultimo punto trattato dall’assemblea è stato la coscienza antifascista che ovunque caratterizza gli studenti: in tutta Italia infatti ci si oppone fermamente ai fascisti, per le strade, nelle scuole, nelle università, impedendo loro con ogni mezzo, di uscire allo scoperto. Nonostante media e forze dell'ordine vadano puntualmente a schierarsi in difesa di neofascisti e razzisti, accusando la violenza del movimento, tutte le realtà continuano ad assumere l’antifascismo militante come una battaglia importante su cui è importante spendere le proprie energie.
L’assemblea ha deciso di fornire il movimento di uno strumento di confronto costante per garantirne una continuità progettuale: a breve sarà ondine un sito sul quale verranno riportate tutte le varie iniziative sul territorio nazionale.

Assemblea nazionale studenti medi
Torino, 9 e 10 gennaio 2010

venerdì 20 novembre 2009

L'Onda rilancia!


[20 novembre _ assemblea nazionale dell'Onda a La Sapienza]

Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare - a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole - un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell'università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all'altezza delle sfide poste dall'attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall'esplosione dell'Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e della ricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.

Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini - presentato mediaticamente come disegno "innovativo" di riforma dell'Università - che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell'Onda:

- non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale - come propagandato dal Governo - aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;

- non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell'università pubblica negli ultimi 30 anni;

- indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi "all'americana" attraverso lo strumento del prestito d'onore, mentre la crisi globale - che mostra il fallimento di un sistema fondato sull'indebitamento - richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l'accesso ai livelli più alti dell'istruzione superiore;

- completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell'Università pubblica prefigurando, quindi, un'università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l'entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell'università;

- restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;

- nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell'università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università.

In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l'insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell'efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.

Specularmente, il taglio dei finanziamenti per la scuola contenuto nella legge 133 di 8 miliardi di euro e la legge 169 con la cancellazione delle compresenze e del modulo determinano un netto peggioramento della qualità della didattica e producono migliaia di licenziamenti. A questo si aggiunge il progetto di legge Aprea che, se approvato, porterebbe l'ingresso dei privati nelle scuole e sarebbe causa di una assurda gerarchizzazione della classe docente con la repressione della libertà di insegnamento e dell'autonomia dei docenti. Allo stesso modo, la volontà di aziendalizzare la scuola uccide l'emancipazione culturale degli studenti. Il protagonismo del movimento dei precari della scuola, dei genitori e degli studenti di questi ultimi mesi si salda naturalmente con la lotta che parte dalle università per costruire una grande risposta unitaria di tutto il mondo della conoscenza contro l'attacco mosso da governo.

In un contesto di forte crisi sociale e produttiva, l'investimento politico ed economico sulla Scuola, sull'Università, le Accademie, i Conservatori e sulla Ricerca come beni comuni dovrebbe essere il principale strumento per il rilancio del paese, fondato sulla qualità della vita delle persone e che sappia andare oltre i limiti del modello fallimentare imposto dall'attuale classe dirigente ed imprenditoriale. L'attacco alla Scuola e all'Università al quale stiamo assistendo è parte di un'aggressione più generale, tanto più anacronistica proprio perché cade nel pieno del fallimento delle politiche di smantellamento dello stato sociale condotte negli ultimi tre decenni.

Non è un caso se l'Onda ha fatto breccia nell'immaginario: ha saputo, infatti, esprimere i bisogni e i desideri di una nuova generazione. La generazione dell'Onda ha mostrato, nel cuore della crisi globale, che in una società della conoscenza l'accesso pubblico all'università e la qualità del sapere, sono degli elementi di nuova e piena cittadinanza. Oggi, alla luce del nuovo progetto di riforma e assunto il definitivo fallimento del modello del 3+2, pensiamo sia ancor più centrale riaprire, in tutti gli atenei, la lotta per l'accesso e per la qualità del sapere, per l'abbattimento delle forme di blocco, di selezione e di segmentazione dei percorsi formativi (numeri chiusi, test d'ingresso, percorsi d'eccellenza), per la rivendicazione di spazi di decisione sulla didattica e sulla ricerca e di autogestione dei percorsi formativi.

Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l'accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili. Solo rispondendo al problema della precarietà di chi studia e lavora nei luoghi della conoscenza con la definizione di un nuovo welfare, si oppone una risposta al governo che non sia corporativa, ma che sappia parlare all'intera società e attraversarla. Per queste ragioni riteniamo decisivo rilanciare nelle prossime settimane una campagna, in tutte le città, per rivendicare forme di erogazione, diretta ed indiretta, di reddito per gli studenti e i precari, che vada nella direzione del rifiuto delle forme di precarizzazione.

