lunedì 19 aprile 2010

Rettore Pelizzetti: non ti laverai la coscienza con questa Conferenza!


[www.infoaut.org]
Si è tenuto oggi pomeriggio il secondo dei tre appuntamenti in cui il Rettore dell'Università di Torino, Ezio Pelizzetti, ha deciso di strutturare (e convocare) la Conferenza d'Ateneo. Conferenza che, se da una parte, è stata un atto dovuto dopo le pesanti pressioni create dalle proteste dei ricercatori e dalle continue rivendicazioni dei precari e degli studenti, dall'altra si voleva presentare come tentativo da parte delle istituzioni accademiche di porsi in modo accondiscendente nei confronti di tutti gli altri soggetti che realmente vivono l'università, un modo per dire che "anche loro" sono contro questo DDL attualmente in discussione in Parlamento.

Forse, però, non tutto è andato secondo i piani...

Dopo le relazioni iniziali del Direttore Amministrativo, del Rettore stesso e della professoressa Perroteau (presidente del nucleo di valutazione) che hanno illustrato come e quanto l'università di Torino sia bella e brava nella "gestione della complessità" della crisi in atto, si sono susseguiti numerosi interventi da parte di ricercatori, studenti, precari e persino di qualche docente, che hanno duramente criticato i contenuti e la struttura stessa di questo appuntamento.

Da tutti è stato sottolineato come il loro modo di porsi altro non è se non una gestione della crisi dell'università, un mettere le pezze qua e là, il tentare di salvare l'insalvabile, il tutto a spese dei soggetti più coinvolti dai tagli, ovvero i precari e gli studenti e di come ben poco questo approccio assomiglia ad una reale presa di posizione contraria alla riforma.

Molti degli interventi hanno infatti richiamato la ricchezza e le potenzialità di un movimento come quello dell'Onda, movimento che a più riprese aveva chiesto a Rettore e Senato Accademico una presa di posizione radicale (quali, ad esempio, le dimissioni), richieste alle quali si è sempre preferito fare orecchie da mercante. Gli studenti, ma anche i precari e i ricercatori, hanno fatto notare come le istituzioni accademiche si siano imbellettate di termini quali autoriforma (!) e gestione della governance senza però mai porsi il reale problema che sta alla base di questo tracollo dell'università pubblica e hanno accusato le istituzioni accademiche di voler semplicemente mirare a consolidare gerarchie di potere già ben note (e che essi vedono in qualche misura traballare con l'ingresso dei privati nelle sedi decisionali).

In gioco, è stato più volte ripetuto, infatti, c'è molto di più dell'essere e mantenere il titolo di "università di eccellenza", dell'interesse corporativo di alcune componenti dell'università, o dell'intraprendere carriere politiche e avviare progetti privati. La posta in palio è infatti molto più alta, perchè in gioco c'è il futuro dell'università pubblica tutta, oltre al futuro di migliaia e migliaia di giovani.

Mentre i precari hanno messo l'accento sulla mancanza di rappresentanza (non erano neanche stati menzionati nell'invito alla conferenza!) e sulla situazione sempre più difficile in cui si vengono a trovare, i ricercatori hanno nuovamente dichiarato la loro indisponibilità a fare più ore di lezione di quelle previste per legge, minacciando dunque la quanto mai reale possibilità che la maggior parte dei corsi (soprattutto le specialistiche delle materie scientifiche) il prossimo anno non partano, in quanto rimarrebbero scoperti un gran numero di insegnamenti.

Tutti gli intervenuti hanno rimarcato la necessità di una risposta immediata e il più possibile unitaria, offrendo per l'ennesima volta la possibilità a Rettore (e company) di diventare parte della soluzione e non del problema (come finora è stato). Mentre i ricercatori hanno chiesto al Rettore e al Senato accademico di fare in modo che la settimana di maggio in cui hanno già previsto di sospendere le loro attività, venga trasformata in una settimana di sospensione completa della didattica a livello di d'ateneo, gli studenti hanno rilanciato la palla sul prossimo autunno, chiedendo al Rettore di convocare una vera e propria Assemblea d'ateneo, in cui sia realmente possibile (senza doversi iscrivere prima, sia per partecipare che per intervenire!) confrontarsi su come opporsi alla riforma.

