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giovedì 1 aprile 2010

Università, precari della cattedra a centinaia resteranno a spasso


[www.repubblica.it]
Sono docenti a tutti gli effetti, ma invisibili e "non strutturati". Con i tagli l'unica alternativa che avranno sarà insegnare gratis

di Laura Montanari

Centinaia di docenti a contratto resteranno senza un corso o saranno "costretti" a insegnare gratis. Alcuni del resto già lo fanno. Sono i precari della cattedra, quelli che da anni vengono spremuti dalle università italiane, tenuti a far lezione anche a cento o duecento allievi per volta, quelli che fanno ricevimento studenti, seguono le tesi, assistono agli esami, danno i voti. Docenti a tutti gli effetti eppure invisibili, "non strutturati": i loro nomi non si trovano né fra i ricercatori, né fra gli associati, né fra gli ordinari. Non hanno alcuna rappresentanza nelle facoltà, né negli organi di governo delle università. Sono esterni, cattedre low cost, in genere freschi di studio, aggiornati e qualificati. Molti hanno già avuto assegni di ricerca e borse di studio e vengono "parcheggiati" nella docenza più precaria che esista perché in questo modo le accademie possono continuare ad assicurare corsi a costo zero o a compensi irrisori. Dal loro canto, alcuni accettano lo stesso questi contratti capestro per proseguire il lavoro nel mondo accademico e sperando che prima o poi le università riaprano il reclutamento. Il fatto è che sono tanti, anzi tantissimi se in questa categoria di precari si includono anche assegnisti e contrattisti "costretti" pure loro a insegnare gratis. L'ultima rilevazione statistica del ministero è del 2008 e ne contava circa 38mila.

Per anni gli atenei hanno pescato da questo serbatoio per creare nuovi corsi e ampliare l'offerta formativa. Di recente è entrata in vigore una norma che impone che i corsi di laurea debbano essere tenuti almeno per il 50% da docenti strutturati (cioè ordinari, associati o ricercatori). Con la stretta finanziaria del governo sulle risorse alle università, i docenti a contratto sono i primi "esuberi" ad essere tagliati. Siccome però gli insegnamenti che coprono sono numerosi, gli atenei trovano una via di fuga offrendo la docenza gratuita oppure offrendo compensi risicati e diversi da ateneo ad ateneo, o da facoltà a facoltà: da zero a mille o duemila euro l'anno.

"Per uno che rifiuta c'è la fila comunque fuori dalla porta" racconta un professore dell'università la Sapienza. E' così che con la crisi finanziaria, avanza questa figura atipica, questa specie di "volontariato" della cattedra. "Anche in passato c'erano università che ci proponevano corsi a stipendio zero", spiega un ricercatore dell'università di Firenze.

Il fenomeno è in ulteriore crescita. A Pisa è partita la campagna "Gratis io non lavoro" che è un invito a rifiutare di tenere insegnamenti senza ricevere in cambio alcun compenso. Ma corsi non retribuiti si incontrano in diverse università: Napoli, Palermo, Siena, Cassino, Pisa, Firenze, Roma. "Siamo noi il vero tesoretto degli atenei - spiega Ilaria Agostini, del Coordinamento nazionale ricercatori precari della Cgil - negli ultimi sei anni io ho firmato 15 contratti con le università di Perugia, Ginevra e Firenze. Quest'anno ho detto basta, non ci sto: Firenze mi ha chiesto di salire in cattedra gratuitamente, prima mi pagavano tre euro lorde l'ora adesso zero, non è nemmeno un contratto di lavoro è una carta dove ci sono soltanto doveri e un unico diritto, quello di avere una casella di posta elettronica targata unifi".