Per questo, da oggi, studenti e lavoratori precari lanciano una vera e propria campagna di mobilitazione che unifichi le lotte portare avanti nelle scuole e nelle università e che, a partire da questa Assemblea nazionale, abbia il passo abbastanza lungo da mettere in discussione il percorso di questo DDL e porre all'ordine del giorno nazionale l'elaborazione di un nuovo sistema di welfare all'altezza delle sfide della società della conoscenza.

Si propone di:

- organizzare iniziative di mobilitazione sui territori, in forme molteplici, il 2 dicembre;

- in occasione dell'11 dicembre vogliamo generalizzare lo sciopero e assediare il Ministero, a partire dalla mobilitazione già lanciata dai coordinamenti e dai precari delle scuole e dai sindacati;

- assediare il Parlamento in concomitanza con il calendario di discussione e votazione del DDL;

- organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma a inizio marzo che, partendo dalla difesa e dal rilancio dal mondo della conoscenza, coniughi la necessità di eliminare la precarietà lavorativa ed esistenziale con il contrasto delle migliaia di licenziamenti giustificati pretestuosamente con la crisi rivendicando un nuovo sistema di welfare fondato sulla continuità di reddito per tutti, l'accesso alla mobilità alla casa e ai servizi.

Assemblea nazionale dei precari e degli studenti

domenica 8 novembre 2009

I surfisti del terzo stato



[www.ilmanifesto.it]
Forum sul presente e sul futuro degli atenei dopo la presentazione del disegno di legge Gelmini. E a pochi giorni dall'assemblea nazionale lanciata dai ricercatori precari e dalla Flc-Cgil. Il forum è stato condotto da Roberto Ciccarelli, Sara Farolfi, Benedetto Vecchi

Coniugare il bene comune con l'autonomia sociale delle persone, un nuovo Welfare del diritto alla mobilità, alla casa, al reddito con la lotta contro il precariato e una nuova politica per l'università e la ricerca. Sono i temi dell'assemblea nazionale convocata per il pomeriggio del 20 novembre prossimo dal «laboratorio» dei dottorandi e ricercatori precari dell'Onda e la Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil.


L'assemblea nazionale viene convocata da chi l'anno scorso si è riconosciuto nello slogan «L'Onda è irrappresentabile» e la Flc-Cgil. Su quali basi nasce questo rapporto?
Francesco Brancaccio. L'Onda è stata un movimento generale che ha parlato all'intera società e ha posto un problema politico al sindacato e alle forze politiche. Non penso che l'assemblea del 20 abbia lo scopo di riprodurre lo schema classico di una mobilitazione che chiede al sindacato di rappresentare istanze particolari. Il problema che abbiamo oggi è diverso. Dobbiamo costruire una mobilitazione larga che metta il sindacato davanti alla sua stessa crisi e, contemporaneamente, lo spinga a praticare delle aperture rispetto ai movimenti. Dobbiamo avere l'ambizione di aprire un percorso più generale di campagne tematiche sul terreno della formazione, del reddito e del nuovo Welfare. Il fatto che ci sia una convergenza su tale impostazione mi sembra un punto di partenza importante.
Giuseppe Allegri. Il rapporto con la Flc è nato nel corso dell'Onda. È una novità dopo anni di incomprensioni sui problemi della precarietà da parte della Cgil. È un rapporto dialettico che la Cgil, oggi isolata, dovrebbe raccogliere per investire sui lavoratori della conoscenza: docenti, ricercatori, scienziati, formatori, maestre e insegnanti, la vera ricchezza dell'Onda. Cosa non scontata, ma che le darebbe un ruolo innovativo anche rispetto al vecchio patto sociale e ancor più dinanzi all'afonia conservatrice della sinistra. Quanto ai movimenti si tratta di rilanciare le loro intuizioni sulla questione sociale, a partire dal reddito di base e dal nuovo Welfare, in cui il confronto con il sindacato è una parte utile.