Il Rettore, in palese difficoltà, non ha ovviamente dato alcuna risposta alle richieste, rimandando tutto al prossimo Senato Accademico e al terzo incontro della Conferenza d'Ateneo, previsto per il 18 maggio.

Ma oggi era davvero chiaro a tutte e tutti che: Pelizzetti... o sei parte della soluzione o sei parte del problema! Non sarà una conferenza a lavarti la coscienza!

sabato 17 aprile 2010

Riflessioni su Acmos, Scuola di politica, Libera e pseudo-cultura della sinistra giustizialista


[www.ksainfo.it] Ho maturato una serie di riflessioni personalissime da proporvi un po' come provocazione un po' come contro-voce alla dialettica di alcuni personaggi a mio parere piuttosto ambigui. Non mi perderò in personalismi sul soggetto di Mattiello (anche se ce ne sarebbero da raccontare di chiacchiere da bar), ma cercherò di lanciarmi entro le mie modeste possibilità in un'analisi di ciò che è Acmos e di perché una vera contro-cultura di sinistra dovrebbe disdegnare questo tipo di associazione. Prego i pedagoghi e gli studenti "politicizzati" di quell'alterità così poco alternativa di seguire il ragionamento senza preconcetti mortificanti. Su più piani si può sviluppare una critica alle contraddittorietà insite in questa forma di associazionismo, per il momento ne circoscriverò (in modo semplicistico) tre. Si può partire dall'intento stesso: Acmos si definisce come un'associazione che si occupa dell'educazione alla cittadinanza attiva. Cosa significa e in che termini si può stabilire cos'è educazione e in cosa consiste il concetto di cittadinanza attiva? E ciò che qui viene chiamata educazione non è forse più simile al disciplinamento? Ma consideriamo un punto per volta e svisceriamo le obbiezioni: come alcuni dei magnificenti pedagoghi di cui sopra potranno insegnarmi risiede una profonda differenza tra il concetto di educazione e quello di disciplinamento, dove in disciplinamento si può considerare come una locuzione particolare di "normalizzazione". In questi mesi abbiamo spesso parlato di "normalizzazione" per quanto riguarda le trasformazioni che sta subendo la scuola e sarà ormai noto a quasi tutti ciò che significa. Per dirla alla cazzo la "normalizzazione" consiste nell'eliminazione della coscienza critica e nell'iper-controllo atto a evitare lo sviluppo del conflitto sociale, quindi nel costruire un cittadino modello, ma a modello di mercato e di capitale. In questo contesto si inserisce (consciamente e in parte subconsciamente se vogliamo essere buoni) il ruolo di Acmos. Il disciplinamento praticato attraverso la cosiddetta scuola di politica (come se la politica potesse essere insegnata) non è altro che il tentativo di incanalare sotto dei binari già prescritti e (appunto) "normalizzati" i possibili militanti e interlocutori del conflitto sociale. Nella scuola di politica intesa da questi arguti (enorme ironia) sociologi non c'è alternativa a questa democrazia direzionale che ormai risponde così poco alle esigenze degli individui (attento bene a non parlar di cittadini!) e così tanto a quelle del mercato. Per loro non c'è alternativa a un sistema di deleghe (che contraddicono quindi la caratteristica "attiva" della cittadinanza) ormai in crisi non solo in Italia, ma in tutto il mondo, tanto che ormai tutti i politologi anche i più reazionari e conservatori parlano di crisi della democrazia. Si insegna un rispetto delle norme assoluto e imperante anche dove le norme di fondo sono contraddittorie non solo con i bisogni dei singoli ma anche col concetto di Stato e statalismo stesso. Tutte le politiche altre (che dalla Rivoluzione Francese in poi sono state le uniche a cambiare la geopolitica e la micro politica sociale dal basso) sono ignorate e considerate scarti da giustiziare. Le vere alternative (e quindi le vere alterità) marcate dal disincanto sociale vengono bollate come diaboliche e criminali solo perché esprimono le necessità ultime e sono veramente capaci di creare dissesto. Ma al di là di questo voglio tornare sul concetto di binario unico e di "normalizzazione" morale e sociale. Queste ale politiche staccatesi dalla destra di un PCI ormai allo sfascio e rientrate subito nelle file del post-comunismo giustizialista hanno assunto come termini unici di