martedì 3 novembre 2009

Blitz dell'Onda al ministero dell'università!


Malcontento e (o) movimento?


Quale democrazia all’Università?

Le mobilitazioni del Politecnico di qualche settimana fa hanno sollevato molte domande chiare, e una soprattutto: quanto è “democratica” la gestione delle risorse, della didattica e del personale dell’ateneo?

Crediamo che sia la domanda centrale da porre in questo momento, perché affronta il nesso tra università e potere nel senso più ampio: i poteri interni all’università e il rapporto dell’università con il potere in senso eminente, con il governo. In questi giorni entra nel dibattito parlamentare una riforma universitaria – la terza degli anni 2000, dopo il 3+2 per gli studenti e il 3+3 per i ricercatori – che, tra tagli e retorica del merito, affronta direttamente il tema della governance, e non è un caso. Dopo la trasformazione degli studenti in clienti nel 2000, con la logica debiti/crediti, il sanzionamento giuridico della precarietà infinita delle figure della ricerca nel 2005 e la mannaia dei tagli tremontiani della 133/2008, l’Università è in crisi, e da questa crisi potrà uscire solo con un nuovo assetto di potere e con una nuova bilancia tra pubblico e privato.

In realtà, sappiamo che la crisi dell’università non è il prodotto delle riforme, ma il loro presupposto; una crisi che le riforme non riescono a governare, e che dunque provano a gestire con una trasformazione autoritaria proprio di quelli che sono, per ogni ateneo, gli organi di governo: senato accademico e cda. Se analizziamo il percorso che dai tagli ha portato alla riforma odierna, in poco più di un anno, ci rendiamo conto di quanto fu sbagliato lo slogan che scegliemmo all’inizio (“Tutta l’università contro la Gelmini”) e di quanto fu azzeccata, invece, la formula utilizzata al senato accademico allargato del novembre scorso per rivolgerci al rettore (“O sei parte della soluzione, o sei parte del problema”). Abbiamo forse visto prese di posizione significative da parte del corpo docente (ci si risparmi la litanie delle mozioni critiche dei consigli di facoltà, mere foglie di fico per nascondere l’immobilismo) nell’autunno scorso?

Il rettore si è forse dimesso, ha forse fomentato prese di posizione contro il governo da parte della crui che, di fatto, non ci sono mai state? L’intervento del rettore davanti al corpo docente e al movimento studentesco, il 13 novembre 2008, puntò esclusivamente a magnificare la situazione contabile di Unito. Nel momento in cui tutti criticavano il ministro, Pellizzetti sembrava sentirsi sotto attacco; forse che abbia visto più lontano lui?

La crisi di Unito

Sarà un caso, ma poche settimane dopo comparivano indiscrezioni sui giornali riguardo all’esistenza di un enorme buco finanziario dell’ateneo. Il direttore amministrativo di dimetteva, rimpiazzato, e via Po 18 si barricava in un assordante silenzio. Dove erano finiti quei soldi? Quanto era grande il buco? Chi lo avrebbe riempito? Il rettore pensava piuttosto a inaugurare l’anno accademico che, anche se non avrebbe visto l’ermellino, ne avrebbe comunque viste di tutti i colori, con la blindatura militare del rettorato di fronte al pericoloso esercito di alcune centinaia di precari e studenti, nell’auspicio che la minaccia della violenza avrebbe attutito la sensazione, o puzza, di “marcio”.

Nel frattempo svanivano le speranze dei precari di uno sblocco della loro situazione, i tentativi di trovare sponda tra gli strutturati si rivelavano infruttuosi, e in cambio venivano banditi gli ormai celebri “contratti a zero euro” (ma va dato atto che alcuni sono anche a 50 euro!) con i quali parte della voragine tagli/buco sarebbe stata sanata: offerta didattica gratis da parte dei precari in cambio di assegni di ricerca (proposta indecente e indegna che qualche strutturato “amico di precari” ha anche fatto platealmente e di persona).