Qual è stato invece il ragionamento che ha portato la Flc-Cgil a confrontarsi con i movimenti?
Francesco Sinopoli. Per noi non è una scelta casuale. La nascita della Flc è il risultato di un investimento che ha comportato forzature organizzative nella Cgil. I precari al nostro interno sono oggi più rappresentati rispetto a qualche anno fa. Questa situazione ci ha costretto ad innovare sia i contenuti dell'iniziativa sindacale che le pratiche del conflitto. Il confronto con i movimenti nasce dalla necessità di tenere insieme una riforma dell'università adeguata al bisogno sociale di sapere e un nuovo Welfare contro la precarietà. Oggi non è più possibile separare la formazione e la ricerca da un'idea complessiva del bene comune e della società. Nell'assemblea del 20 invitiamo chi vive nell'università a prendere parola, ma non vogliamo riprodurre le dinamiche corporative degli anni scorsi. Anche perché certe alleanze, quella con i rettori ad esempio, non si daranno più. Vogliamo provare ad andare oltre la lotta contro il Disegno di legge presentato da Maria Stella Gelmini e superare l'autunno con un percorso che metta insieme interessi diversi.

A differenza dell'anno scorso, la reazione contro il progetto della ministra Gelmini nel mondo universitario, come in quello politico, sembra ancora blanda. Avete l'impressione che si tratti di una riforma bipartisan?
Andrea Capocci. La riforma bipartisan è un tormentone che ci portiamo dietro da anni. In realtà non c'è mai stata un'opposizione di sistema contro le riforme. Del resto, sarebbe contraddittorio contrastare riforme che procedono in continuità da un governo all'altro. Più che dire però che c'è stata una risposta blanda, sottolineerei il fatto che la proposta di riforma è arrivata dopo un anno. La scelta del disegno di legge, e non del decreto, è una soluzione che prefigura tempi molto lunghi in cui il governo cercherà delle mediazioni in Parlamento. È la prova della capacità dell'Onda di praticare l'obiettivo, cosa che temo sia stata dimenticata da chi ha fatto parte del movimento. Se ancora oggi nel disegno di legge si parla dell'abolizione del ricercatore, questo è il risultato del movimento contro la riforma Moratti che ha fatto saltare il progetto cinque anni fa. Per questo non sarei così catastrofista sulla debolezza della risposta. La vedremo nel tempo.
Francesco Brancaccio. Sono d'accordo con Andrea: è stata la risposta dell'Onda ad imporre al governo di procedere con un più prudente disegno di legge. Il rinvio della riforma non ha fermato i tagli di 1,5 miliardi per l'università e di 7 per la scuola previsti dalla legge 133, ma ha comunque congelato l'azione del governo sull'università per più di un anno. Non perdiamo di vista che il Ddl è l'ennesima riforma a costo zero in un paese che non investe nella conoscenza e disprezza le intelligenze. Ciò non basta ad impedire a molti atenei, come la Sapienza, di adeguare i propri statuti prima ancora che la riforma diventi legge. La drastica riduzione del numero di facoltà per ogni ateneo viene fatta sulla base di presunti criteri di efficienza e produttività, laddove bisognerebbe semmai interrogarsi sulla crisi dell'attuale assetto delle discipline scientifiche. Tutto ciò impone una ripresa immediata delle mobilitazioni.
Francesco Sinopoli. Ho dei dubbi sul fatto che questa riforma sia bipartisan. Vorrei capire con quale altra parte sia stata concordata. Chi è stato fino ad oggi il responsabile università del Pd o dell'Idv? Rispetto al 2004 con la Moratti, si fa fatica a capire con chi dovremmo relazionarci all'interno dell'opposizione per fare, banalmente, un'audizione parlamentare. Questa situazione complicherà il lavoro. Non c'è dubbio però che sia avvenuto uno scambio con una parte del mondo accademico. Conferire poteri maggiori al rettore eletto solo dagli ordinari dice molto sul consenso che ha questa riforma. Così come il nuovo concorso che in realtà riproduce le solite logiche, non scalfisce il potere degli ordinari. C'è poi lo scambio con l'Aquis, il consorzio delle 13 università «virtuose» a danno delle università «improduttive», soprattutto meridionali, che ha spaccato il fronte accademico con la Conferenza dei Rettori (Crui). Ma questo non significa che l'accordo riguardi tutte le componenti dell'accademia. L'impostazione verticistica della riforma produrrà un assetto di potere che scontenterà molti, al di là dei precari e degli studenti.