scesa in piazza (anche in quelle rare occasioni per modo di dire) la difesa della costituzione e della democrazia, proprio quella democrazia che essendo garante del sistema costituito crea le problematiche contro cui lottano. Quindi o inconsapevolmente sono dei cani (rincoglioniti) che si mordono la coda oppure consapevolmente sono dei bastardi complici di questi meccanismi perversi di riciclo della crisi. Non mi interessa sentenziare a quale delle due categorie appartengano (infondo non so nemmeno quale sia la peggiore) ma trovo disgustoso e in parte arido l'utilizzo che quindi viene fatto della capacità creativa e sociale adolescenziale, in una totale assuefazione alle pratiche dell'arrendevolezza, dell'inserimento produttivo e dell'estraneazione. Quasi un sovietismo autoindotto (che contraddizione!), dove non esiste ribellione ma esclusivamente critica, dove l'unico mezzo di pseudo-protesta è la lettera di "denuncia" (chi ha visto Good Bye Lenin sa cosa intendo) o la discesa in piazza pacifica e sottomessa. Cosa veramente di poco conto per questi intellettualoidi "nuova razza istituzionalista" di una sinistra smangiata e arteriosclerotica. Questa sinistra che schiera i miti (ma quelli commerciali) di Che Guevara vicino alla bandiere della pace facendo un pot-pourri di ideologie e contestualizzazioni storiche diverse e incoerenti tra loro. Mi sono un po' dilungato su questo punto (nonostante questo ciò che ho preso in considerazione è solo una brevissima parentesi di ciò che andrebbe discusso), ma non preoccupatevi ne ho ancora di facezie divertenti (si fa per dire) da raccontarvi. Indi per cui passiamo al secondo punto. Fin'ora ho criticato alcuni aspetti se vogliamo legati alle ideologie (contraddittorie) di cui Acmos si fa bandiera, con la pretesa di educare (pretesa che io personalmente non mi pongo, infatti con questo scritto non ho nessuna intenzione di invasare qualcuno, ma piuttosto di pormi e porvi delle domande e proporvi quelle che sono le mie modeste risposte) adesso invece voglio parlare del sistema interno di Acmos in quanto associazione (in questi termini si svilupperà anche il terzo punto ma su un piano più ideologico e generale). Infatti la così ostentata democrazia all'interno di questa associazione manca del tutto! O almeno manca negli aspetti della partecipazione. Mi spiego meglio: Acmos in realtà è un'associazione dai forti connotati gerarchici e ha un sistema di funzionamento all'interno dei GEC (Gruppi di educazione alla cittadinanza) fortemente personalista. Basti pensare che il nome GEC è stato scelto da Mattiello perché gli piacciono i gechi! (Ok avete ragione avevo detto niente pettegolezzi). Ritornando a noi, le strutture portanti di Acmos sono affidate esclusivamente ai fedelissimi in modo che nessun intervento di esterni possa cambiare la rotta al barcone. Alla faccia della democrazia! Alla faccia della partecipazione! Alla faccia dell'attivismo! Proprio in questi termini si sviluppa una critica (il terzo punto) allo strumento dell'associazione, ormai superato rispetto al concetto di autorganizzazione e quindi di politica veramente dal basso. L'associazionismo si costituisce di se e per se di un modello poco dinamico alle trasformazioni sociali e favorisce in ogni sua espressione l'aspetto competitivo e concorrenziale, individualista nel senso marcio, dove la partecipazione non è altro che la spinta all'arrampicamento sociale anche al di fuori dei meccanismi lavorativi. Ogni associazione vive di un resoconto economico gestito da pochi e da chi per elezione o per maturità (dubbia) all'interno di essa stessa ha quindi il controllo. L'autorganizzazione elimina in tronco qualsiasi di questi problemi e risponde secondo necessità e secondo bisogni alle trasformazioni sociali e alla sensibilità di spostamento del conflitto. Non ha vertici ma solo militanti eguali nel rispetto delle loro esistenziali diversità. La politica dal basso, matura, alternativa, contro e insieme altra, viva, lucente e lucida, formata di una cultura propria svincolata dai termini del mercato e del capitale è questa. Specie in questo momento socio-politico. Specie in queste maree di populismo alla buona e di sentimenti preconfezionati Bauli da borghesotti pietisti.