Dopo questo triste naufragio delle speranze precarie il bicchiere si è rivelato mezzo vuoto e mezzo pieno, nella misura in cui, se da un lato la maggior parte degli interessati era sorda al richiamo di un appello contro i contratti-furto, una agguerrita minoranza ha resistito sulle sue posizioni e ha continuato a incontrarsi fino a oggi. Dopo l’inaugurazione dell’anno accademico anche i precari del poli hanno protestato, insieme agli studenti, contro le politiche del rettore Profumo, che nel frattempo costruiva il monumento peggiore all’università in crisi, il sedicente “g8 dell’università”. Nell’evento mediatico si esprimeva la retorica vana di una casta senza morale e senza progetti se non quello di assicurare il proprio potere anche nell’incancrenirsi della crisi universitaria. Come in occasione dell’anno accademico, tutte le componenti universitarie si opposero alla pagliacciata di Profumo & Company. Anche in questo caso, stavolta a livello studentesco, la realtà si rivelava sfaccettata. Se c’era chi puntava il tutto per tutto sulle divisioni fratricide e sulle polemiche, i blocchi metropolitani e la grande manifestazione del 19 maggio, con annessa la legittima non accettazione della zona rossa – dispositivo simbolico quanto mai significativo, dal momento che essa è quella che ora non la polizia, ma la riforma, vuole blindare con una governance ancora più autoritaria – mostravano una vitalità impensata del movimento studentesco, che si sarebbe confermata in tutta Italia dopo gli arresti dell’estate.

Che la gestione della crisi fosse rivolta contro gli studenti, oltre che contro i precari, lo hanno dimostrato un mese dopo gli aumenti delle tasse. Solo grazie a una mobilitazione puntuale degli studenti, l’impatto è stato meno duro del previsto, e comunque c’è stato, alla faccia dell’obbligo di legge, ignorato da anni, del tetto del 20% dell’FFO. Attacco che si è concretizzato, a livello di facoltà, anche nella minaccia di tassa sui laboratori. È vero che queste cose non sono passate, ma è sempre bene ricordarsi chi le ha proposte per distinguere meglio, d’ora in avanti, tra “soluzioni” e “problemi”. Le stesse facoltà, d’altra parte, a partire da Lettere e Psicologia hanno proseguito l’attacco dai piani bassi con l’eliminazione di finestre esami, impedita in parte a Lettere dalla mobilitazione studentesca (eliminazione che neanche ha a che fare col risparmio, ma i professori avranno pensato: visto che oggi si accetta tutto, togliamoci anche un po’ di lavoro). Infine, occorre ricordare i tagli agli orari e ai servizi delle biblioteche (per esempio le stampe, ora a pagamento per tutti, ricercatori e studenti, in alcune biblioteche) e al loro personale, solo in parte rientrati (c’è ancora chi rischia il posto).

Di fronte a tutto questo, ben sappiamo quanto poco i “risparmi” abbiano inciso sull’apparato dell’ateneo e sulle sue clientele (alcuni degli stipendi degli amministratori sono sul portale alla voce “trasparenza”), compresi i contratti a 20.000 euro ai docenti in via di pensionamento. E del resto lo stesso governo, che già con il decreto 180/2008 aveva strizzato l’occhio ai docenti ordinari (riforma dei concorsi) di recente ha loro aumentato ancora per decreto gli stipendi, e nella riforma un ulteriore aumento è previsto. Che si tratti di comprare ulteriormente il benestare dei baroni per bastonare meglio lavoratori, studenti e precari? Ma figuriamoci…

“Virtù” e “merito”, potere e democrazia

Nell’assenza di proposta didattica degna e nel disamore totale degli studenti, con l’aumento dei costi di vita per tutti e nello sfruttamento bestiale e parassitario da parte degli atenei di personale e precari, il ministero dà le pagelle e costruisce gerarchie immaginarie, oltre a quelle vere. La classifica degli atenei “virtuosi” (cioè quelli che risparmiano di più indebolendo il pensiero e aumentando lo sfruttamento selvaggio) pubblicata in estate ha sortito l’effetto sperato, esacerbando la guerra del tutti contro tutti a livello nazionale di cui Pellizzetti è sempre stato un campione. Successivamente, la sezione della riforma dedicata al concetto di merito – che noi intendiamo decostruire fin nelle fondamenta – ha ipotizzato un’università dove solo i “migliori” sono aiutati dallo stato e accedono all’eccellenza, a scapito di tutti gli altri, i “peggiori”. Anche qualora condividessimo questo ridicolo darwinismo studentesco, non potremmo dichiararci soddisfatti: l’accesso ai “meritevoli” è dato a un sistema universitario a pezzi e senza speranze di rialzarsi, dove l’offerta didattica è in ginocchio e i costi sono scaricati comunque sulla totalità degli studenti. Come in una forbice marxiana, assistiamo a una proletarizzazione dei soggetti deboli e ad un rinsaldamento dei privilegi politici ed economici di una casta (ricorda qualcosa?). I richiami alla “virtù” e al “merito” sono una truffa, e come tali vanno affrontati.