A vostro parere il Disegno di legge affronta la situazione drammatica di un'università che ha mancato tutti gli obiettivi del processo di Bologna stabiliti 10 anni fa?
Cesare Gruber. La riforma Gelmini la ignora del tutto. Anzi, è un arretramento rispetto alla riforma Berlinguer del 1997. È molto italiana perché prospetta, fintamente, una sistemazione per migliaia di precari, ma blocca la formazione dei dottorandi attuali. Legarci in Italia con 10 anni di precariato, dopo i quali non c'è alcuno sbocco, significa negarci la mobilità ed isolare l'Italia rispetto all'Europa dove viene garantita.
Francesco Vitucci. Questa riforma non garantisce alcuna continuità di reddito per chi lavora da precario nella ricerca e manda avanti l'università. È irresponsabile perché danneggia l'autonomia del reddito che costituisce l'autonomia sociale dei singoli. Letteralmente folle è poi non prevedere un canale alternativo dopo i 6 anni di contratto a tempo determinato per i ricercatori. Se si vuole dare una stabilità secondo il merito, allora il merito deve premiare la produzione scientifica e culturale e non quello fiscale premiando gli atenei «virtuosi». Senza contare che il Ddl parla a malapena del dottorato e della necessità di cancellare i dottorati senza borsa.
Antonello Ciervo. Ricordo la finanziaria del 2000 del governo Amato che introduceva le Fondazioni nell'università. Avrebbero dovuto catalizzare investimenti privati, ma così non è stato. Le imprese, come nel polo farmaceutico di Chieti, hanno fatto «mordi e fuggi» e nel breve-brevissimo periodo hanno di fatto ritirato i fondi per la ricerca. Dove invece queste fondazioni sono decollate, hanno semplicemente posto in essere speculazioni immobiliari che sono servite per l'apertura di nuove sedi, magari pure decentrate.
Francesco Sinopoli. Quanto all'idea della Gelmini di introdurre nei consigli di amministrazione «almeno» il 40 per cento di esterni l'efficacia è tutta da dimostrare. Sono anni che si sente parlare di università aperte al territorio, ma ciò non è mai avvenuto. È l'elemento ricorrente in tutte le riforme. L'autonomia voluta dalla Gelmini si tradurrà in tanti Consigli di amministrazione con sedie vuote. Solo poche università codificheranno le relazioni già esistenti con l'impresa o le amministrazioni locali. Le altre andranno a mendicare. Avremo così un sistema di formazione più modesto, con una ricerca penalizzata che ricalcherà modelli aziendalistici non praticabili nel nostro paese, oltre che non condivisibili.

In questo disegno di legge, si parla tanto di valutazione. Voi cosa ne pensate?
Andrea Capocci. La valutazione è il caposaldo dell'ideologia bipartisan sull'università. Il suo obiettivo è di separare la riforma dell'università da quella del Welfare. Come ricercatore non posso non essere a favore della valutazione. Io lavoro per ampliare la conoscenza. Il problema è che se l'università di Milano riceve i fondi di quella della Calabria le disparità aumentano. Se invece si portano fondi in Calabria, allora si capisce che un sistema di valutazione va adottato in base ad una politica democratica. Un'altra cosa è valutare le università e, insieme, garantire il diritto alla mobilità, alla casa, al reddito, insomma un nuovo Welfare universalistico. Senza questa cornice, ogni valutazione diventa conservatrice. In un'economia della conoscenza, formazione, ricerca e Welfare sono la stessa cosa.

Ma è possibile misurare la produttività di un lavoro come quello della conoscenza?
Andrea Capocci. Non è solo difficile capire cosa significa produttività della ricerca, ma è altrettanto difficile capire cos'è produttivo nella trasmissione delle conoscenze. Spesso vengono separate, sebbene l'università faccia entrambe le cose. Nella conoscenza non esiste uno strumento di misura sganciato dall'obiettivo della misura stessa. Non si può definire prima cos'è la produttività, se non si sa a cosa serve una ricerca. In Italia non c'è solo il problema dei fondi. È che non esiste una discussione pubblica sulla ricerca, né sugli obiettivi che dovrebbe avere la nostra economia della conoscenza. Se non c'è questo, ogni valutazione vivrà in un vuoto pronto ad essere occupato da chi ha le armate più potenti.