Non tutti rifiutano: "Io ho accettato - spiega Stefano Follesa, che tiene un corso di Arredamento per 120 allievi all'università di Firenze - ho una borsa di dottorato, faccio ricerca, insegno retribuito in un istituto privato. Certo che non è giusto che le università ci chiedano di insegnare gratis, ma per poter modificare questo sistema bisogna viverci dentro e lottare per cambiare le regole".

martedì 30 marzo 2010

Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani - Milano, 29 aprile 2010


Ai colleghi RU delle Università Italiane

- visto l’andamento del dibattito in Senato sul DDL 1905, che rischia di penalizzare ulteriormente il sistema universitario italiano e colpire in particolare il ruolo e la funzione degli attuali ricercatori universitari,

- vista la diffusione della protesta a livello nazionale e la ricaduta in documenti ufficiali della CRUI,

- in vista della ripresa dei lavori in Commissione Cultura e Bilancio sul DDL 1905 S (Gelmini),

i ricercatori degli atenei di Cagliari Milano Napoli e Torino

propongono

un’Assemblea Nazionale dei Ricercatori italiani (strutturati e precari)

in cui discutere:

- un documento nazionale di analisi delle maggiori criticità della situazione dell’università italiana e dei contenuti del DdL Gelmini

- una lista condivisa di richieste prioritarie di modifica al DDL 1905 S.

- le azioni possibili (già intraprese / da intraprendere) per evitare che il testo venga approvato nella forma attuale e per riavviare il ragionamento sul Sistema universitario Italiano

- una estensione nazionale della dichiarazione di indisponibilità alla didattica non dovuta ai sensi della L. 382 /80

Tutte le università italiane sono invitate a partecipare attraverso proprie rappresentanze e a organizzare assemblee preparatorie in ciascun ateneo.

Una proposta di piattaforma verrà diffusa quanto prima.

L’assemblea si terrà a Milano in data 29/4/2010.

I ricercatori degli atenei di Cagliari, Milano, Napoli e Torino

martedì 10 novembre 2009

Sì all'apertura del tavolo sui precari


[torino.repubblica.it] Dopo il Politecnico anche l'Università aprirà un tavolo sulla situazione dei precari della ricerca, rappresentati dalla Flc-Cgil. Ieri, studenti, ricercatori e docenti hanno organizzato un presidio in Rettorato. Una delegazione è stata ricevuta dal rettore, che si è impegnato a portare le istanze in Senato accademico, compresa la forte contrarietà al ddl Gelmini sull'Università. Pelizzetti ha anche ricordato che il bilancio 2009 si chiuderà in positivo, con un leggero avanzo.
Vedi anche:

martedì 3 novembre 2009

La Sapienza - 20 novembre: assemblea nazionale - Riprendere la parola, rilanciare il movimento


Appello per un'assemblea nazionale a Roma a "La Sapienza" venerdì 20 Novembre. Il Disegno di legge per la riforma dell'Università, da poco approvato in Consiglio dei ministri (28.10), ci impone di riprendere la parola. E' passato un anno, infatti, da quel movimento straordinario che ha congelato ogni ipotesi di riforma organica dell'università, invadendo le piazze di tutta Italia. Un movimento, quello dell'Onda, che ha saputo reinventare il conflitto in un Paese trafitto dalle destre e privo di opposizione. Un movimento che, partito nelle università, è dilagato nelle scuole e ha coinvolto anche noi, precari della ricerca, già protagonisti delle lotte contro il Ddl Moratti nell'autunno del 2005.

La forza dell'Onda ha in buona parte fermato l'iniziativa governativa (ricordiamo che al seguito dell'approvazione del Dl 137 sulla scuola - 29 ottobre del 2008, la Gelmini aveva promesso un decreto legge anche per l'università), ma non è riuscito ad ottenere l'annullamento dei tagli finanziari alla formazione, massicciamente introdotti dalla Legge 133 (8 miliardi di euro in meno per la scuola, 1.5 miliardi di euro per l'università). Oggi, nel pieno di un autunno sempre più carico di disoccupazione e di precarietà, indubbiamente ancora debole sul piano del conflitto, il governo ha ripreso l'offensiva.

Il Ddl colpisce a morte l'università pubblica, riorganizzandola a partire dall'insistenza dei tagli. Se la parte relativa alla governance prefigura università snelle (per numero di facoltà), prive di democrazia (riduzione e svuotamento delle competenze degli organi collegiali) e aziendalizzate (apertura ai privati del Consiglio di amministrazione), la seconda, quella che delega il governo al riordino del diritto allo studio secondo la retorica del merito, introduce il prestito d'onore per gli studenti, imponendo la formula del debito individuale in sostituzione ai diritti comuni.