Oggi a uno di vertici della forbice c’è una minoranza compatta e ostinata, che sa che potrà giocare il doppio ruolo della vittima del ministero (pubblicamente) e del carnefice di chi veramente sta pagando la crisi dell’università (nel segreto, rotto per ora molto parzialmente dalle interne “forze amiche”, delle sedute dei senati accademici e dei cda); all’altro lato della forbice c’è una massa sotto continuo attacco. In questo contesto, è scandaloso che vi siano rappresentanti degli studenti che si identificano con l’istituzione universitaria e, anziché votare “no” a tutto in questa fase di “prendi soldi e scappa” – ci furono tentennamenti persino sulle tasse – si fanno insaponare dal rettore o dalla direttrice amministrativa. I rappresentanti degli studenti, soprattutto quelli che provengono dall’onda, sono tenuti a esprimere le decisioni del movimento degli studenti o dei precari, o dei due soggetti insieme, e non per fare un favore a qualcuno, ma perché questo è il loro unico possibile ruolo utile, ed un loro dovere politico.

Come rompere con questa situazione? Bisogna (1) ripartire dalle lotte e (2) avere fiducia in esse. Non bisogna spaventarsi per il fatto di essere minoranza, gli studenti, i lavoratori e i precari oggi disposti a mobilitarsi, rispetto alla popolazione universitaria, perché oggi più che mai dobbiamo parlare di una situazione generalizzata, evidente a tutti. Minoranze attive di studenti o precari oggi parlano il linguaggio e esprimono gli interessi del 95% del mondo universitario, e non possiamo perdere questa occasione per ribaltare i rapporti di forza. Molti di quelli che tacciono o sono immobili, lo sappiamo benissimo, parleranno e si muoveranno quando saremo capaci di portare i problemi all’attenzione pubblica. L’unica strada percorribile è attirare l’attenzione dei media su unito, denunciare alla stampa pubblicamente l’esistenza di una crisi e di un dispositivo politico per far pagare a studenti e precari questa crisi, che è già in funzione: l’ateneo lo mette in atto, il ministero pone le basi, con la riforma, per un rafforzamento dei suoi principi di potere. Tutto questo va messo in discussione e, se di dimissioni del rettore si deve parlare, che siano le dimissione per le sue responsabilità come controparte, e non come impossibile alleato contro la Gelmini.

Oggi abbiamo l’occasione – coordinandoci, discutendo, agendo insieme – di far saltare il banco: un banco che non dobbiamo più scusare, e a cui non dobbiamo più rivolgerci come a un interlocutore politico, ma come a una controparte.

Questo è, perché questo ha scelto di essere. Solo tracciando una linea netta potremo essere riconosciuti pubblicamente per quello che siamo, cioè – nelle diverse articolazioni che assume il movimento – l’espressione di una forza reale all’università.

Collettivo Universitario Autonomo
cuatorino.blogspot.com

La Sapienza - 20 novembre: assemblea nazionale - Riprendere la parola, rilanciare il movimento


Appello per un'assemblea nazionale a Roma a "La Sapienza" venerdì 20 Novembre. Il Disegno di legge per la riforma dell'Università, da poco approvato in Consiglio dei ministri (28.10), ci impone di riprendere la parola. E' passato un anno, infatti, da quel movimento straordinario che ha congelato ogni ipotesi di riforma organica dell'università, invadendo le piazze di tutta Italia. Un movimento, quello dell'Onda, che ha saputo reinventare il conflitto in un Paese trafitto dalle destre e privo di opposizione. Un movimento che, partito nelle università, è dilagato nelle scuole e ha coinvolto anche noi, precari della ricerca, già protagonisti delle lotte contro il Ddl Moratti nell'autunno del 2005.