Che idea di università esporrete all'assemblea del 20?
Antonello Ciervo. L'Onda non ha fatto solo una critica del potere dei baroni. Ha detto che oggi è in gioco l'università pubblica in quanto diritto. La sua idea di autoriforma ha sparigliato le carte rispetto ad un problema classico dei movimenti, il diritto allo studio. Autoriforma significa che l'università è innanzitutto un bene comune. E, in quanto bene comune, il movimento cerca di riappropriarsi dal basso dell'università in quanto luogo di trasmissione e di produzione del sapere. Su questa base a Perugia abbiamo conquistato consenso anche nel sindacato e nei partiti. Nell'Onda ha preso parola quello che con Sieyès chiamerei un nuovo «Terzo Stato», una soggettività che non ha nessun diritto ma che per questo paese è tutto.
Giuseppe Allegri. Magari fosse vero. Un terzo Stato dei lavoratori della conoscenza permanenti anche se retribuiti a intermittenza. Dopo 15 anni di precariato istituzionalizzato, questo terzo Stato capirà che le lotte corporative non bastano. La nostra generazione non può rassegnarsi a farsi ridurre all'invisibilità. Bisogna ridare dignità pubblica ad un'idea critica di università e di ricerca rispetto ai poteri.
Andrea Capocci. Penso che l'università dovrà diventare un centro erogatore di conoscenza che dia alle persone autonomia nel ciclo produttivo e una formazione permanente gratuita che sia un diritto e non un dovere per il lavoratore. Da quando l'Italia è diventata un paese postindustriale, scuola e università sono state inserite nelle reti dell'economia della conoscenza. Il problema è che questo è stato fatto al di sotto della soglia che permette l'autonomia. Fatto ancora più grave è che l'università non si è accorta di essere passata da un ruolo condiviso ad uno al servizio di un mondo produttivo che non vuole innovazione. Riacquisterà legittimazione sociale solo se smette di essere neutrale rispetto a questo processo. I saperi non devono essere trasmessi assecondando il ciclo economico al ribasso in cui l'Italia si trova oggi. I saperi devono essere usati come strumenti di opposizione e di garanzia sociale per il reddito. Se si esce dall'università sapendo usare solo un software della Microsoft, diventi precario nel giro di un anno perché sai fare solo quello. Chi invece ha competenze a largo spettro, da un'azienda se ne va perché sa riconvertirsi ed è meno ricattabile.
Francesco Vitucci. Parleremo di un'università della conoscenza che permette di avere un potere di innovazione, di non essere schiavi di chi ha bisogno solo delle tue mansioni e non della tua intelligenza, rispetto ad un'università della formazione che tende ad alleggerire l'impresa dai costi della formazione dei lavoratori che le spetterebbero. Questo è il punto.

Sette voci dall'università. Tra precarietà e indipendenza
Francesco Brancaccio è dottorando in Teoria dello stato alla Sapienza e partecipa ai «laboratori precari» della rete romana dei dottorandi e dei ricercatori precari. Giuseppe Allegri insegna a contratto Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza e fa parte della Rete Nazionale dei Ricercatori Precari. Francesco Sinopoli fa parte della Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) nazionale della Cgil ed è dottorando in Diritto del lavoro all'università di Bari. Andrea Capocci è borsista di postdottorato in Fisica alla Sapienza, fa parte dei «laboratori precari» romani. Cesare Gruber è dottorando in biofisica alla Sapienza e fa parte dell'Associazione dei dottorandi Italiani (Adi). Francesco Vitucci è dottorando in fisica alla Sapienza ed è membro dell'Adi. Antonello Ciervo è dottore di ricerca in diritto pubblico e partecipa al coordinamento dei precari dell'università di Perugia.

martedì 3 novembre 2009

La Sapienza - 20 novembre: assemblea nazionale - Riprendere la parola, rilanciare il movimento


Appello per un'assemblea nazionale a Roma a "La Sapienza" venerdì 20 Novembre. Il Disegno di legge per la riforma dell'Università, da poco approvato in Consiglio dei ministri (28.10), ci impone di riprendere la parola. E' passato un anno, infatti, da quel movimento straordinario che ha congelato ogni ipotesi di riforma organica dell'università, invadendo le piazze di tutta Italia. Un movimento, quello dell'Onda, che ha saputo reinventare il conflitto in un Paese trafitto dalle destre e privo di opposizione. Un movimento che, partito nelle università, è dilagato nelle scuole e ha coinvolto anche noi, precari della ricerca, già protagonisti delle lotte contro il Ddl Moratti nell'autunno del 2005.

La forza dell'Onda ha in buona parte fermato l'iniziativa governativa (ricordiamo che al seguito dell'approvazione del Dl 137 sulla scuola - 29 ottobre del 2008, la Gelmini aveva promesso un decreto legge anche per l'università), ma non è riuscito ad ottenere l'annullamento dei tagli finanziari alla formazione, massicciamente introdotti dalla Legge 133 (8 miliardi di euro in meno per la scuola, 1.5 miliardi di euro per l'università). Oggi, nel pieno di un autunno sempre più carico di disoccupazione e di precarietà, indubbiamente ancora debole sul piano del conflitto, il governo ha ripreso l'offensiva.