Ma è la terza parte quella che ci riguarda di più. In primo luogo viene abolita la terza fascia di docenza, quella dei ricercatori a tempo indeterminato. Solo contratti a termine per chi fa ricerca; poi, dopo sei anni e un'abilitazione, tutti a sgomitare per i pochi posti da professore associato, in concorsi locali e notoriamente "meritocratici" ma in realtà profondamente opachi , i cui criteri restano sostanzialmente invariati rispetto a quelli attuali. In generale, questo DDL cambia tutto per non cambiare nulla. Per un verso nessuna delle proposte elaborate in questi anni dai precari viene assunta, e resta la giungla di contratti precari che caratterizzano l'università attuale (gli assegni di ricerca, le borse di studio, i contratti di docenza e altro), con la ratificazione dei contratti di docenza GRATUITI.

Per un altro verso si riduce lo spazio per la ricerca e si consolida la tendenza alla liceizzazione dell'università pubblica, in cui il compito prevalente delle figure "stabili" sarà la didattica. La riforma promette solo tagli e non è previsto alcun incremento di fondi: non si capisce quindi con quali soldi si potranno assumere i ricercatori a tempo determinato, il cui costo è superiore a quello degli attuali associati. Il tetto alla spesa per il personale confermato nel disegno di legge e i tagli pesantissimi della legge 133 che già oggi stanno producendo migliaia di licenziamenti non faranno che aggravarsi. Le campagne stampa che parlano di abolizione del precariato sono chiaramente demagogiche: questa riforma il precariato della ricerca lo moltiplica all'infinito.

E' chiaro dunque che se questo DDL venisse approvato dalle Camere si definirebbe un punto di non ritorno, meglio, la dismissione dell'università pubblica che abbiamo conosciuto fino ad adesso. Un'università, intendiamoci bene, che non ci siamo mai sognati di difendere e che abbiamo con forza e passione criticato, a partire dal nostro ruolo. Oggi è necessario, però, riprendere la critica dei tagli e del DDL che ne è diretta espressione.

Pretendere di finanziare questa riforma con i soldi dello scudo fiscale è insensato. Non si può vincolare l'università italiana alle trovate della finanza creativa del ministro dell'economia Tremonti. Resta il fatto che in Italia si spende meno dell'1% del PIL in ricerca, e questa riforma non prevede alcun incremento. Per questo riteniamo giunto il momento di riprendere parola, per confrontare analisi e proposte, ma anche e soprattutto per ridefinire una piattaforma e un'agenda di lotte condivise. Un'agenda che non si limiti ad assumere la partecipazione alle scadenze sindacali già in cantiere, ma che piuttosto faccia delle stesse occasioni per rilanciare un movimento e una campagna politica molto più ampia e a lungo termine, che riguardi l'università e la ricerca, ma che si leghi anche alle lotte degli studenti e della scuola e che cominci a immaginare e a pretendere un nuovo Welfare.

A partire da queste premesse e convinti che le nostre parole rispondano ad un'esigenza diffusa, convochiamo per venerdì 20 novembre, alle ore 10 presso Sapienza un'assemblea nazionale con il seguente odg:

1. Analisi del Ddl


2. Piattaforma delle rivendicazioni
3. Agenda delle mobilitazioni nazionali e territoriali

E' infine fondamentale coinvolgere nella partecipazione e nel dibattito gli studenti e i precari della scuola.


Laboratori Precari (Rete di dottorandi e ricercatori precari delle Università di Roma)
Coordinamento nazionale precari della ricerca - Cgil Flc


Link di riferimento:
laboratoriprecari.blogspot.com
www.uniriot.org

mercoledì 23 settembre 2009

23 settembre: assemblea a Palazzo Nuovo


Mercoledi 23 settembre 2009
ore 17, Palazzo Nuovo (università di Torino)


Precari Autoconvocati, Onda Anomala, Patto di Base, Cub e Cobas scuola invitano tutti e tutte all'assemblea, che si terrà all'università di Torino, contro tagli e precarietà

domenica 20 settembre 2009

Precari e università... stessi tagli, stessa precarietà!