La forza dell'Onda ha in buona parte fermato l'iniziativa governativa (ricordiamo che al seguito dell'approvazione del Dl 137 sulla scuola - 29 ottobre del 2008, la Gelmini aveva promesso un decreto legge anche per l'università), ma non è riuscito ad ottenere l'annullamento dei tagli finanziari alla formazione, massicciamente introdotti dalla Legge 133 (8 miliardi di euro in meno per la scuola, 1.5 miliardi di euro per l'università). Oggi, nel pieno di un autunno sempre più carico di disoccupazione e di precarietà, indubbiamente ancora debole sul piano del conflitto, il governo ha ripreso l'offensiva.

Il Ddl colpisce a morte l'università pubblica, riorganizzandola a partire dall'insistenza dei tagli. Se la parte relativa alla governance prefigura università snelle (per numero di facoltà), prive di democrazia (riduzione e svuotamento delle competenze degli organi collegiali) e aziendalizzate (apertura ai privati del Consiglio di amministrazione), la seconda, quella che delega il governo al riordino del diritto allo studio secondo la retorica del merito, introduce il prestito d'onore per gli studenti, imponendo la formula del debito individuale in sostituzione ai diritti comuni.

Ma è la terza parte quella che ci riguarda di più. In primo luogo viene abolita la terza fascia di docenza, quella dei ricercatori a tempo indeterminato. Solo contratti a termine per chi fa ricerca; poi, dopo sei anni e un'abilitazione, tutti a sgomitare per i pochi posti da professore associato, in concorsi locali e notoriamente "meritocratici" ma in realtà profondamente opachi , i cui criteri restano sostanzialmente invariati rispetto a quelli attuali. In generale, questo DDL cambia tutto per non cambiare nulla. Per un verso nessuna delle proposte elaborate in questi anni dai precari viene assunta, e resta la giungla di contratti precari che caratterizzano l'università attuale (gli assegni di ricerca, le borse di studio, i contratti di docenza e altro), con la ratificazione dei contratti di docenza GRATUITI.

Per un altro verso si riduce lo spazio per la ricerca e si consolida la tendenza alla liceizzazione dell'università pubblica, in cui il compito prevalente delle figure "stabili" sarà la didattica. La riforma promette solo tagli e non è previsto alcun incremento di fondi: non si capisce quindi con quali soldi si potranno assumere i ricercatori a tempo determinato, il cui costo è superiore a quello degli attuali associati. Il tetto alla spesa per il personale confermato nel disegno di legge e i tagli pesantissimi della legge 133 che già oggi stanno producendo migliaia di licenziamenti non faranno che aggravarsi. Le campagne stampa che parlano di abolizione del precariato sono chiaramente demagogiche: questa riforma il precariato della ricerca lo moltiplica all'infinito.

E' chiaro dunque che se questo DDL venisse approvato dalle Camere si definirebbe un punto di non ritorno, meglio, la dismissione dell'università pubblica che abbiamo conosciuto fino ad adesso. Un'università, intendiamoci bene, che non ci siamo mai sognati di difendere e che abbiamo con forza e passione criticato, a partire dal nostro ruolo. Oggi è necessario, però, riprendere la critica dei tagli e del DDL che ne è diretta espressione.

Pretendere di finanziare questa riforma con i soldi dello scudo fiscale è insensato. Non si può vincolare l'università italiana alle trovate della finanza creativa del ministro dell'economia Tremonti. Resta il fatto che in Italia si spende meno dell'1% del PIL in ricerca, e questa riforma non prevede alcun incremento. Per questo riteniamo giunto il momento di riprendere parola, per confrontare analisi e proposte, ma anche e soprattutto per ridefinire una piattaforma e un'agenda di lotte condivise. Un'agenda che non si limiti ad assumere la partecipazione alle scadenze sindacali già in cantiere, ma che piuttosto faccia delle stesse occasioni per rilanciare un movimento e una campagna politica molto più ampia e a lungo termine, che riguardi l'università e la ricerca, ma che si leghi anche alle lotte degli studenti e della scuola e che cominci a immaginare e a pretendere un nuovo Welfare.