Note su Libera: l'associazione "antimafia"

Come in ogni aspetto dell'analisi sociale degli intellettuali di Acmos e Libera anche nel concetto di mafia e nella conseguente espressione di antimafia c'è una visione banale e folkloristica di ciò che è questo fenomeno e di quale sia il suo genoma evoluto al mondo attuale. Non sono un grande esperto ma mi permetto di fare un paio di considerazioni che credo chiunque con un minimo di ragionamento possa fare. La visione di Libera delle mafie (come ama dire Mattiello, per una volta giustamente, perché la mafia non è una sola ed è tutta intorno a noi) considera questo fenomeno come un fenomeno di caratura esclusivamente sociale (come farebbe un anarcoide, va beh un anarcoide lo farebbe con tutto) evitando di tuffarsi e di certo non a malincuore in quelli che sono gli aspetti politico-economici della questione. Infatti noi corroborati dal vecchio e nuovo marxismo e dall'amore che ancora proviamo per i buoni vini non ci stancheremo mai di affermare che ogni fenomeno di questo genere è strettamente intrecciato con il capitale e con il mercato. Si può affermare in modo un po' semplicistico che le mafie ora come ora siano una fazione estrema e sicuramente la più produttiva del mondo neoliberalista, mondo di cui la democrazia attuale è garante. Democrazia che è difesa da Libera. Ma allora Libera difende i mafiosi? E' un po' troppo iperbolica come visione ma di certo ha del vero. Infatti è evidente a tutti che nell'Italia dagli anni 50 fino ai giorni nostri Stato e Mafia hanno convissuto insieme in simbiosi essendo in tutti i sensi e in tutte le sfaccettature facce della stessa medaglia (il mondo liberale, anche quello progressista) e parassiti reciprochi. Quindi è evidente che non si può distruggere la mafia se non distruggendo (o almeno cambiando interfaccia) il mondo capitalistico. Abbiamo visto (addirittura in Gomorra) come il "Sistema" non sia altro che un'enorme e flessibile e geniale nella sua orribilità azienda post-moderna (anzi iper-moderna). Quindi non è nel cambiare le teste e nel cambiare le coscienze o perlomeno non solo che ci si può definire antimafia. Ma si è anti quando si cerca di sradicare le mafie e per sradicare le mafie bisogna sradicare il sistema di cui il "Sistema" non è altro che un ingranaggio. Sarebbe bello se la mafia sparisse a mattina dopo un lungo volantinaggio e una bella assemblea auto(?)gestita, ma purtroppo non è così ed è da ingenui pensarlo. Ammettendo che lo sostengano davvero! Ammettendo che non siano solo ideali di comodo...