Il Ddl colpisce a morte l'università pubblica, riorganizzandola a partire dall'insistenza dei tagli. Se la parte relativa alla governance prefigura università snelle (per numero di facoltà), prive di democrazia (riduzione e svuotamento delle competenze degli organi collegiali) e aziendalizzate (apertura ai privati del Consiglio di amministrazione), la seconda, quella che delega il governo al riordino del diritto allo studio secondo la retorica del merito, introduce il prestito d'onore per gli studenti, imponendo la formula del debito individuale in sostituzione ai diritti comuni.

Ma è la terza parte quella che ci riguarda di più. In primo luogo viene abolita la terza fascia di docenza, quella dei ricercatori a tempo indeterminato. Solo contratti a termine per chi fa ricerca; poi, dopo sei anni e un'abilitazione, tutti a sgomitare per i pochi posti da professore associato, in concorsi locali e notoriamente "meritocratici" ma in realtà profondamente opachi , i cui criteri restano sostanzialmente invariati rispetto a quelli attuali. In generale, questo DDL cambia tutto per non cambiare nulla. Per un verso nessuna delle proposte elaborate in questi anni dai precari viene assunta, e resta la giungla di contratti precari che caratterizzano l'università attuale (gli assegni di ricerca, le borse di studio, i contratti di docenza e altro), con la ratificazione dei contratti di docenza GRATUITI.

Per un altro verso si riduce lo spazio per la ricerca e si consolida la tendenza alla liceizzazione dell'università pubblica, in cui il compito prevalente delle figure "stabili" sarà la didattica. La riforma promette solo tagli e non è previsto alcun incremento di fondi: non si capisce quindi con quali soldi si potranno assumere i ricercatori a tempo determinato, il cui costo è superiore a quello degli attuali associati. Il tetto alla spesa per il personale confermato nel disegno di legge e i tagli pesantissimi della legge 133 che già oggi stanno producendo migliaia di licenziamenti non faranno che aggravarsi. Le campagne stampa che parlano di abolizione del precariato sono chiaramente demagogiche: questa riforma il precariato della ricerca lo moltiplica all'infinito.

E' chiaro dunque che se questo DDL venisse approvato dalle Camere si definirebbe un punto di non ritorno, meglio, la dismissione dell'università pubblica che abbiamo conosciuto fino ad adesso. Un'università, intendiamoci bene, che non ci siamo mai sognati di difendere e che abbiamo con forza e passione criticato, a partire dal nostro ruolo. Oggi è necessario, però, riprendere la critica dei tagli e del DDL che ne è diretta espressione.

Pretendere di finanziare questa riforma con i soldi dello scudo fiscale è insensato. Non si può vincolare l'università italiana alle trovate della finanza creativa del ministro dell'economia Tremonti. Resta il fatto che in Italia si spende meno dell'1% del PIL in ricerca, e questa riforma non prevede alcun incremento. Per questo riteniamo giunto il momento di riprendere parola, per confrontare analisi e proposte, ma anche e soprattutto per ridefinire una piattaforma e un'agenda di lotte condivise. Un'agenda che non si limiti ad assumere la partecipazione alle scadenze sindacali già in cantiere, ma che piuttosto faccia delle stesse occasioni per rilanciare un movimento e una campagna politica molto più ampia e a lungo termine, che riguardi l'università e la ricerca, ma che si leghi anche alle lotte degli studenti e della scuola e che cominci a immaginare e a pretendere un nuovo Welfare.

A partire da queste premesse e convinti che le nostre parole rispondano ad un'esigenza diffusa, convochiamo per venerdì 20 novembre, alle ore 10 presso Sapienza un'assemblea nazionale con il seguente odg:

1. Analisi del Ddl


2. Piattaforma delle rivendicazioni
3. Agenda delle mobilitazioni nazionali e territoriali

E' infine fondamentale coinvolgere nella partecipazione e nel dibattito gli studenti e i precari della scuola.


Laboratori Precari (Rete di dottorandi e ricercatori precari delle Università di Roma)
Coordinamento nazionale precari della ricerca - Cgil Flc


Link di riferimento:
laboratoriprecari.blogspot.com
www.uniriot.org