A partire da queste premesse e convinti che le nostre parole rispondano ad un'esigenza diffusa, convochiamo per venerdì 20 novembre, alle ore 10 presso Sapienza un'assemblea nazionale con il seguente odg:

1. Analisi del Ddl


2. Piattaforma delle rivendicazioni
3. Agenda delle mobilitazioni nazionali e territoriali

E' infine fondamentale coinvolgere nella partecipazione e nel dibattito gli studenti e i precari della scuola.


Laboratori Precari (Rete di dottorandi e ricercatori precari delle Università di Roma)
Coordinamento nazionale precari della ricerca - Cgil Flc


Link di riferimento:
laboratoriprecari.blogspot.com
www.uniriot.org

lunedì 2 novembre 2009

L'Università come Wall Street


[it.peacereporter.net] Gli atenei privati statunitensi non conoscono crisi e continuano a elargire stipendi milionari ai propri rettori.

Sono precisamente ventitrè i governatori universitari che hanno superato la barriera del milione di dollari percepito nell’anno fiscale 2007-2008.
Considerando solo lo spettro delle principali Università di ricerca della nazione oggetto di censimento la media degli stipendi annuali per l’anno in esame è di 627,750 dollari. Ciò è quanto rivelato dal Chronicle, prestigioso giornale degli atenei statunitensi, nel suo consueto rapporto annuale sulle retribuzioni nel campo universitario. Fuori media statistica è il fisico Shirley Ann Jackson (in foto) presidentessa del Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, New York, che si attesta come testa di serie numero uno fra i paperoni dei college avendo dichiarato al fisco statunitense ben 1,598,247 dollari. Subito dietro, l'ex direttrice della Commissione federale di regolamentazione nucleare, si piazzano David J. Sargent della Suffolk University di Boston con un reddito di 1,496,593 dollari e Seadman Upham dell’Università di Tulsa sul terzo gradino del podio con 1,485,275 dollari.

L'esempio di Wall Street. Non è passato neanche un anno, era il 4 febbraio scorso, da quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva denunciato i bonus dei top manager di Wall Strett come “il massimo dell’irresponsabilità” nei confronti dei contribuenti statunitensi. Allora sotto esame c’erano i fondi pubblici destinati al salvataggio delle aziende a rischio crack le quali, però, continuavano ad elargire somme da capogiro ai propri Ceo. Per prevenire l’onta dello spreco durante la crisi il presidente aveva ufficializzato la decisione di porre un tetto di 500mila dollari agli stipendi dei funzionari delle sette aziende risollevate grazie agli aiuti federali stanziati da Washington – ma non ancora restituiti - : Aig, Bank of America, Citigroup, General Motors, Gmac, Chrysler, Chrysler Financial. Lo scorso 22 ottobre il presidente è tornato sull’argomento definendo gli introiti e i bonus percepiti dai funzionari aziendali come “offese ai nostri valori”. Il dato positivo è stato che Obama ha pronunciato quelle parole proprio nel momento in cui il procuratore Kennet Feinberg, noto come lo “zar degli stipendi”, stava annunciando un taglio del 50% a tutte le maxi-retribuzioni.

Gli stipendi crescono... Bisognerà aspettare ancora un anno per sapere se l’ammonimento dei democratici a Wall Street abbia o meno inciso sulla voce “stipendi” dei bilanci universitari. Per ora il trend di incremento delle paghe sembra non conoscere soluzione di continuità attestandosi ad un più 5.5 percento rispetto allo stesso periodo di riferimento dell’anno precedente. Oltre i ventitrè rettori milionari, il rapporto delChronicle ha rivelato che 110 funzionari universitari hanno guadagnato oltre i 500mila dollari. Il dato rimane sorprendente anche se si allarga il campione dell’inchiesta e si considerano oltre i top college di ricerca anche le altre Università private. Su 419 istituti oggetto di rilevazione la media degli stipendi dei rettori è stata di 358,746 dollari, il 6.5 percento in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi cinque anni, e al netto dell’inflazione, l’aumento è stato del 14 percento.
Secondo Jeffrey Selingo, direttore del Chronicle, l’ingenza di tali salari è dovuta al fatto che “questo è il mercato ed è sempre più difficile trovare persone all’altezza di questi compiti. E 'importante ricordare – ha aggiunto Selingo - che questi pacchetti a pagamento sono stati fissati prima della crisi economica iniziata lo scorso autunno. Da allora molti rettori hanno tagliato il loro stipendio per finanziare le borse di studio”.