Curiosità su Peppino Impastato e sul fatto che non centri un cazzo col modo di fare politica di Libera

Uno dei grandi eroi di cui si forgiano e si sono appropriati (indebitamente, che casualità!) i militanti di Libera è la figura di Peppino Impastato. Tutti voi sapete chi è Peppino senza dubbio e conoscete la sua storia dalle decine di proiezioni a scuola durante le assemblee di istituto dei Cento Passi. Beh forse non sapete che Peppino Impastato veniva da Democrazia Proletaria (lo dice anche nel film) (<>). Democrazia Proletaria era la rappresentanza parlamentare (sotto forma di esperimento) di alcune fazioni movimentiste quali ad esempio Lotta Continua e Potere Operaio. Come molti di voi sapranno queste organizzazioni non erano di certo pacifiche e tantomeno giustizialiste. Per cui i signorotti di Libera evitino di associare una figura come quella di Peppino alle loro battaglie legalitarie e alle loro crociate contro i movimenti antagonisti, di cui a suo tempo Impastato era parte. Almeno non gettino fango sulla tomba dei morti. E' troppo facile fare coincidere il concetto di antimafia col concetto di giustizialismo, ma l'equazione è totalmente errata. Con questa curiosità concludo il mio discorso (anche se è solo una piccola parte di ciò che vorrei esprimere), spero vi abbia instillato dei dubbi piuttosto che avervi dato dei chiarimenti. Almeno la mia intenzione era questaSicuramente ci sono gli elementi per affermare che Libera sia un'associazione perlomeno un po' ambigua.

Non tutto ciò che brilla è oro, ma molto spesso ciò che puzza è merda...

Con amore e provocazione, con libertà e ironia
Joseph Brant

venerdì 9 aprile 2010

Non vi laverete la coscienza con questa conferenza!


[cuatorino.blogspot.com] Mentre le conseguenze dei tagli della 133 sono ormai sotto gli occhi di tutti, mentre i disastri del decreto Gelmini stanno per diventare effettivi, le autorità accademiche indicono una mega-conferenza d'ateneo, strutturata su tre giorni, per discutere le conseguenze della riforma e i nuovi assetti di unito.

Una riforma che, basandosi su pesanti tagli di fondi all’istruzione, determina il declassamento dei saperi e la riduzione dei servizi, rende sempre più precaria la condizione di vita e di studio per ricercatori e studenti, apre le porte all’ingresso dei privati nel cda dell’università, mantenendo però intatti i privilegi baronali.

Il  Rettore Pelizzetti, sicuro della tenuta del suo ateneo “meritevole” e incurante delle conseguenze che il ddl avrebbe avuto sul corpo vivo dell'università (studenti, ricercatori, precari della conoscenza, bibliocooperativisti),  non ha mai preso una posizione chiara e decisa contro la  riforma e non ha fatto altro che recepire acriticamente e supinamente le direttive del Ministro.

Da quando, dunque, il “Magnifico” ha  voglia di confrontarsi con le componenti dell'università?

Forse le mobilitazioni in atto e previste per settembre rischiano di far cadere il suo castello di carte, scombinando i suoi piani…

La conferenza indetta per oggi, infatti, ci sembra essere un tentativo di lavarsi le mani dalle responsabilità che i vertici accademici hanno nell'applicazione della riforma e dei tagli, dando una parvenza di dialogo con chi dovrà pagare le conseguenze della crisi di Unito. Potrebbe essere inoltre un tentativo per spegnere la protesta dei ricercatori, magari risolvendo con qualche palliativo la complessa questione che la loro mobilitazione sta portando agli occhi del paese.

Forse Pelizzetti inizia ad aver paura di non poter più dire che “va tutto bene” nel momento in cui, a settembre, la metà dei corsi non partirà per l'indisponibilità dei ricercatori a tenere corsi a 0 euro?

Forse inizia a rendersi conto che gli student* non tollereranno a lungo la sua gestione dell'ateneo, che vede accompagnarsi a un aumento esorbitante delle tasse la drastica diminuzione dei servizi? Forse ha capito che ci siamo accorti che le biblioteche hanno orari ridotti, le sessioni d'esame spariscono, i posti nelle residenze universitarie sono sempre più difficili da ottenere, e che tutto questo non ci va bene?