Ci troviamo di fronte ad una vera e propria campagna di rottamazione della scuola pubblica. Se già nelle finanziarie 2007 e 2008 (eseguite dal ministro Padoa Schioppa del governo Prodi) erano stati previsti tagli complessivi per 47mila posti, di cui 42mila docenti e 5mila personale ATA, a fine di quest’anno la ministra Gelmini si propone di portare a conclusione la seconda parte della sua contestatissima riforma, per un totale di 42mila posti in meno per i docenti e 15mila per il personale ATA. Queste cifre fanno ancora più rabbrividire se ci spingiamo oltre e calcoliamo il totale dei licenziamenti entro il 2012: 109.341 insegnanti in meno e 47.500 personale ATA senza lavoro. Numeri questi che sembrano un bollettino di guerra e consegnano alla disoccupazione centinaia di migliaia di persone, per non contare le pesanti ripercussioni che tutto ciò avrà sul mondo della scuola, logisticamente e didatticamente.

Anche Torino subirà pesanti conseguenze e pare si parli di circa 3mila insegnati che già da quest’anno rimarranno senza lavoro. La mobilitazione contro i tagli cresce in tutta Italia, soprattutto al Sud dove le condizioni di vita sono già estremamente precarie a causa della crisi e di una situazione più complessiva penalizzata da decenni di malgoverno. A Nord la mobilitazione non è però assente e diverse sono le città che, fin prima dell’inizio delle scuole, hanno organizzato iniziative di protesta e presidi.

Oggi le scuole primarie sembrano esser state riportate al triste modello del ventennio fascista: maestro unico, ora di religione obbligatoria e al pari delle altre materie, tetto massimo del 30% di immigrati nelle classi e ciliegina su questa torta avvelenata, divieto annunciato di “fare politica” all’interno delle scuole, quando per fare politica la ministra intende la voglia degli insegnanti e del personale scolastico di offrire la migliore formazione possibile, a garanzia dei bisogni degli studenti e delle loro famiglie.

È evidente come il governo stia ripensando a tutto il funzionamento del mondo della formazione avendo come unico criterio pratico-progettuale quello contabile e amministrativo. Tagli ai finanziamenti, riduzione dell’offerta didattica, rifiuto di soddisfare i reali bisogni di chi la scuola la frequenta (abolizione di corsi d’italiano per immigrati, accompagnamento a studenti con disabilità e/o difficoltà nell’apprendimento ecc…), blocco delle assunzioni per i precari e classi sovraffollate, sono solo una parte di quello che ci aspetta. Non servono a molto le varie dichiarazioni fatte dai vari ministri, per giustificare questi disastri, nelle quali si vanta l’utilizzo di criteri finalizzati alla qualità e alla sostenibilità della scuola. Gli obiettivi e le conseguenze di questa manovra economica (e delle precedenti) sono oramai palesemente chiare e disastrose.

Questo attacco ai precari e alla scuola è, in realtà, solo una parte di quello che è un affronto generalizzato contro il sistema della formazione. Dimostrazione di ciò è tutto quel che le università in lotta hanno combattuto lo scorso anno: tentativo di smantellamento dell’università pubblica attraverso tagli indiscriminati, riduzione del turnover dei docenti, riduzione del personale di servizio e la possibilità data ai privati e alle imprese di entrare ancora maggiormente nel cuore della vita e della gestione universitaria. La rottamazione della scuola e l’aziendalizzazione dell’università si inseriscono in un contesto generale di crisi economico-finanziaria che ha prodotto un’insicurezza generale, ha incrementato il tasso di disoccupazione ed ha acuito la fatica di molte famiglie ad arrivare a fine mese. Questo quadro ci obbliga, come detto in apertura, a rimboccarci le maniche anche all'università, insieme alle scuole, insieme ai soggetti sociali che questa crisi non la voglion proprio pagare!