...le tasse universitarie pure. Non si sa ancora se questa mossa d’onestà dei rettori gioverà alle tasche degli studenti. L’unico dato di fatto attualmente inconfutabile è che alla frenata autoimposta sui propri onorari dai signori dell’educazione universitaria privata, è corrisposto un proporzionale aumento delle rette d’iscrizione. Il rapporto ha evidenziato che in 58 Università private le spese annuali a carico dello studente hanno superato, in cinque anni, la quota di 50mila dollari fra tasse scolastiche, libri, vitto e alloggio, che equivale all’11 percento rispetto all’anno scorso e al 19.6 percento medio in cinque anni, al netto dell’inflazione.

Antonio Marafioti

sabato 31 ottobre 2009

Bastardi senza onore: per il diritto alla bancarotta



Perché il Ddl Gelmini non ci merita. Editoriale Uniriot di Gigi Roggero per UniRiot

Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull’università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di “Ministero” ci si riferisca a quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in realtà l’altro Ministero – cioè dell’economia e delle finanze – è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.

Il Ddl è suddiviso in tre parti: governance, meritocrazia, personale accademico. È un progetto di aziendalizzazione dell’università, potrebbe dire qualcuno. Preferiamo però non concedere con troppa facilità all’avversario la perversa dignità di una parola che – per accordarci subito con il leit motiv del testo – non “meritano”, né per intelligenza né per coraggio strategico. Vediamo infatti in cosa concretamente consiste la via italiana all’aziendalizzazione, da tempo sognata dagli algidi ideologi della Bocconi e del Corriere della Sera. Da sempre, si sa, le imprese italiane hanno avuto un ruolo parassitario rispetto al sistema formativo, succhiando forza lavoro istruita e non versando una lira prima e un euro poi; i baroni, dal canto loro, hanno potuto riprodurre privilegi e posizioni di rendita, affidate loro dallo Stato.

Questo Ddl cerca forse di modificare il ruolo del privato-parassita e scalfire le rendite di posizione del pubblico-feudale? Niente affatto. Anzi, rafforza entrambi. Da un lato, garantisce alle aziende la condizione migliore per continuare a succhiare indisturbate senza investimento e senza rischio. L’articolo 2, che disegna “organi e articolazione delle università”, attribuisce maggior peso decisionale al consiglio di amministrazione, che deve essere composto da “personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di un’esperienza professionale di alto livello”, con una “non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico” (lettera g). Insomma, il piccolo o medio imprenditore del Nord-est, iperspecializzato nella produzione di un pezzo ultraspecifico nella filiera globale dell’occhiale o dello scarpone da montagna, che sfrutta ad alta intensità forza lavoro a bassa scolarizzazione o pagata come tale anche quando non lo è (i migranti), non verserà certo soldi nelle esangui casse degli atenei. In compenso, potrebbe però condizionarne la politica e le scelte: se nel brevissimo periodo servono tecnici specializzati in un campo di cui si fa fatica perfino a pronunciare il nome, perché non aprire un corso di laurea a veloce obsolescenza finché il mercato non sarà saturo e tagliare inutili e costosi dipartimenti, che non servono nemmeno a sfornare un operaio specializzato?

I baroni, dal canto loro, possono rallegrarsi delle “norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento”. L’istituzione dell’“abilitazione scientifica nazionale” per i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale, è decisa da una commissione nazionale formata mediante sorteggio tra professori ordinari. Ciò che viene fatta passare per una norma che scavalca le lobby accademiche locali, non solo lascia l’“abilitazione” nelle mani delle cricche degli ordinari a livello nazionale, ma poche pagine più avanti (articolo 9, comma 2, lettera c) fa rientrare dalla finestra ciò che era apparentemente uscito dalla porta. La decisione finale, infatti, spetta alle commissioni locali composte da ordinari e, nel caso dei ricercatori, da alcuni associati. Il posto da ricercatore, poi, come già stabilito dalla legge Moratti nel 2005 è posto in esaurimento, quindi sostituito da contratti di soli tre anni rinnovabili – previa valutazione – un’unica volta, aumentando così la ricattabilità dei ricercatori stessi nel vincolo individuale con il docente di potere. Inutile dire che la frase “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica” ricorre, in questi articoli come in tutto il testo, in modo ossessivo come premessa e sostanza. Non solo: se non ci sono adeguate risorse, professori e ricercatori possono essere “collocati a riposo”. Amen.