Forse gli è arrivata voce della nostra indisponibilità a rimanere precari a vita e a doverci indebitare per portare avanti il nostro percorso di studi?

Bene. Noi  non abbiamo intenzione di farci prendere in giro ancora a lungo.

I vertici accademici devono sapere che non esistono “percorsi di una riforma possibile”, perché sappiamo bene che i costi che ne derivano sarebbero tutti scaricati sulle nostre spalle, ma soprattutto perchè noi, i costi della loro crisi, non abbiamo più intenzione di pagarli!

Collettivo Universitario Autonomo

Ribadiamo il no alla riforma Gelmini!


In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio. No al ddl Gelmini- No ai tagli

- Contro la politica dei tagli operati all'intero comparto della conoscenza (scuola, formazione, ricerca, università, formazione artistica e musicale), contro la  riforma antidemocratica del sistema universitario;
- Contro il DDL Gelmini, contro il cancellamento della terza fascia docente e l'istituzionalizzazione della precarietà nell'accesso al ruolo.

Il 9 aprile l'Amministrazione e Senato Accademico dell'Universita' di Torino indicono la prima di una serie di Conferenze di Ateneo per, così dichiarano, “aprire la discussione con il personale e gli studenti”. Questo mentre lo stesso Ateneo ha chiuso unilateralmente l'unico tavolo di confronto sulla precarietà con i sindacati e i coordinamenti dei precari e dei lavoratori esternalizzati (bibliotecooperativisti) e i rappresentanti degli studenti. Il tavolo di confronto deve essere riaperto!

Gli Atenei devono prendere una posizione netta contro l'intero DDL Gelmini, e rimettere in discussione i tagli del D. Lgs 133/2008 e 1/2009 opponendosi con ogni mezzo.

Il problema dei precari della ricerca e docenza ha superato ogni livello di guardia: ogni giorno decine di precari, essenziali per il prestigio dell'ateneo perdono il lavoro per la scadenza del contratto e vengono immessi in un mercato del lavoro asfittico e privo di prospettive. La precarietà non si limita a colpire la ricerca e la docenza dell'Ateneo: sono ancora troppi i precari tecnici ed amministrativi e i lavoratori esternalizzati. Sono proprio i bibliotecooperativisti le prime vittime dei tagli governativi ai bilanci delle Università.

Chiediamo a livello nazionale un piano di reclutamento straordinario dapprima, e ciclico e ordinario che entri poi a regime. Cosi' come e' necessario da subito a livello locale provvedimenti di emergenza per evitare l'allontanamento di migliaia di precari della ricerca e docenza e dei servizi dall'Universita' di Torino.

In difesa dell'Universita' pubblica e del diritto allo studio
Troviamoci a Palazzo Nuovo alle ore 12
per raggiungere il rettorato dell'Università degli Studi via Verdi, 8

giovedì 8 aprile 2010

Il nostro ricordo di Romano Alquati


Come studentesse e studenti universitari, abbiamo conosciuto la figura di Romano per lo più attraverso la lettura dei suoi testi, soprattutto nei nostri seminari di autoformazione. Chi incontra il suo pensiero, i suoi scritti, ne rimane profondamente segnato: per l'altezza delle sue intuizioni, per come non fornisca mai risposte preconfezionate e prestabilite, ma per come si sforzi (e ci sforzi) di costruire, con grande lucidità, delle domande per una lettura dell'esistente.

L'abbiamo visto emergere con forza soprattutto nel campo d'indagine e d'intervento politico a noi più vicino, quello dell'università, e più in generale in quello della formazione, che egli per primo aveva intuito come così centrale nella nostra società e nelle metamorfosi del capitalismo.

