domenica 20 settembre 2009

Le sforbiciate del ministro Gelmini e le prime conseguenze della legge 133


Quando, quest'anno, abbiamo rimesso, o messo per la prima volta, piede in università ci siamo imbattuti in biblioteche chiuse, guide dello studente fantasma, tasse aumentate, sessioni intermedie sparite. Non possiamo che ricondurre la diminuzione e il peggioramento dei servizi, che ha generato queste situazioni tragicomiche, ma soprattutto inaccettabili, al passaggio alla fase operativa dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) introdotti con la tristemente nota legge 133, meglio conosciuta come “riforma” Gelmini, ovvero la legge contro cui gli studenti e le studentesse del movimento dell’Onda di tutta Italia si sono scagliati lo scorso anno. Vediamo di cosa si tratta.

L’enorme quantità di tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (700mila euro nel 2010), che andrà ad aumentare progressivamente nei prossimi anni, ci lascia subito presagire dove voglia mirare la ministra Gelmini. Dopo aver lasciato gli atenei con l’acqua alla gola, portandoli ad intraprendere tutti i possibili tagli ai servizi per gli studenti, nella speranza di non essere costretti a fallire, proprio prima di annegare gli offre la possibilità di diventare fondazioni di diritto privato. Quindi i privati prenderanno ancora più piede nell’amministrazione degli atenei dove il consiglio di amministrazione assumerà sempre maggiore potere anche sulla didattica e sulla ricerca, estinguendo così anche una pallida illusione di trasmissione più o meno libera e autonoma dei saperi (comunque da sempre soggetta alla farsa dell'ideologia della neutralità del sapere!).

Proprio qui avviene la fusione perfetta tra il potere economico e baronale all’interno dell’università e la retorica dello svecchiamento praticata dalla ministra, talvolta affiancata da una sedicente crociata contro i baroni, si mostra per ciò che è: l’ennesimo paravento. Si parla di fusione perché, a fianco all’entrata dei privati nell’università, la legge prevede il blocco del turnover, ogni 5 ordinari che vanno in pensione se ne assume 1, provvedendo così ad accentrare il potere decisionale, anche per quanto riguarda i concorsi accademici, nelle mani di pochi professori. A quanto pare questo blocco oltre a penalizzare sensibilmente la ricerca e la didattica renderà l’università ancora di più un posto per vecchi, alla faccia dello svecchiamento promesso dalla ministra! Diventa ancora più evidente il clima di disinvestimento sulla ricerca e sulla didattica presente in Italia che si contraddice con diversi stati del mondo, che recentemente hanno messo in primo piano l’aumento di fondi pubblici all’istruzione, anche laddove vi era stato un sistema notoriamente privato. Non occorre una sfera di cristallo per accorgersi che questa linea di tagli non porterà altro che alla deriva. Soprattutto questa riforma è anche un tornare indietro, perché il progressivo aumento delle tasse e la trasformazione in fondazione renderà l’istruzione universitaria inaccessibile a quanti non saranno in grado di stare dietro agli aumenti. Per queste ragioni la legge 133 si inserisce al culmine di in un quadro di riforme volte a smantellare l’università pubblica rappresentandone il punto di non ritorno.

Rifiutiamoci di pagare la crisi dell’università con l’aumento delle tasse e l'annullamento dei servizi, non impegniamo le nostre energie per cercare di adattarci il meglio possibile in quel pantano che è diventata e diventerà l’università. L'università dell'oggi, popolata da baroni e impresari, ha ben pochi motivi per essere difesa così com'è, la conservazione serve ad altri non a noi studenti e studentesse. Quindi l'indicazione da raccogliere ancora è quella elaborata dall'Onda lo scorso autunno, superando la falsa dicotomia tra pubblico e privato (basti pensare: quanti finanziamenti prendono le università private dallo Stato? quanto sono presenti gli agenti privati nell'università pubblica? la risposta è la stessa: molto!), costruendo un'altra università.

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