In questo quadro di governance di un’università abbandonata alla sua inerziale rovina, gli studenti devono essere resi complici della nave che affonda: i loro “rappresentanti” vengono quindi “integrati” come stakeholder (del fallimento), ovviamente subalterni e privi di potere decisionale. Non solo: di fronte alla “razionalizzazione” dei fondi (forma elegantemente manageriale per definire la mannaia che, brandita dai consigli di amministrazione, si abbatte sulle risorse residue del sistema formativo), gli studenti devono dimostrarsi “meritevoli”. Ciò garantisce l’accesso ai prestiti d’onore, nome curioso con cui si etichetta quel sistema del debito che, fallito negli Stati Uniti, è alla radice della crisi contemporanea. Ma è il Ministero (quello dell’economia e delle finanze, prima ancora di quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca), attraverso il “Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove nazionali standard”, a disciplinare i ferrei criteri per avere accesso al prestito. Insomma, ci sono molte più possibilità con “Win for Life”! Vorremmo a questo punto poterci dedicare a dimostrare come il lessico della meritocrazia sia la mistificante retorica che rovescia la realtà del declassamento e della precarietà nelle illusioni giustizialiste di un mitologico mercato non corrotto e di una competizione moralmente pulita. Purtroppo dobbiamo partire da molto più indietro, dicendo che la meritocrazia (come le riforme) non si fa a costo zero: il caso americano e i miliardi di dollari pubblici e privati investiti nelle università sono un noto esempio. In altri termini, in Italia va innanzitutto evidenziato che la meritocrazia, prima ancora di tutto il resto che si può dire su di essa, funziona al contrario, ovvero è ciò che giustifica i tagli – pardon, la razionalizzazione. Anziché essere un (peraltro discutibile) premio per pochi, significa peggioramento delle condizioni di vita e dequalificazione del sapere per tutti. Al limite, stabilisce una gerarchia per vedere a chi andrà molto male e a chi meno.

Prendiamo i cosiddetti percorsi di “eccellenza”. Negli Stati Uniti sono delle classi riservate alle élite in cui gli studenti vengono a contatto con lo star system dell’università globale. In Italia si rinomina il vecchio corso di laurea come percorso di eccellenza, recintandone l’accesso, e si abbassa ulteriormente la già scarsa qualità dei restanti piani di studio, che sono resi ancor più rigidi e insulsi. Nella facoltà di lettere della Sapienza – per citare il pachidermico caso di un ateneo all’affannosa rincorsa di furbesche soluzioni che consentano di scalare qualche posizione nella gerarchia rovesciata della cosiddetta “qualità” ed “efficienza”, cioè a ridurre un poco i pesanti tagli subiti nella scorsa estate – si è trovata la formula del debito in accesso, di cui gravare gli studenti (la maggior parte) che non abbiano sostenuto prove soddisfacenti nei test di ingresso.

La “meritocrazia” è così utilizzata per scaricare sugli studenti la mancanza di qualità dei docenti, ovvero per preservare le posizioni di rendita dei baroni. Solo che si pone ora la questione: come si ripiana il debito?

Con corsi aggiuntivi, che peserebbero sulle già dissestate casse dell’ateneo? O esigendo un numero maggiore di crediti di quello previsto, allungando così i tempi della laurea triennale, procurando costi aggiuntivi e mandando ulteriormente in fumo il già svanito obiettivo della riforma del 3+2, cioè l’eliminazione del “fuoricorsismo”?

Nessuno sa rispondere. Nel frattempo, però, lo studente – con o senza “merito” – deve essere formato ad essere precario indebitato. E la crisi dell’università, così dice il coro unanime da via Solferino a viale Trastevere, passando per senati accademici e consigli di amministrazione, la paghino gli studenti attraverso l’aumento delle tasse!

Per mobilitarsi contro un progetto di questo tipo, non si possono certo scavare le trincee attorno alla difesa di ciò che non è difendibile, cioè quel pubblico che si è combinato con il privato nello smantellare il sistema formativo. Bisogna attaccare. Innanzitutto riappropriandosi di reddito e di un nuovo welfare non solo rispetto alle amministrazioni locali e statali, ma anche ai nuovi attori che gestiscono la segmentazione della ricchezza sociale. È necessario occupare le banche, le finanziarie e le istituzioni che fanno i “prestiti d’onore”, non per bloccare l’emissione del credito, ma per non ripianare il debito. Diritto alla bancarotta per i precari, ecco la parola d’ordine. Riappropriarsi delle risorse oggi congelate nel rapporto pubblico-privato, significa impostare correttamente la questione della valutazione: non come gerarchizzazione competitiva della forza lavoro, recinzione della conoscenza e giustificazione del declassamento (leggi meritocrazia), ma in quanto processo di produzione di un sapere di qualità e decisione completamente all’interno della cooperazione sociale. Un sapere di eccellenza in quanto comune. Tale questione già vive dentro i percorsi di autoformazione e autoriforma: ora deve diventare istituzione, riappropriarsi dei dipartimenti, rivendicare quell’’“autovalutazione” che (come detto chiaramente nell’articolo 5) si vorrebbe prerogativa solo dei baroni. Qui la posta in gioco è una nuova organizzazione dei saperi, dopo l’ormai consumata crisi delle discipline moderne: compito troppo importante per lasciarlo nelle mani dei funzionari pubblici e privati.

Allora, distinguendoci irreversibilmente dalle resistenza conservatrici che difendono gli ultimi brandelli della “torre d’avorio” per mantenere la vigenza dei rapporti feudali, diciamo che la Gelmini si è dimostrata pavida e pusillanime, incapace di attaccare interessi parassitari e rendite di posizione. Contro i riformisti metafisici, diciamo che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: annunciano di voler cambiare tutto per non mutare nulla. Coprono l’assenza di idee sull’università con un vacuo linguaggio manageriale, efficientista e razionalizzante, à la Giavazzi, e/o con le retoriche della lotta ai corrotti per salvare un sistema che produce esso stesso corruzione, à la Perotti. Da questo doppio movimento critico e radicale, si situa l’alterità di una resistenza che è immediata trasformazione, di una autoriforma che ha respiro strategico perché si incarna nell’onda del sapere vivo. Insomma, noi che la combattiamo, sappiamo che l’aziendalizzazione è una cosa seria. In attesa di trovare un nemico all’altezza, diciamo con chiarezza che questa “riforma” dell’università si chiama, banalmente, truffa.

venerdì 30 ottobre 2009

Gelmini a Palermo? L'Onda occupa uno stabile!


[www.infoaut.org] Un centinaio di studenti universitari del movimento 'Onda Anomala' ha occupato uno stabile abbandonato di proprieta' dell'universita' di Palermo, in via Archirafi, di fronte le Facolta' Scientifiche. Gli studenti, che hanno ribattezzato l'occupazione con il nome 'Anomalia', fanno sapere che l'immobile servira' da base alle contestazioni contro la visita del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, che interverra' il prossimo 5 novembre a un convegno sulla cooperazione nel Mediterraneo, insieme al rettore Roberto Lagalla e ad altri ministri, presso il rettorato di Palazzo Steri. Gli studenti protestano contro il ddl sull'universita' approvato dal governo in questi giorni e che, a loro giudizio, "sara' un ulteriore tappa del processo di smantellamento dell'universita' pubblica, ma anche contro l'aumento delle tasse universitarie e il caro-affitti". Gli studenti hanno appeso degli striscioni fuori dalla Struttura con su scritto: "Gelmini: Palermo non ti vuole" e "Contro i tagli e lo smantellamento dell'universita' pubblica". Gli studenti annunciano inoltre una grande manifestazione contro la visita a Palermo del ministro Gelmini che partira' giovedi' alle 9 da piazza Verdi e terminera' al rettorato.