Spesso si sente dire, banalmente, che i suoi testi sono difficili ed incomprensibili, ma non può che essere un luogo comune, o se si preferisce, una scusante per non doversi confrontare con la complessità dei suoi ragionamenti. I suoi contributi sono invece estremamente stimolanti e hanno avuto la capacità di vedere più in là rispetto all'immediato presente. Si può avere, è vero, una qualche piccola difficoltà iniziale, che però si scioglie nel momento in cui si riesce ad entrare all'interno delle sue riflessioni, fatte di soggetti e termini nuovi. Questa è la grande forza dei suoi testi: li lasci con la sensazione di aver appreso qualcosa in più, di aver qualcosa su cui ragionare, da rielaborare e con cui osservare con uno sguardo maggiormente interrogativo e consapevole i processi e le trasformazioni che ti circondano.

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ci ha raccontato che è sempre stata una figura anomala, soprattutto all'interno dell'università. Non si è mai voluto adagiare alle logiche baronali, né tanto meno a quelle delle facili pubblicazioni. Ha sempre visto il suo lavoro in università come un lavoro alla pari di altri, tenendo sempre presente il suo essere un militante politico. È stato un professore capace, acuto, lucido, mai interessato alla carriera accademica e che mai ha smesso di sporcarsi le mani, un formatore nel senso migliore del termine.

Si potrebbero certamente dire molte altre cose su Romano, su quest'intellettuale politico (uno degli ultimi ancora degni di questo nome) straordinario, autenticamente contro-corrente, ma quello per cui noi vogliamo ringraziarlo di più è per averci offerto degli strumenti utili per leggere la realtà e quello che ci circonda.

Come universitar* e compagn*, la nostra volontà è ora quella di costruire presto un momento di discussione e di dibattito significativo sulla figura di Romano Alquati e su tutto quello che ci ha lasciato, proprio perchè è stata una delle figure più innovative che l'università di Torino ha avuto senza, probabilmente, averne mai colto e accettato l'importanza.

Ciao e grazie, Romano!
Continueremo a camminare con te per realizzare un sogno comune...

Collettivo Universitario Autonomo

Anche a Madrid: "Bologna burns!"


L'appello degli studenti e delle studentesse di Madrid

Traduzione a cura del Collettivo Universitario Autonomo di Torino

In Spagna sono stati forti i movimenti studenteschi che si sono condendati nella lotta per una università popolare e fuori dagli interessi di mercato. Durante l'anno scorso il movimento ha visto il suo apice maggiore: decine di facoltà occupate in tutto lo Stato, le strade delle città inondate da manifestazioni con migliaia di studenti, inchieste, azioni, dibattiti... il movimento ha fatto di tutti gli strumenti a sua disposizione per rendere visibile le sue domande. Però il governo del Partito socialista spagnolo ha risposto con polizia e repressione nei confronti degli studenti. Prova di ciò sono i 58 studenti catalani arrestati nello sgombero dell'Università di Barcellona che sono in attesa di essere processati.

Quest'anno, per poter costruire un controvertice a aprile si è creata a Madrid la piattaforma "Bologna Fucking Up Group", in contrapposizione al "Bologna Follow-Up Group", il gruppo di monitoraggio incaricato di valutare l'attuazione del processo di Bologna nei diversi Stati e indicare le nuove linee da seguire. La piattaforma riunisce sia le assemblee di studenti sia le organizzazioni studentesche che si oppongono al processo di mercificazione dell'università.

Studenti fuori dallo Stato spagnolo verranno a Madrid al controvertice. In questo modo come Bologna Fuckin Up Group vogliamo lanciare un appello internazionale a tutti gli studenti e attivisti che si oppongono al processo di Bologna e lottano per configurare un'alternativa reale. La loro falsa unità nel perseguimento di interessi e vantaggi per pochi non è paragonabile alla nostra unione che si compie attraverso la solidarietà della lotta. Ci siamo uniti a Vienna, uniamoci anche a Madrid.

per info sulla mobilitazione: